L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 4 febbraio 2017

Vladimiro Giacchè - gli euroimbecilli italiani dovrebbero sapere che la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito e Noi Italiani non ce lo possiamo permettere ne lo vogliamo

Vladimiro Giacché 

– Intervista impossibile sull’euro 
[pubblicato su Linus, febbraio 2014, pp. 24-25] 

Immaginiamo di fare un viaggio nel tempo. Siamo in Italia, alla metà degli anni Novanta. È in pieno corso il dibattito sull’opportunità o meno, per il nostro Paese, di entrare nella moneta unica europea. Immaginiamo che un giornalista favorevole all’euro intervisti un importante economista. E che questi, dotato di singolare preveggenza, esprima il suo scetticismo sulla moneta unica alla luce di quanto è poi effettivamente successo. 

L’intervista che ne verrebbe fuori sarebbe questa. 

DOMANDA: Professore, perché è contrario all’euro? 
RISPOSTA: Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna. 

D: Ma l’adozione di una moneta unica non sarebbe auspicabile già soltanto per il fatto di allineare tra loro i tassi reali dei diversi paesi che ne fanno parte, eliminando così l’inflazione, che rappresenta un problema tradizionale per il nostro Paese? 
R: Nonostante i progressi compiuti, persiste da noi una notevole differenza di inflazione, di costi e prezzi rispetto alle altre economie europee: nella migliore delle ipotesi l’accostamento alla media europea potrà essere solo graduale. Sarà comunque impossibile, sia per noi sia per gli altri paesi, adeguarsi al ritmo di inflazione previsto per la Germania che rappresenta una fattore di squilibrio non minore di quanto non sia il nostro ritmo di inflazione. 

D: Lei quindi non ritiene che il vincolo esterno rappresentato dall’impossibilità di svalutare ci aiuterebbe a risolvere i nostri problemi strutturali senza avere più la facile via di fuga rappresentata dalle svalutazioni competitive? Non sono pochi gli economisti che si sono convinti di questo. Tra loro ci sono anche economisti che per molto tempo avevano pensato il contrario… 
R: Gli svalutazionisti di altri tempi sono oggi rivalutazionisti, illudendosi, in base al più recente dei loro modelli, che il problema della nostra inflazione possa essere affrontato con successo imponendo alla lira l’onere di una rivalutazione. Occorre - si ragiona – una costrizione esterna affinché la nostra economia segua i comportamenti necessari per il suo risanamento. Il sistema monetario europeo è uno strumento che offre questa costrizione, perché rende più duro e rigido il vincolo esterno. L’esperienza di altri Paesi e la riflessione ci inducono a non accogliere questa tesi. 

D: Ma non pensa che l’esistenza stessa di una moneta unica, di un sistema monetario europeo finalmente integrato imprimerebbe nuovo slancio alla grande idea dell’unità europea, l’idea di Altiero Spinelli e quella che, in fondo, fu alla base della creazione della Comunità Economica Europea nel lontano 1957? 
R: Si ritiene che l’edificazione del sistema monetario rappresenti il primo sussulto dell’idea europea dopo anni di letargo; l’occasione non può e non deve andare persa; pur 2 di rafforzare la Comunità, occorre sopportare anche i sacrifici che derivano dalle imperfezioni tecniche del sistema. Questo è un argomento che occorre valutare con attenzione, perché è il più serio e il più nobile che ci venga offerto. Obiettare a questo argomento è pericoloso, perché si rischia di essere marchiati di antieuropeismo, si rischia di essere marchiati come nazionalisti, come retrogradi, perché esiste anche una sorta di terrorismo ideologico europeistico. Ma obiettare si deve. Sono quelle del sistema monetario, imperfezioni tecniche o non piuttosto i difetti di una creatura nata politicamente male e politicamente malformata? Non derivano, queste imperfezioni, dagli egoismi nazionali degli altri paesi più forti della Comunità? Perché mai, altrimenti, i costi che ci si chiede di sopportare dovrebbero essere solo i nostri, mentre non paiono esservi costi per i paesi più forti? 

D: Cosa intende dire? A quale asimmetria si riferisce? 
R: All’asimmetria di trattamento fra paesi che si trovano in disavanzo e paesi che si trovano in avanzo. La riduzione delle riserve e la difficoltà di rinvenire prestiti obbliga i primi – i paesi in disavanzo – a politiche interne restrittive, ma non vi è alcuna sanzione che obblighi i paesi che accumulano riserve ad adottare politiche interne più espansive

D: Non ritiene che proprio entrando nell’euro l’Italia possa finalmente porsi su un piano di parità con i paesi più forti dell’Europa? 
R: Non basta il pagamento di una quota di abbonamento assai ‘salata’ per ottenere la vera eguaglianza con gli altri membri. Questa eguaglianza ce la dobbiamo costruire noi, con le nostre mani, con i nostri sacrifici, e per questo dobbiamo ottenere e sollecitare un consenso. Ma questo consenso non lo si ottiene con le formule monetarie o con le imposizioni esterne. * * * 

Questa intervista non è mai avvenuta. Ma, se le domande sono inventate, non lo sono le risposte. Esse sono tratte (senza alcuna modifica) da un discorso parlamentare del professor Luigi Spaventa, parlamentare eletto nelle liste del PCI come indipendente di sinistra. Il discorso fu pronunciato il 12 dicembre del 1978, ossia alla vigilia dell’ingresso dell’Italia non nell’euro, ma nel sistema monetario europeo – che fra l’altro era meno rigido di una moneta unica, in quanto prevedeva una “banda di oscillazione” (ossia una sia pur limitata flessibilità del cambio rispetto a una parità centrale tra le monete che facevano parte del sistema). Il PCI votò contro, e fu questo uno degli elementi decisivi per la fine dei “governi di unità nazionale”. 

Luigi Spaventa è scomparso poco più di un anno fa, il 6 gennaio 2013. Con un certo stupore – avendo avuto la fortuna di conoscerlo e sapendolo poi fautore della moneta unica – ho letto il discorso parlamentare qui riportato. Si tratta di un discorso di straordinaria lungimiranza, per diversi motivi. Il primo è che in esso sono contenuti tutti i problemi che oggi, a distanza di 35 anni anni, angustiano l’Europa

  • gli egoismi nazionali, i costi di riaggiustamento iniquamente ripartiti tra paesi creditori e paesi debitori, 
  • una politica economica che ruota attorno al feticcio della stabilità della moneta, senza minimamente curarsi dei suoi costi sociali. 
Il secondo è che tutti i pericoli denunciati da Spaventa si sono materializzati

  • l’inefficacia della rigidità del cambio per promuovere adeguamenti della struttura economica 
  • e il persistere di un differenziale d’inflazione tra l’Italia e gli altri paesi, con conseguente perdita di competitività (alla quale, in assenza di svalutazioni competitive, si può rimediare soltanto attraverso la cosiddetta “svalutazione interna”, ossia la riduzione dei salari). 

Ma è soprattutto il rischio menzionato nella prima risposta a essersi materializzato. Per avere la fotografia esatta della situazione attuale è sufficiente rileggere quella risposta limitandosi a modificare il verbo iniziale: 

  • “Quest’area monetaria è oggi un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito
  • Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna”. 

Ma è precisamente l’ostinato rifiuto, da parte della Germania, di effettuare politiche economiche espansive, combinato con la rigidità del vincolo monetario, a sottoporre la stessa unione monetaria a tensioni che si stanno rivelando insostenibili e che quindi ne ipotecano il futuro. Sarebbe importante capirlo, a dispetto del “terrorismo ideologico europeistico” che avvelena, oggi più che allora, il dibattito su questi temi. 

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