L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 7 gennaio 2017

La Globalizzazione capitalistisca è fallita e già gli orfani piangono, non la salverebbe un pò di elemosina fatta cadere nel piatto dell'inaccettabile diseguaglianza mondiale

Paul de Grauwe: "Tanti imiteranno Washington, il mondo rischia di chiudersi"

Il docente di Economia politica all'ateneo londinese: "Visto come si comporta il Paese più forte ognuno si sentirà autorizzato a fare lo stesso, che si tratti di dazi o di migranti"
ROMA. "Donald Trump con la sua campagna apertamente e smaccatamente protezionistica ha dato al mondo un esempio assolutamente disastroso". Paul de Grauwe, belga di nascita, classe 1946, columnist del Financial Times e docente di economia politica alla London School of Economics, è annichilito da quella che si preannuncia come la presidenza più isolazionista dai tempi di Eisenowher, "che almeno aveva una ragione, contrastare la superpotenza emergente sovietica".

Che messaggio arriva dal linguaggio e dai primi comportamenti del prossimo 45° presidente?
"Se la questione sarà limitata ai rapporti fra Usa e Messico, il danno globale sarà limitato. Resterà l'imbarazzo, diciamo, dell'Occidente. Il problema vero è che Trump minaccia di applicare dazi del 45% alle importazioni dalla Cina, di chiudere le frontiere commerciali, di intraprendere un'altra serie di operazioni punitive, oltre che di usare le maniere forti contro i clandestini. A questo punto, visto come si comporta o dice che si comporterà, il Paese più forte del mondo, ognuno si sentirà autorizzato in casa propria a usare lo stesso metodo. Vale per aziende, dazi e migranti".

Beh, un po' di differenza ancora c'è. Che vadano difesi, in economia, i "campioni nazionali" lo dicono in tanti anche in Europa.
"Ci sono modi ragionevoli e altri meno. Guardi che se si innesca la spirale del protezionismo, e del populismo, che qualcuno ancora confonde con la democrazia, non si sa dove si finisce. Ripeto, qualsiasi imitazione sarà tanto prevedibile quanto nefasta. E l'Europa, specialmente per come è ridotto oggi il disegno comune, è molto più debole dell'America e sarebbe la prima a rimetterci. Ciò detto, intendiamoci: la globalizzazione ha lasciato tanti indietro, ha creato un maggior interscambio ma anche ingiustizie e diseguaglianze inaccettabili in tutto il mondo. Ecco, se avesse convogliato le sue energie così esuberanti nella direzione di ripristinare un po' di giustizia sociale internazionale, passando per un ragionevole ripensamento sugli eccessi della globalizzazione, Trump avrebbe fatto una cosa giusta. Ma la sua risposta è la minaccia di stracciare unilateralmente gli accordi commerciali. Una follia. Il guaio è che sembra che buona parte dei congressmen di maggioranza e anche di opposizione siano, come dire, "convincibili" su questa linea".

Però il freno al Ttip, il trattato che era in discussione fra Europa e Usa, è stato tirato da questo lato dell'oceano, non dagli americani. Trump cosa farà?
"Il Ttip è mal congegnato in tante parti, dagli arbitrati per risolvere le controversie ai vari aspetti della sovranità, della tutela ambientale, dell'autoregolazione. Che Trump lo rilanci mi pare ben difficile. Ma una cosa è fermare trattati in discussione, dissipando peraltro ciò che di buono era stato raggiunto, ben altra rescindere gli accordi esistenti e rimettere in discussione tutto il principio della libera circolazione di merci e servizi (soprattutto dei capitali). I trattati commerciali, se ben strutturati, possono essere un'ottima via per risolvere pacificamente (o aggravarli come il TTP e il TTIP) le distorsioni del processo di globalizzazione e ripristinare una più equa distribuzione dei profitti e dei vantaggi oggi fortemente polarizzati su certi beneficiari. È il problema centrale dell'economia attuale, risolverlo richiede approfondimento, lucidità e volontà politica condivisa. Trump mi pare la persona meno adatta per farlo. Stimola solo gli istinti, come dicevo, di imitazione e offre un'ennesima opportunità all'aggressività commerciale della Cina. Che va considerata un partner, non un avversario. Per non dire del povero Messico".

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