L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 febbraio 2017

Lo Stato non deve vendere un bel niente e tenersi strette quelle poche aziende ancora rimaste e che non sono state regalate, anzi... Telecom, Ilva cosa si aspetta sono assets strategici...

LE AUDIZIONI IN PARLAMENTO
«Così faremo luce sulle società partecipate»

25 febbraio 2017


Caro direttore, grazie per aver affrontato senza pregiudizi ideologici il ruolo dello Stato azionista con l’intervento di Luigi Zingales, pubblicato sul Sole del 19 febbraio. E poiché Zingales si augura che le questioni da lui sollevate siano trattate anche nelle imminenti audizioni degli amministratori delegati delle principali aziende a controllo pubblico presso la Commissione Industria del Senato, devo a lui e ai lettori del Sole 24 Ore una risposta compiuta.

Anzitutto, assicuro che i punti di Zingales già sono compresi nei quesiti anticipati ai capi azienda. Le audizioni offriranno ai manager l'opportunità di dire la loro su questi e su altri punti controversi dei bilanci e dei business plan. Tra lunedì prossimo e l'8 marzo verranno ascoltati gli esponenti di Terna, Leonardo, Enel, Fincantieri, Poste Italiane ed Eni. La Commissione discuterà l'analisi conclusiva del relatore e approverà una risoluzione per il Governo qualche giorno prima della presentazione delle liste del Tesoro per i nuovi consigli di amministrazione.Intendiamoci: la responsabilità delle nomine era e resta in capo al ministero dell'Economia. Negli anni scorsi, a differenza dell'era Ciampi, il Mef ha seguito sempre più le indicazioni di Palazzo Chigi. In futuro, potrebbe far tesoro anche dell'esperienza e delle opinioni dei ministeri di riferimento delle diverse imprese, in particolare del ministero dello Sviluppo economico.

Ma questi sono problemi del Governo. L'iniziativa della Commissione Industria ha lo scopo di avere più informazione su quattro temi principali: il rendimento per l'azionista, il posizionamento strategico dell'impresa, la remunerazione dei vertici in paragone con il costo medio del lavoro consolidato e italiano, i requisiti di onorabilità e il contrasto dei conflitti d'interesse. Nessuna invasione di campo, dunque, tra Parlamento, Governo e imprese. Ma anche nessuna abdicazione al ruolo di ciascuno, nella consapevolezza che, abdicando, si rende opaco l'esercizio del potere e dunque - la storia insegna - si rischia di favorire rapporti indicibili tra politica e gruppi di interesse. Zingales scrive: preferirei che lo Stato vendesse tutte le sue partecipazioni, e tuttavia, se le conserva, allora deve esercitare fino in fondo le funzioni dell'azionista. Lo confesso: è musica per le mie orecchie. Personalmente, ritengo che lo Stato non debba vendere tutto, ma, caso per caso, debba scegliere se conservare certe partecipazioni rilevanti (quelle di cui si parla), se debba pure acquisirne alcune (Mps o Ilva, per esempio) o se ne debba cedere o rifiutare altre (Alitalia, per dire). Ma il punto cruciale è quello che ribadisce Zingales: dove eserciti il controllo, devi assumerti le relative responsabilità. E come? Ben sapendo che lo Stato non è un investitore qualsiasi. Certo, non può trascurare il profitto.

A buon diritto, sottopone a scrutinio le prestazioni del management. Ricordo un capo azienda che paragonava la sua prestazione a quella di un campione di peer scelti da lui medesimo e non all'indice settoriale globale o ai peer classici. La Commissione non tenne conto di quel paragone di comodo. Ma perseguire lo shareholder value, per quanto correttamente calcolato, può esaurire gli obiettivi dello Stato azionista? Credo di no. Lo Stato azionista è lo stesso Stato che protegge il risparmio, tutela l'ambiente, sostiene la ricerca e rispetta i contratti di lavoro. Sono vincoli in più? Lo si dichiara e la Borsa ne terrà conto. Si potrebbe perfino scoprire che i mercati considerano taluni vincoli correnti alla stregua di promesse di vantaggi futuri.Lo Stato, poi, promuove la concorrenza. Schizofrenia? In teoria, è così: controlla un'azienda e le toglie privilegi... Ma la politica, come la vita, non obbedisce a schemi semplificati. E allora lo Stato non potrà non essere un azionista un po' speciale che valuterà se il costo medio del capitale investito da riconoscere all'Enel o a Terna sia calcolato in misura e su basi regolatorie tali da remunerare ragionevolmente investimenti utili al Paese o se dia luogo a rendite di posizione per i soci (al 70% privati) che paga il consumatore, parente stretto del contribuente. Il Governo vuol cedere un pacchetto di azioni di Poste Italiane. Nulla quaestio in via di principio. Ma da dove vengono i margini di questa società? Quanto dal mercato e quanto da trasferimenti diretti e indiretti del Tesoro? E allora conviene di più cedere in Borsa un 30% o girarlo alla Cassa depositi e prestiti?Potremmo proseguire, e magari ripensare il ruolo dei presidenti dei board: se debba essere un impegno marginale, e come tale remunerato, o se debba rappresentare un'istituzione a tutela della società, anche di fronte al capo azienda. La storia delle imprese racconta di molti disastri combinati da manager soli al comando. Ma per ora basti dire con Zingales: vogliamo più luce. Più luce anche sulle questioni etiche, che concorrono a formare la reputazione delle grandi imprese, senza peraltro cedere al giustizialismo che, nella competizione globale, finirebbe con il relegare l'Italia nel girone degli autolesionisti.

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