L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 24 dicembre 2016

Argentina, il golpe attuato dalla magistratura a si portato al governo Macri ma l'economia peggiora

Più ombre che luci per la nuova Argentina

21/12/2016
La svalutazione della divisa domestica non è riuscita a rilanciare l’industria domestica con gravi ripercussioni negative sul versante occupazionale. In un anno la disoccupazione è salita dal 5,9% all’8,5%.
Mauricio Macri ha promesso al popolo argentino di far entrare il paese sudamericano nel ventunesimo secolo quella notte in cui, con il 51,4% dei voti, riuscì a sconfiggere il kirchnerismo nella seconda tornata della competizione elettorale. L’ex sindaco di Buenos Aires sapeva che le condizioni in cui versava il paese rendevano necessario far decollare il suo piano in tempi strettissimi.
Per questo motivo, una settimana dopo aver ricevuto l’investitura ufficiale, ha spiegato il suo ambizioso piano di rilancio dell’economia: ha dichiarato l’emergenza energetica, ha sbloccato il cambio del peso e ha messo da parte buona parte dei dazi che blindavano la produzione nazionale.
L’obiettivo principale era rendere appetibile l’investimento in un paese dove il peso delle frontiere nell’ultimo decennio aveva completamento bloccato l’arrivo dei flussi d’investimento. Un anno dopo, l’Argentina si è ripresentata sugli scanni dei principali summit internazionali ed è addirittura riuscita a farsi includere nel gruppo di Stati che parteciperanno al G20 nel 2018.
Tuttavia, a tutto c’è un prezzo, e la fattura per gli argentini non è stata indolore. I risparmi in pesos hanno subito una svalutazione del 50%, l’inflazione si approssima al 40% e l’industria, che doveva essere tra i principali beneficiari del cambiamento in atto, accumula una caduta del 4,9% da inizio anno.
Fino a questo momento, la pioggia di dollari in arrivo dall’estero pronosticata dal neo-presidente nei primi giorni del suo mandato si sta facendo attendere. Stando agli ultimi dati ufficiali, il Pil ha accusato una contrazione del 3,4% nel secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2015. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, il paese sta peggio rispetto all’anno scorso: le nuove statistiche (raccolte dal Governo e dal Fondo Monetario Internazionale) hanno evidenziato un tasso di disoccupazione dell’8,5% nel terzo trimestre (nello stesso periodo del 2015 si attestava al 5,9%).
Nonostante ciò, Macri continua a mantenere un atteggiamento attendista. Se nel corso dei mesi più duri –quando le bollette subirono aumenti del 500%- il presidente sosteneva che la luce in fondo al tunnel si sarebbe intravista nel secondo trimestre, ora punta decisamente verso il 2017. Attualmente il 32% della popolazione vive in condizioni di povertà ma il presidente sostiene che i provvedimenti intrapresi siano stati necessari a evitare che il paese sprofondasse nella sua quinta crisi terminale in meno di cinquanta anni.
Dopo un anno di prova, il cambiamento radicale di politica economica sembra trovare più adepti fuori dai confini nazionali che dentro il paese. A livello internazionale, l’Argentina ha cambiato alleati. Se fino a qualche anno fa le relazioni esterne si concentravano sui partners latinoamericani, nella nuova agenda internazionale questi ultimi perdono peso a favore di Stati Uniti, Giappone e Cina.
L’ex presidente Usa Barack Obama ha visitato Buenos Aires il 23 e 24 marzo dopo quasi due decenni di assenza da parte di un presidente statunitense. La visita non fu accolta molto bene dagli argentini, memori ancora del ruolo che gli Usa rivestirono nel colpo di stato del 1976.
Ancora più clamoroso è il riavvicinamento con il Giappone. Era dal 1959 che un primo ministro nipponico non metteva piede in Argentina. L’arrivo di Shinzo Abe ha riaperto il dialogo tra i due paesi e avviato negoziazioni per aumentare gli interscambi commerciali.
A cura di: Rocki Gialanella
 

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