L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 1 febbraio 2017

L'Euro fa guadanare una montagna di soldi alla Germania. Doveva dirlo Trump gli euroimbecilli italiani non lo sanno

navarro attacca berlino
 
Consigliere di Trump: la Germania sfrutta i partner grazie a un euro sottovalutato
 
–di Roberta Miraglia
31 gennaio 2017 

 
Peter Navarro (a destra) con il presidente Donald Trump

La Germania sta usando la «gravissima sottovalutazione dell’euro» per sfruttare gli Stati Uniti e i partner europei. L’euro è «un marco tedesco camuffato», il cui valore troppo basso dà a Berlino un vantaggio sui principali partner. L’attacco di Trump alla politica commerciale della Germania, da tempo in rampa di lancio, è stato sferrato e la dichiarazione di “guerra” presentata, in un’intervista al Financial Times, da Peter Navarro, capo del Consiglio nazionale del commercio, organismo creato dal presidente americano per stabilire le linee della sua nuova politica economica.

Navarro ha aggiunto che è proprio a causa dell’enorme sottovalutazione dell’euro da cui la Germania trae vantaggi continui che gli Stati Uniti hanno deciso di abbandonare per sempre il trattato transatlantico con l’Unione europea. «Un grande ostacolo per considerare il Ttip come un accordo bilaterale - ha detto a Ft Navarro - è la Germania che continua a sfruttare gli altri paesi nell’Unione europea e anche gli Stati Uniti grazie a un “marco tedesco implicito” che è gravemente sottovalutato». Lo squilibrio commerciale strutturale di Berlino con il resto dell’Unione e con gli Stati Uniti «sottolinea l’eterogeneità all’interno della Ue. Dunque, il Ttip era un trattato multilaterale travestito da bilaterale».

Nella parole del consigliere Navarro c’è tutta l’intenzione, già trapelata, di fare della prima economia dell’Eurozona e della cancelliera Angela Merkel il principale antagonista delle nuove politiche statunitensi. Tra le prime dichiarazioni del neopresidente, del resto, aveva suscitato particolare attenzione la definizione dell’Unione europea come «veicolo» della Germania.

Pronta la risposta della cancelliera che a settembre chiederà agli elettori tedeschi un quarto mandato. «Non esercitiamo alcuna influenza sulla Banca centrale europea - ha detto Merkel da Stoccolma dove si trova in visita - sicché non posso e non voglio cambiare la situazione attuale. Le aspettative sui tassi di interesse e il conseguente impatto sul cambio sono qualcosa che il governo tedesco non può influenzare». È chiaro, ha continuato Merkel, che un cambio basso dell’euro nei confronti del dollaro «rende i nostri prodotti più convenienti all’estero e ciò tende a gonfiare le esportazioni». Inoltre, ha fatto notare la cancelliera, «noi ci sforziamo di stare sul mercato globale con prodotti competitivi in un commercio ad armi pari con tutti gli altri».

Due notizie, lunedì, hanno dato la misura di quanto l’attacco dei nuovi Stati Uniti a Berlino e alla sua potenza commerciale fosse solo questione di ore.

La prima: il surplus delle partite correnti tedesco, ha resto noto l’istituto Ifo di Monaco, si avvia a essere il più elevato al mondo, avendo messo a segno un altro record nel 2016 con 297 miliardi di dollari (contro i 271 del 2015), superando nuovamente la Cina. Con l’8,6% del Pil il surplus si pone ampiamente al di sopra del 6% raccomandato dalla Commissione europea che accusa Berlino di essere responsabile di uno squilibrio macroeconomico che nuoce all’economia dei partner Ue. 



l’intervento
25 gennaio 2017
L’Europa ha in mano il suo destino

Non è soltanto l’Europa né l’amministrazione Trump a chiedere alla Germania un “riallineamento”. Anche il governo Obama infatti, per voce del suo segretario al Tesoro, aveva in passato puntato l’indice contro l’attivo del gigante mondiale dell’export, invitando il paese a politiche di sostegno della domanda interna attraverso, ad esempio, tagli fiscali cospicui, resi possibili da un bilancio pubblico in surplus. Ma il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble si è finora opposto, all’interno della Cdu, a mettere in cantiere riduzioni di imposte troppo generose.
 
Berlino sembrerebbe incontenibile, dunque. Ma un portavoce del ministero dell’Economia tedesco ha sottolineato che per quanto il surplus risulti elevato, lo squilibrio non sarebbe «eccessivo». Ha aggiunto che il governo di Angela Merkel ha stimolato la domanda interna varando nel 2015 la legge sul salario minimo. Ha specificato due cifre sul surplus: quello con i partner dell’Eurozona si è dimezzato negli ultimi anni, passando dal 4% del 2007 al 2% del 2015.

Gli squilibri commerciali, dunque, si stanno riducendo all’interno dell’area euro mentre la potenza dell’export morde di più i partner anglosassoni: il 44% dell’attuale surplus tedesco è dovuto alle relazioni commerciali con Stati Uniti e Gran Bretagna.

Nel 2015 gli Usa sono diventati il primo mercato di destinazione delle merci tedesche superando la Francia dopo quarant’anni. 

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