L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 gennaio 2017

I clan, consorterie, mafie, massonerie, famigli, clientele, cordate del corrotto Pd sono l'una contro l'altro armate mentre si deve decidere sull'euro che è una strategia per distruggere l'Italia

ROTTURE IN VISTA

Pd, D’Alema valuta la scissione:
un nuovo partito sarebbe oltre il 10%


Renzi: «Meno tasse, lotta a evasione»
Grande confusione sotto il cielo del Pd a oltre 150 giorni da quando Renzi ha lasciato. Nel partito è lite sulle primarie. «Fino a cinque milioni non voterebbero più per noi»

di Marco Galluzzo


Grande confusione sotto il cielo del Pd. I renziani fanno circolare la voce che si può votare ad aprile, che dunque la crisi di governo sarebbe già a febbraio. Massimo D’Alema, di fronte a uno scenario anche meno di rottura di questo, promette scissioni ed evoca un nuovo partito: secondo un sondaggio riservato, che ha fatto fare, un formazione di sinistra avrebbe sino al 15%. Due i concetti chiave di D’Alema: se Renzi accelera e chiede a Gentiloni di dimettersi «la reazione dovrebbe essere preparare un’altra lista»; «se nella sinistra si formerà un nuovo partito sicuramente supererà il 10% dei voti. Lo dico perché ho fatto fare delle ricerche, ci sono per esempio tra i 3 e i 5 milioni di elettori della sinistra che non votano più per il Pd, si sono già scissi». Renzi da parte sua riprende una comunicazione che appare quasi elettorale, rivendica i risultati del suo governo, soprattutto fiscali, promette che se torna a Palazzo Chigi abbasserà l’Irpef: «Per vincere la sfida delle tasse bisogna rottamare il modello Dracula che per anni è stato la base di alcuni ministri del centrosinistra e del governo Monti. Abbassare le tasse, aumentare la lotta intelligente all’evasione». E sulle elezioni dice: «Il problema non è con quale legge si vota, questo interessa soprattutto agli addetti ai lavori che sognano un posto in Parlamento, ma quali idee si propongono».


«Classe dirigente politicamente scaduta»


A dividere, dentro il Pd, c’è anche la data del congresso. Per Michele Emiliano, che si candiderebbe contro Renzi, bisogna farlo subito. Sulla stessa linea Enrico Rossi, che lancia una petizione su Change.org. Ma a entrambi risponde il presidente del partito, Matteo Orfini: «Da statuto il congresso del Pd non si può celebrare prima di giugno. Noi possiamo convocarlo sei mesi prima della scadenza, che è a dicembre». E anche Renzi ribadisce che il congresso andrà fatto «nei tempi previsti dallo Statuto, come mi è stato chiesto all’assemblea del 18 dicembre». Francesco Boccia, Pd, la mette in questo modo: «Questa classe dirigente del partito è politicamente scaduta, me compreso, il 4 dicembre, ma vedo molti colleghi di partito che vorrebbero restare incollati alle poltrone del Nazareno. Se da Renzi non arriveranno risposte chiare sul congresso, prima delle elezioni politiche, raccoglieremo le firme per un referendum tra gli iscritti del Pd». E a dividere c’è persino Paolo Gentiloni, che ieri ha visto Padoan per rispondere alle richieste della Ue e ha visto i capigruppo del Pd per definire l’agenda parlamentare delle prossime settimane. Cesare Damiano, deputato pd ed ex ministro del Lavoro, gli fa un complimento, visto che «assomiglia a Prodi, è calmo e tranquillo, sa anche dire di no». La pensa in modo diverso D’Alema, per il quale Gentiloni, almeno nel confronto di queste ore con la Commissione europea, «dichiara di mettersi a disposizione delle direttive di Renzi, cosa che non dovrebbe fare perché dovrebbe rispondere ai cittadini italiani».

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