L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 14 gennaio 2017

Siria - gli ebrei amici intimi dei mercenari tagliagola, li proteggono in tutte le maniere

Internazionale

Attacco alla base aerea di Mezze. Damasco accusa Israele

Siria/Israele. L'aeroporto è stato colpito da missili sparati dal Golan, denuncia la Siria. Il governo Netanyahu non commenta. Sullo sfondo c'è la rabbia di Israele per la conferenza di pace che si apre domani a Parigi
Si respirava una calma carica di tensione ieri a Damasco dopo il raid israeliano di giovedì notte compiuto, secondo le autorità siriane con missili sparati dal Golan occupato, contro l’aeroporto militare di Mezze. Un attacco preceduto da attentato suicida a Kfar Suse nel centro della capitale siriana che ha fatto almeno otto morti. Tel Aviv non ha commentato l’accusa giunta da Damasco. I due attacchi, avvenuti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, hanno spinto non pochi siriani, anche in rete, a denunciare quello che leggono come un coordinamento tra Israele e le formazioni jihadiste schierate contro il governo di Damasco e il presidente Bashar Assad. L’agenzia statale Sana ha annunciato “ripercussioni” . Tuttavia è difficile immaginare che Damasco possa imbarcarsi in reazioni militari contro Israele mentre resta impegnata in un devastante conflitto interno, che coinvolge anche aree del Paese a pochi chilometri dalla capitale.
Negli ultimi anni Israele ha più volte colpito in Siria, senza mai rivendicare apertamente i suoi attacchi compiuti nei pressi di Damasco, lungo la frontiera tra Siria e Libano, a ridosso del Golan e nella Siria meridionale. Il governo Netanyahu, a ogni raid denunciato dai siriani, si è limitato a dichiarare che non consentirà il trasferimento di armi e razzi dalla Siria al movimento sciita libanese Hezbollah. Sino ad oggi però, tranne le immagini trasmesse dai siriani di incendi ed esplosioni, le autorità israeliane non hanno messo a disposizione foto, video o altri documenti a sostegno della tesi del passaggio di armi a favore di Hezbollah, alleato di Damasco. Da parte loro i siriani accusano Tel Aviv di collusione con l’opposizione armata. La base aerea di Mezze, già presa di mira a dicembre, è strategica anche per l’artiglieria siriana che da quel punto può prendere di mira le postazioni delle formazioni islamiste e jihadiste a est di Damasco.

Non è escluso che l’attacco missilistico dell’altra notte abbia avuto anche il fine di lanciare messaggi politici. Il governo Netanyahu forse ha voluto segnalare ad Assad che l’insediamento alla Casa Bianca, previsto tra una settimana, di Donald Trump renderà ancora più libere le mani di Israele. Trump se da un lato è poco interessato a prendere di mira il presidente siriano, come ha fatto Barack Obama, dall’altro proclama che la stretta alleanza con Israele sarà il pilastro della sua futura politica in Medio Oriente. Tel Aviv forse ha voluto ricordarlo alla Siria. Come è possibile che Netanyahu abbia voluto far sentire forte la sua “voce” in vista dell’apertura del negoziato turco-russo sulla Siria del 23 gennaio ad Astana, per mettere in chiaro che Mosca e Ankara dovranno tenere conto anche degli interessi di Israele nella soluzione politica che si vuole dare alla guerra civile siriana.
Se queste sono solo ipotesi, non ci sono invece dubbi sul fatto che Netanyahu sia impegnato in queste ore a silurare la conferenza di pace israelo-palestinese che si aprirà domani a Parigi, con la partecipazione di più di 70 Paesi. «La consideriamo una truffa palestinese sotto egida francese, il cui scopo è di adottare altre posizioni anti-israeliane», ha sentenziato il premier israeliano giovedì ricevendo il ministro norvegese degli esteri Borge Brende. Il presidente palestinese Abu Mazen invece, vista l’aria che tira a Washington, con Trump intenzionato a trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme che, così, verrebbe riconosciuta dagli Usa capitale dello Stato ebraico, punta a un maggior coinvolgimento della Russia. Abu Mazen ha chiesto con una lettera a Vladimir Putin di fare il possibile affinchè Trump rinunci a una mossa che avrebbe «un impatto disastroso». E attraverso il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat, ieri a Mosca, il presidente palestinese ha fatto sapere di essere pronto a incontrare Netanyahu in Russia. Abu Mazen preme anche su altri fronti. Oggi, spiegano i giornali palestinesi, durante l’incontro a Roma con papa Francesco non mancherà di chiedere il sostegno del Vaticano contro le intenzioni di Trump. Quindi ufficializzerà l’apertura dell’ambasciata della Palestina in Vaticano, prima di volare verso Parigi.

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