L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 8 gennaio 2017

Magdi Cristiano Allam confonde volutamente la Strategia della Paura attuata attraverso il terrorismo, uccisione di civili inermi con la Migrazione di Rimpiazzo, dove la Fratellanza Musulmana in Europa ha la sua rete composta di associazioni e moschee, a volte, ma non sempre, le due strategie si sovrappongono spesso divergono, da qui le condanne di TUTTI del terrorismo

Ma il governo non si scordi i controlli in moschea

Il governo non deve limitarsi a prevenire le stragi islamiche, deve soprattutto scongiurare che i nostri figli finiranno domani per essere sottomessi all'Islam



Che la strategia italiana nella lotta al terrorismo islamico, illustrata il 5 gennaio dal presidente del Consiglio Gentiloni e dal ministro dell'Interno Minniti, confermata nell'intervista di ieri al Giornale dal capo della polizia Gabrielli, si concentri sul monitoraggio di internet e sul controllo dei detenuti islamici nelle nostre carceri, è un fatto doveroso dettato dalla contingenza.


È una decisione che trova riscontro nell'uccisione lo scorso 22 dicembre a Sesto San Giovanni di Anis Amri, lo stragista tunisino del mercatino di Natale di Berlino, tornato in Italia dopo esserci sbarcato da clandestino nel 2011 e aver trascorso 4 anni in 6 diverse carceri della Sicilia dove avviò il suo processo di «radicalizzazione». Tuttavia limitare, o anche solo focalizzare, l'attenzione sulla rete e sulle carceri sarebbe un errore grave. Questa strategia presenterebbe delle falle che ci farebbero perdere la visuale d'insieme e non ci consentirebbero di conseguire l'obiettivo della tutela della nostra società e della salvaguardia della nostra civiltà. Innanzitutto è vitale identificare la natura della minaccia, ovvero che si tratta di terrorismo islamico, perché diventa fuorviante continuare a indicarlo come terrorismo internazionale o jihadismo, con il sottinteso che l'Islam non c'entrerebbe nulla, riaffermando la tesi secondo cui i terroristi sono cattivi ma l'Islam è buono. Ebbene noi non sconfiggeremo mai il terrorismo islamico fintantoché non si avrà l'onestà intellettuale e il coraggio umano di affermare che è proprio l'Islam la radice del male, perché i terroristi islamici sono quelli che più di altri ottemperano in modo letterale e integrale ciò che Allah prescrive nel Corano e ciò che ha detto e ha fatto Maometto. Ne consegue che il nemico da combattere non sono singoli terroristi islamici ma è l'Islam che ispira e legittima le loro atrocità. In parallelo emerge una seconda falla, ritenere che l'arresto e l'espulsione di singoli terroristi islamici porrà fine alla minaccia. Sarebbe come immaginare che scalfire la punta dell'iceberg ci consentirà di ignorare la realtà dell'iceberg.

Il caso Amri, che in 18 mesi in Germania ha viaggiato con 14 passaporti e documenti d'identità falsi, ci conferma che i lupi solitari non sono schegge impazzite e isolate, ma lo strumento umano agevole e spregiudicato usato da organizzazioni terroristiche per colpirci a tradimento. Amri era il «robot della morte» forgiato da un «lavaggio di cervello» subito sia in carcere sia in clandestinità in Germania, a opera di predicatori islamici. Ecco perché solo ponendo fine al «lavaggio di cervello» noi sconfiggeremo questa «fabbrica del terrorismo islamico». 

La terza falla nella strategia governativa è nel concentrarsi sul mezzo ignorando il fine. Il terrorismo è solo il mezzo, ma è l'islamizzazione della nostra società il fine. I terroristi islamici perseguono il fine attraverso la violenza, mentre altre realtà islamiche più scaltre e subdole legate ai fratelli musulmani, ai wahhabiti, ai salafiti e più in generale i musulmani moderati che controllano le moschee, perseguono lo stesso fine di sottometterci all'Islam facendo leva sulla nostra paura dell'Islam.  

Ecco perché la quarta falla ci vede passare dalla padella alla brace: per sconfiggere i terroristi islamici tagliagole ci alleiamo con i terroristi islamici taglialingue, quelli che ci hanno imposto di legittimare l'Islam a prescindere dai suoi contenuti violenti. Se ci calassimo nella realtà dei sedicenti musulmani moderati comprenderemmo che loro hanno tutto l'interesse a collaborare con il governo per scovare e far arrestare i terroristi islamici, perché più terroristi si arrestano, più cresce la paura tra la gente, e più noi ci affidiamo a loro, agevolando il successo del loro obiettivo di islamizzarci in modo pacifico. Il governo non deve limitarsi a prevenire le stragi islamiche, deve soprattutto scongiurare che i nostri figli finiranno domani per essere sottomessi all'Islam.

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