L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 4 gennaio 2017

L'Euro è un Progetto che ha portato alla distruzione di redditto e diritti sociali, l'èlite si è accorta che in questa maniera muore la società italiana e anche loro. Il progetto dell'Euro è diventato un fallimento, è finito, bisogna solo decidere se il crollo deve essere pilotato o si aspetta che avvenga per implosione

 Euro sì, Euro no

Un bilancio amaro a 15 anni dalla sua introduzione


Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa
 

Ormai il tema non è più un tabù: aderire all'euro non ha portato bene né all'Italia né alla gran parte degli altri aderenti, ma esclusivamente alla Germania.

L'Euro è una moneta comune che rende impossibili quegli aggiustamenti valutari interni che tutti i paesi adottano in continuazione per correggere le proprie economie: gli USA hanno svalutato in continuazione il dollaro a partire dal 2000, fino a lasciarlo arrivare a quota 1,5 rispetto all'euro alla vigilia della grande crisi del 2008. La Cina ha messo per anni un blocco, detto peg, alla rivalutazione del remninbi rispetto al dollaro, usando le riserve in dollari accumulate con l'attivo commerciale per comprare titoli del tesoro americano. Ora compra asset in giro per il mondo, dalle terre in Africa ai porti ed alle industrie in giro per il mondo.

Anche la BCE, con il Quantitative easing, ha immesso liquidità per fare svalutare l'euro e rendere così più care le importazioni, al fine di riportare la inflazione al livello del 2% annuo. Così facendo, in un contesto di cedevolezza dei prezzi delle materie prime, ha ottenuto come unico risultato quello di agevolare le esportazioni dei paesi dell'Eurozona verso il resto del mondo. Conseguendo un risultato assurdo: mentre, in genere, si svaluta una moneta perché ha un disavanzo con l'estero, l'euro si svaluta nonostante la bilancia commerciale complessiva sia in attivo. Ma si tratta di una somma algebrica, in cui la Germania fa la parte del leone: è il Paese che si arricchisce di più con la svalutazione dell'euro, mentre gli altri rimangono appena alla linea di galleggiamento.

Ogni Paese tutela il proprio equilibrio interno, crescita economica in un contesto di tendenziale di piena occupazione a prezzi stabili e con la bilancia dei pagamenti correnti in equilibrio, attraverso la manovra del bilancio pubblico e della politica monetaria. Ma l'Eurozona è composta di Paesi con strutture economiche e condizioni diverse: ciò che va bene per uno può non andare bene agli altri.

Prima, con il Trattato di Maastricht, sono stati messi vincoli al deficit ed al debito pubblico, lasciando libero il debito dei privati e quello internazionale delle banche di crescere a dismisura.

Poi, con l'introduzione dell'euro, sono stati possibili disavanzi strutturali delle bilance dei pagamenti, come nel caso della Grecia o del Portogallo, che senza l'euro avrebbero portato ad una immediata svalutazione delle rispettive monete nazionali.

E' stato sottolineato da Paolo Savona e da Giorgio La Malfa, in una lettera aperta pubblicata dal Corriere della Sera il 27 dicembre scorso, intitolata “Berlino deve riflettere sul futuro dell'euro”, che l'euro ormai non è altro che un regime di cambi fissi, che ha favorito e continua a favorire la Germania. Se questa ultima avesse mantenuto il marco tedesco, avrebbe dovuto rivalutarlo in modo consistente e ripetuto riequilibrando così la sua bilancia commerciale, che invece ha accumulato oltre 1.200 miliardi di attivo a partire dalla introduzione dell'euro. In pratica, la Germania vende all'estero ma non compra dall'estero per un ammontare corrispondente: praticamente esporta disoccupazione. Se non vendesse in questa misura, avrebbe infatti milioni di disoccupati. Ma non comprando dall'estero, fa sì che negli altri paesi che importano dalla Germania ci siano milioni di disoccupati.

Il fatto è che l'euro non solo ha reso e rende impossibili gli aggiustamenti delle ragioni di scambio all'interno dell'Eurozona, ma ora la svalutazione determinata dalla politica monetaria della BCE, avvantaggia ulteriormente la Germania, che è arrivata ad avere un attivo commerciale record nel 2016, superiore all'8% del PIL.

La proposta di Savona e La Malfa pone una alternativa: o la Germania torma al marco, rivalutandolo, ovvero bisogna tornare ad un sistema di cambi fissi ma flessibili: in ogni caso, è la fine dell'euro.

La prospettiva che viene avanzata da Savona e La Malfa non è quella di una uscita solitaria dell'Italia dall'euro, evento che avrebbe ripercussioni difficilmente gestibili, ma di un ripensamento complessivo della unione monetaria basata sull'euro.

L'euro si trasformerebbe in una valuta di riferimento, come lo sono i Diritti speciali di prelievo all'interno del FMI, con un valore che dipende da quello delle monete che lo compongono, rapportate al peso nel paniere.

Euro e Germania 

Il punto da risolvere è uno solo: evitare che il peso del riaggiustamento di uno squilibrio sull'estero sia pagato solo da chi è in passivo, come avviene con le svalutazioni classiche. L'Italia, ad esempio, ha una bilancia commerciale che nel suo complesso è in attivo, ma questo risultato è il frutto di situazioni completamente diverse, visto che con gli Usa, la Gran Bretagna e la Francia esportiamo molto più di quanto non importiamo, mentre accade il contrario nei confronti della Germania e della Cina. Guarda caso, verso i due Paesi che vengono accusati di usare il cambio in modo scorretto.

Devono essere i Paesi che hanno un avanzo commerciale strutturale, principalmente Germania e Cina, a comprare di più: devono smetterla di accumulare attivi commerciali che usano come strumento di colonializzazione finanziaria.

Il commercio internazionale deve essere libero, ma equilibrato. Il commercio deve servire ai popoli per scambiarsi beni e servizi al presso più conveniente, non deve servire per accumulare ricchezze, sfruttando lo strumento delle monete.

A 15 anni dalla sua immissione sul mercato, l'euro dimostra di essere stato un fallimento: invece di aumentare il grado di cooperazione, il tasso di crescita e la convergenza, ha aumentato le disparità, rendendo alcuni Paesi debitori insolventi ed altri creditori tracotanti.

Se non si esce presto da questa trappola monetaria, con un sistema più equilibrato e flessibile, anche l'Unione europea potrebbe rivelarsi un altro sogno infranto.

http://www.teleborsa.it/Editoriali/2017/01/03/euro-si-euro-no-1.html#.WGyCUZLG5E4

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