L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 31 gennaio 2017

Renzi continua a non capire niente, il suo tempo è finito, ha consumato la sua opportunità con le mance elettorali e non con una visione paese, un amore per l'Italia

lunedì 30 gennaio 2017 - 8:00


Renzi scalpita, Gentiloni tesse

Il decisionismo dolce di Gentiloni contro lo scalpitio di Renzi per andare al voto e le minacce di scissione















Dicono, ma naturalmente vai a sapere se sia vero, che in questi giorni sia al Quirinale che a palazzo Chigi tra le varie letture vi sia quel passo dell’’Odissea‘ di Omero che racconta dell’astuzia di Penelope, l’abbandonata moglie di Ulisse: assediata dalle pretese dei Proci, la donna promette di cedere ai desideri di uno dei pretendenti, ma prima vuole terminare la famosa tela: «…Finché il giorno splendea, tessea la tela/Superba, e poi la distessea la notte/Al complice chiaror di mute faci». Né manca il parlamentare latinista che ti cita il ciceroniano «Quasi Penelope telam retexens»: «ritessere la tela di Penelope».

Il fatto è che tanti invocano le elezioni anticipate, molti di più sono quelli che, a ragione, le temono; pochissimi le vogliono davvero. In questa fase politica, poi, molti preferiscono stare zitti. Chi tace, contrariamente a quello che dice il proverbio, dissente. E sono tanti, i ‘silenziosi’. Si comportano come i sottomarini tedeschi, i micidiali U-Boat, durante la seconda guerra mondiale: adagiati sul fondo, in agguato, immobili: ogni tanto emerge il periscopio, radar e sonar sempre in funzione; avvistano il convoglio nemico, scagliano il siluro, tornano ad adagiarsi sul fondo, mentre attorno a loro esplodono le bombe di profondità. Attendono. Il loro ‘fare’ è l’attesa. Quando meno te lo attendi, artigliano.

Ha già artigliato in profondità Romano Prodi, che pure non più di tre mesi fa si era schermito: «Non dò giudizi, sono in pensione»; e poi vota SI al referendum con una motivazione che è una condanna senza appello per Matteo Renzi. Massimo D’Alema assicura di essere più che mai impegnato all’estero con la sua fondazione, e intanto presiede riunioni, assemblee, convegni e incontri, dove diffida l’ex Presidente del Consiglio e Segretario del Partito: «O convochi il congresso, oppure, se si va prima ad elezioni anticipate, ognuno è libero di fare quello che meglio crede…». E fonda ConSenso, non un partito, ma quasi; chiama a raccolta tutti quelli che a sinistra hanno votato NO, e con loro dare vita a un nuovo soggetto politico. Non è una scissione, ma un ulteriore passo in quella direzione. La ‘ditta’ è ancora quella, ma la condizione è quella dei ‘separati in casa’ che non si dicono neppure più buongiorno o buonasera.

Renzi, si capisce, gioca allo spasimo l’unica carta che gli è rimasta in mano: quella delle elezioni a giugno. Nel Partito Democratico, sempre più una maionese impazzita, sono ormai parecchi a tracciare un macabro (e fortunatamente molto meno tragico) parallelo, quello degli ultimi giorni di Hitler nel bunker: quando il dittatore nazista fantasticava di inesistenti divisioni e reggimenti in grado di reagire all’avanzata degli Alleati, e di armi in grado di assicurare la finale vittoria. «Di quale 40 per cento alle elezioni vagheggia?», dice un fedelissimo di Pierluigi Bersani. «Renzi ha perso alle elezioni amministrative; ha perso il referendum costituzionale; al Parlamento Europeo è stato eletto il berlusconiano Antonio Tajani e ha perso il candidato del PD Gianni Pittella; la Corte Costituzionale ha smantellato l’Italicum che doveva essere il gioiello elettorale da esportare in Europa… Già è incredibile che sia ancora Segretario. A chi lo racconta che vuole vincere con il 40 per cento?».

E’ un pensiero diffuso, ma Renzi, per come si trova, non può che tentare questa specie di azzardato arrocco: prima che gli modifichino la legge elettorale; se riesce a far sciogliere le Camere buona parte del nuovo Parlamento risulterà composto da‘nominati‘: persone elette per una sorta di automatismo. Nel PD si calcola siano almeno cento i parlamentari che si troveranno in questa condizione: con il problema non tanto di venire eletti, quanto di essere candidati in quei collegi dove l’elezione è matematica. Ovvio che a stabilire chi saranno i ‘beneficiati’, oggi, sarà il Segretario e il suo entourage, agli oppositori resteranno le briciole. Poi, certo, come certificano tutti i sondaggi e le rilevazioni demoscopiche, gioco-forza si dovranno creare coalizioni. E qui ecco le formule più stravaganti: PD-Forza Italia e quelli che ci vorranno stare del centro-destra e dei centristi; oppure un francamente inquietante binomio Movimento 5 Stelle-Lega, cementato da un NO all’euro e all’Unione Europea, e altre fantasiose ipotesi.

Sono scenari che consigliano cautela, prudenza, e soprattutto lasciar governare l’Esecutivo guidato da Paolo Gentiloni: per decongestionare la situazione; assicurare quel clima di appeasement indispensabili per barcamenarsi tra le turbolenze dei mercati e delle borse, le emergenze del Paese, i problemi legati all’occupazione, i contesti internazionali per nulla facili, dalle bizzarrie di Donald Trump alle tensioni in Libia e Nigeria (in entrambi i Paesi ci sono corposi interessi petroliferi ed energetici targati ENI).
Uno statista dovrebbe tenere conto di tutti questi fattori; dovrebbe essere consapevole della debolezza strutturale del partito di cui è Segretario: che non riesce neppure a salvare il suo storico giornale, ‘l’Unità‘, condannata a quanto pare, a una ingloriosa e dolorosa agonia. Ma Renzi tutto è meno che uno statista. E’ un tattico che nulla sa di strategia; guidato da una boria che nulla giustifica e legittima, pensa di poter convincere della bontà delle sue tesi a colpi di tweet e pensierini affidati sul suo ‘blog’. Ha avuto le sua Stalingrado, la sua Normandia, chiuso nel bunker del suo blog imperterrito vagheggia rivincite e medita vendette.

Tre anni fa, Renzi in chiusura di un suo intervento alla direzione del PD pensa bene di citare il poeta austriaco Rainer Maria Rilke: «Immaginare il domani, non limitarsi ad aspettarlo. Il futuro è entrato in noi prima che ce ne accorgessimo».
Pensa di fare colpo, viene colpito. Il suo eterno oppositore Gianni Cuperlo, presa la parola, con sorridente perfidia scandisce: «Mi fa piacere che tu usi la mia stessa citazione, usata per il congresso di D’Alema ai tempi del PDS. Però sottolineo che non era beneaugurante, perché Rilke si riferiva all’avvenire come trapasso».
Passa il tempo, non la ‘fissa’ del futuro: il blog renzista si apre ora all’insegna de: «Il futuro prima o poi ritorna». Che cosa voglia dire e come possa, il futuro, ‘tornare’ solo Renzi lo sa: evidentemente, si identifica con il futuro, e dunque promette di tornare: Renzi due, la vendetta.
Propositi difficili da realizzare, e qui si torna a Penelope, alla sua tela. La Penelope di Palazzo Chigi. Qual è la forza di Gentiloni? Sì, la situazione generale, che consente pochi, pochissimi sbocchi ragionevoli e praticabili. Ma non solo. La forza di Gentiloni è nell’uomo: «La sua forza», riconoscono amici e avversari, «è nel metodo»: una personificazione del ‘gutta cavat lapidem‘.
Il metodo, ‘cantano’ gli estimatori, consiste nel «decisionismo dolce»: per natura flessibile, sa quando deve tenere duro; ma soprattutto vuole arrivare al momento clou senza strappi, la sua politica viene definita ‘dell’’inclusione selettiva‘. Ascolta, pondera, decide. Non indica, conduce; perfino, a volte, ti lascia credere che sia l’interlocutore a decidere quello che in realtà aveva già lui prefigurato e deciso.
Con Renzi, Gentiloni non rompe; ma non scatta neppure sull’attenti. E’ leale, ma cosa è andato a dire a Fabio Fazio, quando è stato intervistato a ‘Che tempo fa‘? «I governi non devono avere l’attitudine psicologica di essere all’ultimo giorno. Abbiamo tante cose da fare e finché avremo la fiducia…».
A Renzi saranno fischiate le orecchie. E quando monsignor Nunzio Galantino, Segretario della Conferenza Episcopale dei Vescovi, senza le fumisticherie tipiche del Vaticano fa capire chiaramente che il voto anticipato sarebbe meglio evitarlo, avrà certamente pensato che Gentiloni da sempre nelle sacre stanze è ben introdotto, e lui simili appoggi se li sogna.
Avrà, Renzi, cominciato a guardarsi attorno: perbacco, dicono che Michele Anzaldi, quello che non perde occasione per bacchettare le televisioni per quello che dicono e come lo dicono, sia ‘gentiloniano’. Perbacco, dicono che anche Luigi Zanda, capogruppo del PD al Senato, sia ‘buon amico di Gentiloni’. Perbacco, quel Prodi che diceva d’essere troppo vecchio per fare politica attiva, va e viene da palazzo Chigi, ascoltato, consultato, omaggiato. Perbacco: Prodi di Gentiloni dice: «Non è freddo, è calmo». Chiaro, no?

Perbacco: ve lo ricordate Marco Carrai, che l’amicissimo Renzi voleva a tutti i costi a guidare la potente cybersecurity? Niente da fare, dice Gentiloni, calmo. Perbacco, ve lo ricordate Luca Lotti, il potentissimo sodale di Renzi, ora relegato a Ministro dello Sport? Delega del Comitato di programmazione economica (CIPE)? Niente da fare, dice Gentiloni, calmo. Ve la ricordate Maria Elena Boschi, la iper renziana che, aveva promesso, si sarebbe ritirata anche lei a vita privata in caso di sconfitta referendaria? Tace, silente; e pare non sia più tanto convinta dell’opportunità di elezioni anticipate. Chissà, l’avrà convinta Paolo il calmo? E ora all’orizzonte nomine pesanti: ENI, ENEL, Poste, Fimeccanica.

Ah! Da ultimo, assieme alla Penelope di Omero e la storia della tela fatta di giorno, disfatta di notte, c’è chi si è premurato di ricordare che c’è una piccola regola che viene da Bruxelles, per tutti i Paesi membri dell’Unione: ogni volta che si cambia legge elettorale, è bene attendere almeno un anno, prima di andare ad elezioni, per consentire agli elettori di capire le nuove regole; e anche ai ‘competitori’, che si trovano a che fare con un nuovo sistema. Davvero vogliamo che un Presidente della Repubblica come Sergio Mattarella (è lui che deve sciogliere le Camere), e un Presidente del Consiglio come Gentiloni non tengano conto di questa ‘prescrizione’, una volta tanto giustificabile e ragionevole?

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