L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 gennaio 2017

il corrotto Pd non ha un briciolo di visione per l'Italia

Quei bamboccioni del corrotto Pd hanno perso la partita a livello internazionale, il Globalismo Capitalistico è stato sconfitto da se stesso e ora avanza velocemente lo statalismo, i paesi, la Nazione. L'Euro il progetto più avanzato si è avviato indecorosamente su un binario morto.
Certo gli euroimbecilli alla Renzi ancora non l’hanno capito, la loro rappresentanza ha perso, sono completamente incapaci di adattarsi al nuovo contesto, vanno avanti per inerzia, sono diventati autistici e si gloriano di questo. Martelun

Così D'Alema intrappola Renzi (e buona fortuna, Matteo)
Matteo e i suoi non se ne rendono conto, ma col proporzionale si stanno consegnando mani e piedi alle manovre sotterranee dei professionisti della politica. Lidér Maximo in testa
di Flavia Perina

30 Gennaio 2017 - 07:34

Il brindisi per il ritorno del proporzionale è durato pochi giorni, e solo una classe dirigente molto giovane – e quindi immemore dei presunti “bei tempi” della Prima Repubblica – poteva alzare i calici per una legge in grado, potenzialmente, di distruggerla.
A riportare tutti con i piedi per terra ci ha pensato Massimo D'Alema con il suo preannuncio di scissione, giacché è evidente che basterebbe una minuscola frana a sinistra, persino un partitino del 3 o del 4 per cento che pescasse nell'area elettorale del Pd, per mandare a monte il progetto costruito dai vertici del Nazareno. Addio 40%, addio premio, addio speranze di tenere insieme il corpaccione democratico che solo con la promessa di molti seggi sicuri può essere riappiccicato.

D'Alema i lati oscuri del proporzionale li conosce tutti. Ci ha navigato dentro per due terzi della sua carriera. E sa benissimo che quel modello funzionò e garantì per mezzo secolo il potere democristiano per motivi del tutto esterni alla legge elettorale. L'ombrello americano. Il fattore K che interdiceva al Pci l'accesso al governo. Il terrorismo e le bombe, anche, e un'opinione pubblica terrorizzata dai salti nel buio e paga di ciò che aveva: baby pensioni, figli assunti alle Poste, regalie della Cassa del Mezzogiorno, invalidità distribuite come pacchi natalizi. Non c'è legge elettorale che possa sostituire tutto questo, né artifizio contabile del consenso in grado di riportare indietro la storia. Renzi non potrebbe essere Andreotti, o Forlani, o Fanfani, anche se riuscisse a tornare al proporzionale puro, alle quadruple preferenze o alla legge-truffa del '53, che peraltro si rivelò una sciagura per i suoi stessi promotori visto che per 50mila voti il premio di maggioranza non scattò e la norma fu frettolosamente abrogata un anno dopo.

D'Alema sa anche che il proporzionale non è solo il magico regno degli accordi dopo il voto, ma anche la cittadella in cui i piccoli partiti possono esercitare il maggior ruolo di interdizione con il minimo sforzo. Il 5,6 per cento di Cossutta, il 6 per cento del primo Bertinotti, persino l'1,6 di Diliberto, hanno consentito a tutti costoro di fare politica per un ventennio e obbligato ogni premier – da Prodi a Dini allo stesso D'Alema – a cercare forme di intesa parlamentare. Perchè mai avrebbe dovuto lasciare questo ruolo a un qualsiasi Giuliano Pisapia, posto che la situazione di scollamento a sinistra è tale da far immaginare con facilità percentuali più alte e partite politiche assai più interessanti? Se non fosse partito per primo lui, lo avrebbe fatto un altro. E non è nel suo stile adattarsi al ruolo del comprimario.

Con un maggior bagaglio di competenze storiche, senza una visione agiografica della Prima Repubblica, Renzi e i suoi avrebbero fiutato la trappola fin dal primo momento, e capito che il proporzionale offerto dalla Consulta non era la terra del latte e del miele da loro immaginata. Oltretutto, nel giro di vento che scompagina l'Europa, l'area liberal-blairiana che hanno interpretato è piuttosto in difficoltà. In Francia la sinistra vota in massa uno come Benoit Hamon, che parla di reddito universale. In Gran Bretagna ha scelto Jeremy Corbyn. Negli Usa è Bernie Sanders a guidare l'opposizione a Trump. L'idea di governare “dal centro” è ovunque in crisi salvo in Germania, dove la Merkel ha saputo tutelare salari e welfare.

E dunque il problema non è tanto D'Alema con il suo eterno mettersi di traverso, la sua faccia da Jep Gambardella che si vanta dell'abilità di far fallire le feste. Il problema è la storia. Il contesto. La dura legge dei fatti di ieri e di oggi, compreso il non trascurabile evento di un presidente americano e di un presidente russo che tifano apertamente per le forze populiste e anti-europee.
Le suggestioni neo-Dc così a lungo coltivate, l'idea di un Partito della Nazione che replicasse i fasti di Piazza del Gesù, la visione del proporzionale come terreno elettivo di gioco, vengono meno su questo scenario per molti versi drammatico, di cui la prossima, possibile scissione del Pd è un effetto collaterale e non certo la causa.

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