L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 gennaio 2017

Polonia - tutti quelli che respingono il globalismo capitalistico che tanti danni ha prodotto e continua a produrre e che tentano un minimo di garanzie sociali vengono chiamati populisti

13 gennaio 2017

La Polonia di Jaroslaw Kaczynski laboratorio dei populismi

Controlla ogni centro decisionale. È alleato della Chiesa. Disprezza le élite dell’economia e dei media. Così un leader autoritario al potere cambia un Paese

Matteo Tacconi

Dal numero di pagina99 in edicola il 7 gennaio 2017
In Polonia il 2016 si è chiuso con tre giorni consecutivi di protesta, dal 16 al 18 dicembre, contro Diritto e Giustizia (PiS). È il partito di destra che ha stravinto le elezioni dell’ottobre 2015. Viene accusato di deriva autoritaria. Lo guida Jaroslaw Kaczynski: l’uomo più potente del Paese, ancorché senza cariche di governo. Le dimostrazioni – le ennesime dello scorso anno – sono scattate per via della riduzione drastica degli accrediti giornalistici in Parlamento, misura ritenuta lesiva della libertà di stampa. Sono state meno partecipate rispetto a certe altre tenutesi nei mesi addietro, ma paradossalmente l’eco mediatica è stata più forte. Questo perché, oltre che in piazza, c’è stata agitazione al Sejm, la camera bassa del Parlamento. Le opposizioni liberali, proprio il 16 dicembre, hanno occupato il podio della presidenza e fermato i lavori in aula.
All’inizio dell’anno il sit-in era ancora in corso, ma non più per protestare contro il regolamento sull’accesso della stampa a palazzo (il provvedimento è stato ritirato): adesso si pretende la ripetizione del voto sulla legge di bilancio, che la maggioranza, sempre il 16 dicembre, ha effettuato in un’altra sala, impedendo l’ingresso ai deputati di minoranza. Per costoro, questo passaggio è una ferita profonda per la democrazia polacca: la dimostrazione che Diritto e Giustizia, che da parte sua ha visto nelle proteste in aula e in piazza il principio di un golpe, considera il Parlamento come un bene privato. Non è l’unico strappo delle ultime settimane. Negli stessi giorni è stata completata la presa definitiva del Tribunale costituzionale, con il giuramento del nuovo presidente, Julia Przylebska, gradita al partito di Kaczynski. Il suo primo atto è stato insediare i tre giudici, sempre in quota Diritto e Giustizia, nominati dall’attuale Parlamento al posto di altri tre scelti – secondo legge – sul finire della scorsa legislatura, di marchio liberale.
Oggi Diritto e Giustizia controlla tutti i principali centri di potere dello Stato. Ha la presidenza, con Andrzej Duda; in Parlamento vanta la maggioranza assoluta dei seggi; il governo, presieduto da Beata Szydlo, è monocolore; alla radio-tv pubblica sono stati piazzati d’imperio dirigenti e giornalisti allineati; e del Tribunale costituzionale s’è appena detto. Va però aggiunto, su quest’ultimo, che oltre a modificarne gli equilibri interni a suo vantaggio, Diritto e Giustizia ne ha diluito con una serie di misure il potere di vaglio sulle leggi parlamentari, la sua funzione principale. Il che sulla carta rimuove ogni ostacolo alle riforme di Kaczynski, anche le più sensibili, come una recente legge, contestatissima, che va a toccare il diritto di assemblea. Da mesi la Commissione Ue chiede un passo indietro sul Tribunale costituzionale, denunciando l’alterazione del sistema di pesi e contrappesi che regola la vita di una democrazia.
Varsavia non sente ragioni e la rimprovera di andare oltre il proprio mandato, pretendendo di inceppare le riforme di un governo sovrano, voluto dal popolo sovrano. Sovranità è una parola chiave del lessico di Kaczynski, che assume sfumature differenti. È sovranità etnica, contro l’accoglienza dei rifugiati. Il governo precedente aveva detto sì, anche se obtorto collo, alle quote europee sulla loro ripartizione; quello attuale non rispetterà l’impegno. È sovranità nazionale, contro le ingerenze dell’Europa. Kaczynski la immagina svuotata di sostanza federalista e subordinata agli interessi degli Stati-nazione. È anche sovranità economica. Buona parte della destra polacca pensa che i dogmi del libero mercato, che hanno guidato la crescita dal 1989, con un ruolo importante dei capitali stranieri, vadano riconsiderati. C’è stato enorme sviluppo, ma la transizione ha fatto anche troppi vinti.
Da qui una strategia di rafforzamento della presenza dello Stato nell’economia e la somministrazione di dosi importanti di welfare, a partire dagli assegni familiari: 120 euro al mese a figlio, dal secondo in poi. Sono molti soldi, dato che il reddito medio lordo è sui mille euro. E poco importa se le stime sulla crescita sono state appena riviste al ribasso, complicando lo sforzo per fare protezione sociale. «Il Pil è un idolo delle élite economiche della Terza Repubblica», ha tagliato corto Mateusz Morawiecki, regista economico del governo. La Terza Repubblica, nata sulle macerie del comunismo, è per Kaczynski una storia da archiviare, perché viziata dal consociativismo tra gli eredi del regime, riciclatisi come uomini d’affari, e l’ala moderata di Solidarnosc, che scelse di negoziare con il nemico di sempre il passaggio alla democrazia. Kaczynski, che era tra i duri di Solidarnosc, punta a rifondare la Polonia. Vuole una rigenerazione morale, un rapporto meno mediato tra governo e popolo, uno Stato forte e attento ai deboli.
Sono gli stessi ingredienti della Quarta Repubblica, il programma politico-morale che assieme al gemello Lech, ex capo di Stato, deceduto in un tragico incidente aereo nel 2010, sdoganò nel 2005 quando Diritto e Giustizia vinse presidenziali e politiche (il governo durò solo due anni).
La novità di oggi – e qui torniamo all’accusa scagliata da Morawiecki alle élite – sta nella saldatura tra questo progetto storico, che si nutre anche della relazione speciale con la chiesa cattolica, e le tendenze moderne del populismo, in particolare il disprezzo per quei poteri forti, perbenisti ma predatori, che avrebbero dominato negli ultimi anni nell’economia e nei giornali. Un po’ ciò che dice Donald Trump, la cui elezione è stata descritta dal primo ministro Beata Szydlo come «una vittoria della democrazia malgrado la propaganda liberale». Vuol dire che Varsavia si ispirerà a The Donald? Ha più senso, forse, ribaltare i termini della questione. Per dirla con il titolo di un recente articolo del Washington Post, con Trump presidente e i vari Wilders, Le Pen, Grillo e Strache in crescita elettorale in Europa, la Polonia di Kaczynski è «una finestra su ciò che potrebbe accadere se i populisti andassero al potere».
[Fotografia in apertura di Wojciech Grzedzinski / Laif / Contrasto] 

http://www.pagina99.it/2017/01/13/polonia-jaroslaw-kaczynski-liberta-di-stampa-populismo-europa/ 

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