di Alfredo Mantici
A pochi giorni dalla fine del suo secondo mandato, il presidente
degli Stati Uniti Barack Obama sembra intenzionato a dimostrare che
l’impegno americano nella lotta al terrorismo prosegue senza
tentennamenti.
In Siria, dove l’atteggiamento ambiguo di Washington
è stato fonte di molti problemi – il Pentagono per quattro anni ha
rifornito di armi i ribelli anti-Assad senza fare molte distinzioni fra
“moderati” e islamisti – ora, al termine della sua presidenza, Obama
vuole dimostrare un attivismo effettivo e incisivo, forse per dimostrare
al mondo e al suo successore, Donald Trump, che l’America governata
dalla sua Amministrazione sul fronte della guerra ai jihadisti non è
stata seconda a nessuno, dunque nemmeno alla Russia di Vladimir Putin.
Il bombardamento americano su Idlib
Questa volontà sembra essere alla base dell’ultimo “incidente” che si
è verificato nel disgraziato teatro di guerra siriano, insanguinato da
ormai quasi sei anni di guerra civile. Il 3 gennaio un bombardiere strategico B52 della US Air Force ha bombardato la cittadina siriana di Sarmada, nella provincia di Idlib, uccidendo 20 persone.
Secondo il Dipartimento della Difesa americano l’azione è stata compiuta per colpire una formazione terroristica “legata ad Al Qaeda”. Di diverso avviso il capo di Stato Maggiore dell’esercito russo Valery Gerasimov,
il quale ha sostenuto in un comunicato ufficiale del 9 gennaio che la
decisione di inviare il B52 a bombardare Sarmada è stata presa dagli
americani “nonostante la città sia inclusa nell’area dell’accordo
per il cessate il fuoco tra governativi e ribelli e senza informare i
militari russi” e che nel bombardamento sono morti solo civili.
(Un bombardiere strategico B52 della US Air Force)
In effetti, l’operazione americana appare poco giustificabile perché
proprio nella provincia di Idlib sono affluiti alla fine di dicembre
35.000 tra insorti e civili provenienti da Aleppo, da dove erano stati
evacuati sotto la protezione delle Nazioni Unite al termine dell’assedio
della città, riconquistata completamente dalle truppe governative
grazie all’aiuto di russi e iraniani. Ai combattenti ribelli era stato
garantito un salvacondotto per raggiungere Idlib durante il cessate il
fuoco, in attesa dei colloqui di pace che inizieranno il prossimo 23 gennaio ad Astana, capitale del Kazakhstan.
L’attacco contro Sarmada non sembra avere spiegazioni razionali – a
meno di non pensare che con il bombardamento Washington abbia
intenzionalmente voluto sabotare la tregua – né tantomeno si comprende
perché sia stato usato un bombardiere strategico utile, forse, in un
bombardamento “a tappeto” (e cioè indiscriminato) e non certo per
un’operazione mirata. Certo la provincia di Idlib è, grazie agli accordi
di tregua, un’area nella quale si concentrano grosse formazioni di
ribelli ma anche numerosi civili sunniti che hanno preferito, per
ragioni politiche e confessionali, trovare rifugio in un luogo sicuro
lontano dalla longa manus delle milizie alawite fedeli al regime di Damasco.
La tregua ad Aleppo e l’instaurazione di un’area di sicurezza per i
ribelli, in attesa dei negoziati di Astana, è stata indubbiamente
percepita dall’opinione pubblica mondiale come un successo dell’impegno
militare e politico di Mosca nella regione. Quindi, il bombardamento
indiscriminato di Sarmada da parte degli americani desta notevoli
perplessità e autorizza il sospetto che sia stato deciso da Washington
per mantenere elevato il livello della tensione nello scacchiere siriano
e rendere più difficile al Cremlino la ricerca di una via di uscita
dalla crisi. Quando nello scorso mese di agosto gli americani decisero
di affiancare i russi nella guerra all’ISIS in Siria, vennero stretti
accordi tra i vertici militari dei due Paesi per svolgere azioni
coordinate contro i ribelli islamisti.
(Idlib, gli autobus per l’evacuazione dai villaggi sciiti dati alle fiamme dai ribelli)
Il precedente di Deir Ezzor
Il patto di cooperazione ebbe vita breve perché a settembre del 2015 l’aviazione americana colpì senza preavviso l’aeroporto di Deir Ezzor uccidendo
62 soldati siriani. Dopo un’inchiesta interna nel novembre successivo,
il Pentagono ammise che il bombardamento era stato un “errore riprovevole e non intenzionale dovuto essenzialmente al fattore umano”.
Il bombardamento di Deir Ezzor è stato ricordato nel suo intervento
dal generale Gerasimov, il quale ha sottolineato che da quell’attacco
compiuto “per errore” dagli americani contro le forze governative “lo Stato Islamico ha ripreso ad avanzare”.
Il fine mandato da dimenticare di Obama
A quest’accusa ha risposto lo stesso giorno il segretario alla Difesa americano Ashton Carter che nel corso di un’intervista all’emittente televisiva NBC ha accusato la Russia di “aver fatto virtualmente zero nella lotta contro lo Stato Islamico […] Sono intervenuti (in Siria, ndr)
dicendo che volevano combattere l’ISIS e per dare un aiuto a risolvere
la guerra civile. Non hanno fatto né l’una nell’altra cosa. Di
conseguenza noi abbiamo dovuto combattere l’ISIS da soli”.
(Chicago, 11 gennaio 2017: l’ultimo discorso da presidente di Barack Obama)
Parole dure, forse più adatte a una campagna elettorale piuttosto che
a spiegare perché un’Amministrazione che già per bocca del presidente
Obama ha ammesso di “aver combinato un casino (“a mess”)” in
Libia, negli ultimi giorni del suo mandato abbia deciso di accrescere il
conto delle vittime in Siria, mandando un bombardiere strategico a
colpire, senza giustificazioni militari apparenti, una cittadina coperta
da un accordo di tregua.
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