L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 6 gennaio 2017

Giulio Sapelli - "Un certo grado di protezione delle imprese nazionali oggi è inevitabile anche per difendere il lavoro"

Giulio Sapelli: "Giusto il primato della politica. Ma non servono i proclami "

Il dicente di Storia dell'economia alla Statale di Milano: "Un certo grado di protezione delle imprese nazionali oggi è inevitabile anche per difendere il lavoro"
ROMA. "La decisione della Ford di non delocalizzare in ossequio a Trump? C'è chi parla di restaurazione del primato della politica, io parlerei di fine del politically correct". Giulio Sapelli, che insegna Storia dell'economia alla Statale di Milano, studia da una vita il pensiero politico americano e la "poliarchia", come Charles Lindblom in The policy making process definì trent'anni fa l'intreccio di check & balances fra Congresso, amministrazione e presidente.

Insomma, cambia il processo ma non il risultato.
"Queste cose si sono sempre fatte - la politica che influenza e comanda sull'economia - solo che si facevano in modo diverso. Più sotterraneo, senza grandi proclami, un modo direi più pragmatico e in fondo corretto. Oltre che probabilmente più efficace".

Non è un bene che oggi tutto avvenga alla luce del sole? Trump minaccia di ritorsione chi va a investire fuori, e l'azienda risponde rivedendo i progetti?
"Macché. Trump ci ha abitato a un linguaggio forte, sopra le righe. Sia che parli delle sue conquiste femminili, sia della politica economica. E ora, bollare come antiamericano chi si accinge a un normale investimento all'estero, come la Ford e la Gm, rischia di alimentare un circuito perverso di livori, di esaltazione, di risentimento. Annunciare a voce altissima e roboante che sarà punito chi non investe in America, cosa che ripeto si faceva anche prima però a bassissima voce, significa dare in pasto a un'opinione pubblica impreparata e a forte emotività, quale ha dimostrato di essere quella che ha eletto Trump, un elemento in più perché si scateni il jingoismo".

Tradotto?
"È il termine che indicava in Inghilterra lo sciovinismo più sfrenato, che poneva la salvaguardia degli interessi del Paese e l'identità nazionale come priorità vitali, con una politica estera aggressiva e la tendenza all'isolazionismo. Insomma, un nazionalismo esclusivo e fanatico che nega aprioristicamente i valori e i diritti degli altri. Una risposta assolutamente di destra e non socialista come dovrebbe essere. Trump su questo fa leva, e si fa forte di aver rivendicato una situazione economica americana ben peggiore di quanto dicano le statistiche ufficiali, che danno per occupato anche chi lavora poche ore la settimana. Detto ciò, mi sembra legittimo che Trump rivendichi la difesa dei valori americani".

Ma allora, ha fatto bene o no?
"Un certo grado di protezionismo selettivo che difenda le imprese strategiche oggi è inevitabile. La pressione sulle imprese è fortissima, la rivoluzione tecnologica minaccia di azzerare la forza lavoro. Cose vere, ma vanno dette con circospezione senza interviste televisive che accendono gli animi, o peggio che mai messaggi twitter che scatenano pulsioni anticapitalistiche. Da qui al complotto giudaico-massonico il passo è breve".

Scusi, sta parlando dell'America o dell'Italia?
"Dell'Occidente. Vede, si parla del primato della politica sull'economia. Bene, io sono cresciuto a Torino in un'epoca in cui la Fiat faceva quello che voleva entro la cinta cittadina ma fuori era sopraffatta dall'autorità e dall'autorevolezza dei politici. Umberto Agnelli per candidarsi senatore dovette venire a Roma perché a Torino gli sbarrò la strada Carlo Donat-Cattin. I politici erano autorevoli in quanto espressione di partiti forti che li formavano".

Oggi non ci sono più politici autorevoli?
"Diciamo che non ci sono più partiti forti".

http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/05/news/giulio_sapelli_giusto_il_primato_della_politica_ma_non_servono_i_proclami_-155451129/ 

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