L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 gennaio 2017

2017 Davos


 forum

Il populismo ha davvero vinto,
a Davos temono di nominarlo

  
Può succedere di tutto nel giro di un anno. La Gran Bretagna può uscire dall’Unione Europea, quasi solo per una sbandata da sonnambulo da parte del suo premier. L’America può eleggere presidente un tycoon che distribuisce oscenità, minacce e offese e riceve tre milioni di voti meno della sua contendente, eppure sembra poter contare sul sostegno degli hacker informatici di Mosca. Possono succedere eventi che nessuno aveva previsto pochi mesi prima. Ma qualunque cosa accada, il World Economic Forum di Davos tornerà. Quest’anno lo fa la prossima settimana con la tradizionale miscela di leader di governo, leader dei più grandi gruppi al mondo e un insieme di temi stimolanti. È atteso fra gli altri un seminario intitolato «Oltre l’antropocene», un altro sul «Buon antropocene», una sessione sull’importanza dei primi mille giorni di vita nel formare i lavoratori del futuro e un altro sulla tecnologia dell’esoscheletro. 

Argomenti degnissimi, a fianco di quelli tradizionali. Manca giusto una parola dai titoli delle quasi 500 sessioni in programma: populismo. Dal che si capisce che forse ha veramente vinto, se Davos non osa neppure nominarlo. E ad essere onesti sembra dall’agenda che si parlerà di «Apprendimento immersivo con gli ologrammi» tanto quanto di protezionismo (che pure sarebbe un po’ attuale, dopo l’elezione di Trump). Sempre a giudicare dall’agenda si parlerà più della perennemente annunciata crisi dell’Europa («European Disunion» è un seminario, «The post-EU Era» un altro) che di quelle presenti e concrete in Gran Bretagna e negli Usa. Niente poi sul fatto che Londra non conosce più la propria collocazione internazionale né il proprio modello (pur riservando il palco centrale alla premier Theresa May). Quanto alla vittoria di Trump, vi sarà dedicato un seminario sugli errori di previsione degli esperti. Perché un anno il mondo anglosassone può cambiare in modo impensabile. Ma il modo in cui vede le gerarchie nel pianeta, no.
11 gennaio 2017
 

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