L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 gennaio 2017

Lenin - l'albero della storia è sempre verde

#2017. La storia si è rimessa in movimento e offre una chance ai sovranisti

Pubblicato il 7 gennaio 2017 da Mario De Fazio
Categorie : Politica
 
roerich_philocartia 

“E’ l’ora dei fuochi e non si deve vedere altro che luce”. La ribellione di José Martí, poeta rivoluzionario cubano, è già di per sé un buon auspicio per l’anno appena iniziato. Custodire il fuoco, come ci invitano a fare le sorelle Silvia e Anna K Valerio citando Martí in una delle tante gemme disseminate lungo il loro romanzo, “Non ci sono innocenti”. I fuochi, nel mondo e soprattutto nella società occidentale, per fortuna non mancano. Incendi scoppiano ovunque, tra le tenebre che avvolgono quella che Heidegger chiamava la “notte del mondo”. Sono le fiamme della realtà, che – più per autocombustione che per una precisa strategia – s’accendono al di là di ogni narrazione e orwelliane definizioni di post-verità, coniate spesso da chi ha fatto della mistificazione e dell’addomesticamento del reale un’autentica missione.
E’ l’ora dei fuochi, che spesso bruciano i potenti. E’ accaduto nella fortezza del capitalismo transnazionale e finanziario, gli Stati Uniti d’America, dove il popolo – ovviamente rozzo e ignorante – ha archiviato la fallita speranza obamiana scegliendo il male minore di Trump. E se è presto per giudicare cosa farà il ciuffo d’oro dello studio ovale, più interessante è notare come la rivolta delle masse contro le elite brucia nella roccaforte del Medesimo. Un processo che, dalla Brexit al voto austriaco, passando per il referendum italiano e le venture elezioni in Francia, Olanda e Germania, sembra destinato a non arrestarsi. Vince chi invoca il cambiamento ed è più coerente a interpretarlo. Ma al di là degli esiti elettorali, la nuova dicotomia che definisce l’Occidente si afferma e non ammette sindrome da torcicollo né esaltazioni acritiche: basso contro alto, popolo contro elite, esclusi e precari contro privilegiati e garantiti.

Aleppo liberata
Aleppo liberata

E’ l’ora dei fuochi che riscaldano Aleppo, simbolo della storia che non si arrende a considerarsi finita. Aleppo liberata – ché così sarebbe stata definita, se solo a interpretare i “buoni” in commedia non ci fossero stati il “cattivo” Assad e i suoi tremendi alleati russi, iraniani, libanesi – è l’emblema di un meccanismo che, dopo Afghanistan, Iraq e Libia, si inceppa, rendendo manifesta la crisi di una conduzione unipolare del mondo e aprendo la strada a uno scenario in cui l’arroganza trova un limite, concetto ferocemente combattuto nel sabba della modernità.
I fuochi avanzano, sotto le forme eterogenee dei “populismi” che incanalano, spesso con disordine e approssimazione, l’istinto naturale di ribellione di larga parte degli occidentali. Il rischio è che la tecnologia porti a compimento quella mutazione antropologica finalizzata a sterilizzare i popoli europei. L’ombra della sostituzione – che non è solo fenomeno demografico ed etnico ma progetto capillare di livellamento delle differenze, di costruzione di un nuovo tipo umano svuotato di ogni identità ma iper-connesso, riempito di qualsivoglia bisogno indotto, sempre più solo e senza radici – quell’ombra, non è mai stata cupa come oggi.
Come i fuochi possano ardere, riscaldando e non bruciando, è la sfida del nuovo anno e dei prossimi che verranno. In Italia il quadro politico è tanto desolante quanto incoraggiante è invece il fermento culturale che anima l’area di chi non s’arrende, inimmaginabile fino a qualche anno fa. Il blocco sociale cui far riferimento per invertire la rotta esiste e non è mai stato affollato come adesso: i “perdenti della globalizzazione”, che in massa votano Lega, Fratelli d’Italia e Movimento Cinquestelle, sono maggioranza nel Paese, complice l’impoverimento e la precarizzazione di gran parte di quella che un tempo si sarebbe chiamata classe media. Le periferie si ingrossano e avanzano, assediando le cittadelle finanziarie e mediatiche del privilegio. Interpretare la realtà, squarciare il velo delle ipocrisie progressiste, combattere ogni narrazione d’accatto e post-verità servendosi dei tanti avamposti culturali che spesso predicano nel deserto. Sono queste le priorità per chi voglia costruire un’area politica identitaria e sovranista che sappia caricarsi sulle spalle la sfida epocale che ci attende: trasformare i fuochi in luce.

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