L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 9 gennaio 2017

Al governo fantoccio tutte le incompiute del governo precedente che è letteralmente scappato

EDITORIALE
La grossa furbata di Matteo Renzi
Da Francesca Masin
-8 gennaio 2017




Banca Montepaschi, crisi economica, terremoto, immigrazione, gelo, siccità, debito pubblico e tanti altri problemi sono esplosi in quest’ultimo mese e stanno avvinghiando il Governo Gentiloni. Fortunatamente Matteo Renzi, “sconfitto” al referendum, ha deciso di uscire momentaneamente dalla scena politica italiana. Una decisione che fu presa sull’emozione, semmai dalla delusione di aver perso la battaglia più importante della sua vita: quella per l’Italia.

Eppure mai ci furono dimissioni tanto astute quanto quelle rassegnate da Renzi lo scorso dicembre. Da allora tutti i problemi, che sembravano esser stati risolti durante i mille giorni di Governo Renzi, sono emersi preoccupando il sonno di milioni di italiani.

Renzi sapeva bene che questi problemi sarebbero emersi. LaBanca Montepaschi aveva bisogno di quei miliardi di euro da mesi e la questione della ricapitalizzazione doveva essere affrontata. Renzi tatticamente aveva coperto, con la scusa della crisi economica, una delle più pesanti crisi bancarie ancora non risolte. Si ricorda, infatti, che la crisi della Montepaschi risale al Governo Monti

In quanti si sono dimenticati dei Monti bond, finanziamento dello Stato a favore della banca senese. Sono passati oltre 3 anni da quella crisi e tutto è rimasto come una volta. Stesso discorso riguarda la crisi economica che, nonostante le promesse di Matteo Renzi, non è stata risolta così come Renzi aveva affermato. Si potrebbero far tanti discorsi sulle promesse mancate di Renzi, ma una emerge su tutte: le Provincie.

Matteo Renzi aveva abolito le provincie, eppure queste a tutt’oggi esistono. La riforma costituzionale dell’anno scorso prevedeva l’abolizione di queste e la loro ufficiale eliminazione era stata inserita assieme a tutte le altre proposte avanzate dal Ministro Boschi. Non passata la riforma – grazie anche alla tracotaggine di coloro che hanno voluto mettere tutto in un unico calderone – le provincie sono rimaste. Oggi molti consigli provinciali, enti territoriali provinciali, verranno rinnovati senza che vi sia la possibilità per i cittadini di eleggere i propri rappresentanti.

Nei fatti quasi nulla di quanto promesso da Renzi è stato realizzato. Non c’entrano tanto le decisioni prese dai cittadini che non hanno sostenuto le sue riforme, bastava solo che queste fossero state fatte in modo diverso per essere approvate. Renzi ben sapeva che il referendum non sarebbe stato vinto, del resto il nuovo testo costituzionale era nato all’interno di un contesto parlamentare troppo dilaniato e confusionario. Chiunque rischia di compromettere il suo futuro politico se viene associato al caos parlamentare che sta contraddistinguendo da quattro anni la XVII legislatura.

L’unica soluzione è lasciar passare il tempo e – per Matteo – anche far fare il lavoro sporco ad altri. Se si tornasse al voto oggi, lo scenario post elettorale sarebbe totalmente confusionario. Il centro scomparirebbe, stessa cosa riguarderebbe il centrodestra che sta soffrendo di un vuoto ideologico lasciato dalla fine della seconda repubblica. La destra non è abbastanza forte e necessita di un altro anno per avere quelle energie sufficienti per intraprendere una campagna elettorale. Un ritorno al voto permetterebbe a Renzi di vincere facilmente, ma il rischio sarebbe quello di ritornare nella sala del potere con gli stessi fastidiosi problemi che non è riuscito a risolvere.

Ben venga quindi il Governo Gentiloni a cui è affidato il compito di affrontare tutti i problemi lasciati da Renzi che nella cantina di casa sua progetta la sua ridiscesa in campo: libero da ogni preoccupazione.

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