L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 marzo 2017

Anche Trump ha assestato un K.O. al Globalismo Capitalistico, la lotta diventa con gli Stati Identitari Capitalistici

Trump osservazioni dell’economista Nino Galloni

Le parole di Donald Trump al congresso potrebbero segnare la fine di un'era con l'economia liberista che vuole dominare il mondo. La riflessione di Nino Galloni.


Da Scenarieconomici una riflessione dell’economista Nino Galloni sul recente discorso di Donald Trump. Una riflessione sul possibile tramonto del mondialismo liberista può essere la deduzione naturale dalle parole pronunciate da Trump. Buona Lettura.

Il discorso che Trump ha tenuto al Congresso due giorni fa merita qualche commento.
Ha detto, testualmente, che quindici anni di intervento militare in Medio Oriente sono costati 6.000 miliardi di dollari (quasi metà dell’intero pil Usa di un anno) senza alcun risultato utile; anzi, dice Trump, se i miei predecessori, in questi 15 anni, fossero esclusivamente andati al mare, avremmo risparmiato vite umane, 6.000 miliardi e la situazione in Medio Oriente sarebbe decisamente migliore.

Ma passiamo ad un altro aspetto del suo discorso: se avessimo ammesso negli Usa solo immigrati con elevate qualifiche professionali e non anche per spingere al ribasso i nostri salari e stipendi, la domanda interna si sarebbe sviluppata e, con essa occupazione e competitività.
Adesso, senza entrare nel merito alla sostenibilità di questo modello keynesiano semplificato (che si baserebbe su meno importazioni), resta un fatto lampante: la frattura totale col liberismo internazionalista che ha imperato dall’inizio degli anni ’80 in poi e che ha avuto come primario obiettivo la riduzione di salari, occupazione e influenza politica dei lavoratori e della classe media proprio nei Paesi di più antica industrializzazione.

Quindi, poiché Trump non scherza, ma non è nemmeno diventato comunista (pur dando così fastidio ai grandi centri del potere finanziario) ed ha una formazione calvinista liberista, l’elemento che viene a cadere pare proprio il mondialismo. Allora, un liberismo nazionalista o nazionale o patriottico cosa comporterà?
Sappiamo cosa hanno prodotto socialismo e nazionalismo, nel passato: ma, allora, il nazionalismo era connotato da aggressività; oggi, invece, dovrebbe collegarsi alla capacità dei popoli di riprendere la via dello sviluppo attraverso la sostituzione delle importazioni ed il reciproco rispetto.

Nell’America di Trump – spaccata a metà rispetto alle correnti culturali e di pensiero che sono emerse dopo gli anni ’60 – il liberismo nazionalista dovrebbe riproporre i principi della competitività e dell’impegno nel lavoro propri dell’antica cultura nordamericana legata ai valori delle classi medie e dei probi pionieri.
Dall’altra parte, l’evoluzione dei rapporti con gli altri colossi del pianeta segnerà la fattibilità di accordi forti contro lo strapotere della finanza mondializzata e per la ripresa di uno sviluppo vero, basato sul lavoro, le infrastrutture intercontinentali, la collaborazione tra i popoli.

di Nino Galloni per Scenarieconomi.it

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