L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 3 gennaio 2017

Deutsche Bank - se 75mila miliardi di derivati vi semprano pochi

 2 Gennaio 2017 - 14:40

Marco Frattaruolo
 

L’ascesa e la caduta della Deutsche Bank, riflettori su tre uomini chiave: Anshu Jain, William S. Broeksmit e Edson Mitchell.

Deutsche Bank, la storia di un fallimento - dall’ascesa alla caduta. Come molto spesso accade, all’ascesa o alla rovinosa caduta di un grande colosso della finanza è legata la fortuna o la sfortuna dei mercati finanziari.

Allo stesso tempo, però, tendiamo a dimenticarci che dietro alle strategie e alle manovre finanziarie vi siano uomini in carne ed ossa, a cui attribuire, all’occasione, meriti o demeriti.
Il New York Times ha pubblicato un lungo articolo dal titolo “Deutsche Bank Flew and Fell. Some Paid a High Price”, nel quale si ricostruisce l’ascesa e la caduta del grande istituto di credito tedesco Deutsche Bank, puntando i riflettori su tre uomini chiave: Anshu Jain, William S. Broeksmit e Edson Mitchell.

Ascesa e declino di Deutsche Bank: il boom grazie al rischio

Nel 2005, alla vigilia della crisi finanziaria che avrebbe dato le sue prime avvisaglie sul finire del 2006 negli Stati Uniti, la Deutsche Bank - che di lì a poco si sarebbe rivelata una potente macchina specializzata nella vendita su scala globale di strumenti derivati ad alto rischio - stava facendo un sacco di soldi.
Per celebrare l’euforia di quei giorni la divisione mercati globali della banca commissionò un libro su se stessa, nel quale poter raccontare di come la Deutsche Bank, in soli 10 anni, era riuscita a trasformarsi in una potente forza di “ingegneria finanziaria”.

Dietro alle fortunate strategie commerciali vi era un uomo solo: Anshu Jain, responsabile di finanza aziendale, delle vendite e del trading, e delle principali transizioni di affari della banca tedesca, a cui era stato affidato uno dei prodotti più “caldi” della finanza: il rischio. Nel sopracitato racconto sulla banca tedesca, Jain viene dipinto come il mago della vendita di strumenti di rischio. Ma le euforiche parole a lui dedicate oggi suonano come un triste epitaffio.

Il 22 dicembre scorso la Deutsche Bank ha dovuto accettare il pagamento di 7.2 miliardi di dollari al Dipartimento di Giustizia statunitense, in seguito a una disputa legata ai mutui subprime e, in particolare, alla vendita di titoli tossici da parte del colosso tedesco finanziario agli investitori americani negli anni precedenti al crollo del settore immobiliare americano.

La multa alla Deutsche Bank rappresenta, ad oggi, una delle sanzioni più rigide imposte alle grandi banche di investimento durante l’amministrazione Obama per il loro ruolo nella crisi finanziaria del 2007.
Allo stesso tempo, la punizione inflitta alla Deutsche può essere interpretata come un sonoro schiaffo rifilato a tre grandi specialisti dei titoli derivati che, prima di ispirare le manovre della Deutsche Bank, avevano per anni fatto parte dei colletti bianchi di Wall Street. I nomi? Edson Mitchell, carismatico uomo d’affari della Merrill Lynch che nel 1995 ricevette dalla Deutsche il mandato di creare una banca di investimento a Londra; William S. Broeksmit, venditore di titoli derivati con un gran fiuto per i pericoli finanziari; e, per ultimo, il sopracitato Anshu Jain unico “superstite”, nel senso letterale del termine, del trio.

Ascesa e caduta della Deutsche Bank: la grande delusione
Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2007, molte banche di investimento sono state chiamate ad espiare i loro peccati pagando importanti somme di denaro.
La Deutsche Bank, in particolare, è stata colpevole di due dei più grandi scandali bancari degli ultimi dieci anni: la vendita di mutui tossici ai danni di investitori inconsapevoli e la manipolazione a fine di lucro del principale tasso di rifinanziamento delle banche londinesi (Libor). Come se non bastasse, la banca tedesca, in un processo che la vedeva imputata (alla fine del quale ha accettato di pagare circa 9 miliardi di dollari di sanzioni), era stata accusata di aver venduto prodotti dubbi a degli hedge funds, e di aver aiutato illegalmente investitori russi a spostare denaro all’estero.

La Deutsche Bank è inoltre la stessa banca che ha venduto titoli derivati rischiosi a una delle più “malate” banche d’Europa, l’italiana Monte Paschi, e, ancora, è uno degli istituti di credito più “fedeli” al neo-eletto presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (dopo la sua elezione le azioni della Deutsche Bank hanno fatto registrare una crescita di circa il 30%).

Molti analisti hanno inoltre calcolato che dei 20 miliardi di euro di profitti che le unità di trading e banking della Deutsche Bank erano riuscite ad accumulare dal 1995, quasi 15 miliardi verranno restituite alle autorità di regolamentazione attraverso il pagamento di multe e sanzioni. Naturalmente non tutto il male è imputabile a Mitchell prima e a Jain poi.

A Jain va riconosciuto il merito, una volta diventato co-amministratore delegato dell’istituto bancario tedesco nel 2012, di aver abbassato il rischio della banca, scaricando gran parte delle attività di difficile commercio in seno ad essa, e di aver dato il via, nel 2015, ad un piano di riforma della banca, che il suo successore, John Cryan, non ha ancora abbandonato nonostante egli stesso abbia dichiarato che la sua banca sarà molto diversa da quella di Jain.

Da quando nel 2016 Cryan ha assunto l’incarico ha sempre predicato semplicità, meno rischi e l’aumento di controlli interni oltre alla riduzione della dipendenza dai titoli derivati.
Dal caos all’efficienza: la Deutsche Bank sotto Edson Mitchell

Alla base dei successi che negli anni novanta fecero la fortuna della Deutsche Bank vi è la figura di Edson Mitchell. Arrivato alla Deutsche Bank nel 1995 dopo decenni di esperienza maturata alla Bank of America di Chicago e alla Merrill Lynch, Mitchell veniva descritto da gran parte degli addetti ai lavori come uomo dalla cultura forte e da un business altamente redditizio. Ma la capacità principale di Mitchell era quella di riuscire a far suoi i migliori colletti bianchi che si aggiravano per Wall Street. Fu grazie a questa sua capacità che Mitchell riuscì a soffiare alla Merrill William S. Broeksmit e Anshu Jain, che volle a tutti i costi con lui per gestire la banca di investimento a Londra.

Nei piani londinesi dei tre vi era ripetere la strategia che ne aveva fatto la fortuna alla Merrill, ovvero mettere in campo tutta la loro esperienza sui derivati e sugli scambi, per ritagliarsi quote di mercato ai danni di altri giocatori affermati (alla Merrill le loro vittime furono Goldman Sachs e Morgan Stanley). Alla CNBC Michael G.Philipp, uno dei primi uomini di Merrill a seguire Mitchell alla Deutsche, ha rivelato l’entusiasmo e la ferocia di Edson quando venne a sapere di aver ottenuto l’incarico dalla Deutsche:

“mi sono appena state date le chiavi del regno della Deutsche Bank, siamo in grado di fare quello che vogliamo”,

disse in una telefonata Mitchell a Edson.

La morte prematura di Mitchell nel 2000, a causa di un incidente aereo, fu un colpo devastante per la banca, così come per i suoi amici e seguaci. Ma non ha alterato la missione e la gestione della banca, che sarebbe poi passata nelle mani di Jain.

A dimostrazione del lavoro di Mitchell, nei giorni della crisi finanziaria, il 90% dei profitti della banca tedesca sarebbe venuto dalla divisione del mercato globale con sede a Londra - alimentata per lo più dal trading di derivati e dalla sua posizione dominante come commerciante di valuta estera.
L’impero creato da Mitchell, tuttavia, si sarebbe cominciato a sgretolare sul finire del 2008, quando l’alta esposizione al rischio della Deutsche avrebbe cominciato a preoccupare. Nell’ottobre del 2008 l’esposizione in derivati della banca, al netto delle garanzie in denaro, risultava infatti essere di circa 180 miliardi di euro, con un equity cushion che ammontava soltanto a 30 miliardi.

Nonostante questo, Jain a partire dal 2007 aveva già cominciato ad adottare misure per ridurre il rischio della Deutsche, senza però rinunciare al potere della banca di investimento londinese, che a detta di molti analisti avrebbe fatto bene a ridurre.

Proprio la vendita di prodotti finanziari (specie quelli rischiosi) e il trading sarebbero infatti divenuti, dopo l’ultima crisi finanziaria, i punti sui quali le autorità di regolamentazione in Germania, Londra e Stati Uniti avrebbero tenuto il pugno di ferro. La pena di 7,2 miliardi inflitta alla Deutsche Bank “rappresenta il conto finale del piano di Mitchell e Jain di pagare somme fuori misura a banchieri, correre rischi fuori misura nel tentativo di perseguire profitti fuori misura”.
Deutsche Bank: William Broeksmit, vittima sacrificale

Uno dei primi uomini che Mitchell aveva voluto con sé nell’esperienza alla Deutsche Bank era stato William S. Broeksmit, tecnico dotato di un ottimo intuito sul quale Mitchell contava per rendere quello londinese l’istituto di credito di derivati tra i più importanti al mondo. I due, avendo passato quasi due decenni alla Merrill, erano diventati amici intimi. Per questo in molti considerano Broeksmit come l’anello di congiunzione tra Mitchell e Jain. In particolare, alla morte di Mitchell Broeksmit sarebbe diventato il braccio destro di Jain, fornendo lui consigli, attraverso canali ufficiali e non, in materia di “rischio”.

Nel 2007 Broeksmit accettò il ruolo di dirigente a tempo pieno lui proposto da Jain. Da quel momento in poi la vita e la carriera di Broeksmit sarebbero cominciate a precipitare. La Deutsche Bank in quegli anni fu infatti sanzionata per 2,5 miliardi di dollari a causa dello scandalo del tax-rigging e con 55 milioni di dollari per aver diffuso informazioni inesatte circa la sua posizione nei derivati.

Uno stress al quale Broeksmit non resse. Il 26 gennaio 2014, infatti, Broeksmit venne trovato morto nel suo studio. Il dirigente della Deutsche si era suicidato, e molti cominciarono a pensare che il suo gesto fosse legato allo stress lavorativo.
Jain ordinò una relazione sulla sua morte, dalla quale emerse che nulla poteva “mostrare un legame diretto tra la morte di William e il suo lavoro per la Deutsche Bank” e che non vi erano prove che potessero dimostrare un suo eventuale malcontento.

Tuttavia restano molti dubbi: sul luogo del suicidio vennero infatti rinvenuti documenti relativi ad operazioni bancarie della Deutsche Bank a New York, oltre a due lettere indirizzate ai parenti e a Anshu Jain al quale Broekstein aveva scritto:

"Sei stato buono con me, sono eternamente dispiaciuto”.

La chiusura di un cerchio macchiato di sangue.

https://www.forexinfo.it/Deutsche-Bank-storia-ascesa-caduta

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