L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 marzo 2017

Che pena, una cerimonia autoreferenziale lontano dalle persone, le posizioni spaziali sono importanti per capire la realtà


Dettagli Pubblicato: 28 Marzo 2017


di Giulietto Chiesa
Dopo la solenne celebrazione del 60-esimo anniversario dei trattati di Roma, avvenuta sotto le nuvole della minaccia (inventata) dei black blok e di ben cinque manifestazioni di varia protesta (del tutto pacifiche) nella capitale italiana, la solita Europa è tornata a rinchiudersi nei suoi palazzi di Bruxelles e Strasburgo.

La crisi dell'attuale Europa è risultata evidente anche nel corso della solennissima cerimonia in Campidoglio. Nasconderla è stato impossibile nonostante gli applausi che i 28 membri si sono scambiati vicendevolmente. Le immagini delle firme commemorative, con le penne che scivolavano sul foglio della storia, hanno mostrato che i 28 sono molto diseguali tra di loro, assai di più di quanto non lo fossero i padri fondatori dell'Europa di 60 anni fa.

Il processo di omogeneizzazione, il superamento delle profonde differenze sociali, politiche istituzionali — che era allora nelle intenzioni e nei documenti fondatori — non solo non è andato avanti, ma si è arenato, a quanto pare irreversibilmente. Alla "cooperazione" di Roma 1957, ai progetti di "riequilibrio", di "armonizzazione", di "superamento delle differenze" che avevano caratterizzato la partenza della creazione dello "Stato Europeo", è subentrato il pensiero unico dominante della "concorrenza", della "competizione", di Maastricht e di Lisbona. E la competizione si è dilatata fino a ingoiare totalmente la solidarietà. Anche quella interna. L'Europa di oggi, dopo l'inconsulto e affrettato allargamento a 28, è dilaniata da una concorrenza interna che impedisce ai minori — a cominciare dai PIGS del sud — di avvicinarsi ai più forti del nord.

L'infinita caduta della Grecia aleggiava nell'augusta aula romana mentre i leader europei assistevano, senza applaudire, al procedere di Aleksis Tsipras — testa china, senza sorriso — verso una firma che doveva apparirgli piuttosto con un cappio scorsoio. Ma la Grecia sofferente è piccola. Mancava all'appuntamento di Roma il grande Regno Unito, è mancherà per generazioni. A rendere piuttosto patetico il grido di vittoria di Juncker: "celebreremo qui anche il centenario". Forse, ma è molto difficile, oggi, immaginare quale sarà la celebrazione, o la commemorazione del 2057.

Resta da vedere cosa pensano di questa Europa i suoi cittadini, o sudditi che dir si voglia. E non è un bilancio entusiasmante. Secondo un sondaggio promosso dall'ISPI (Istituto di Studi per la Politica Internazionale) e realizzato dall'IPSOS, solo il 7% degli italiani esprime un giudizio "molto positivo" sul ruolo svolto dall'Unione Europea in questi decenni. Mentre il 33% da un giudizio negativo e il 14% "molto negativo". Insieme valgono il 47%, superando di un punto percentuale i giudizi "positivi" (e anch'essi condizionati da una critica al "prevalere degli egoismi nazionali").

E non si deve trascurare che gli italiani che pensano di avere ricavato "più vantaggi" all'interno della Unione Europea sono solo il 24%, mentre quelli che pensano il contrario sono il 32%. Del resto è un dato riconosciuto da tutti gli osservatori che gli "euroscettici" sono in crescita in tutti i paesi europei. E questo per motivi addirittura opposti tra di loro, che però indicano l'esistenza di fratture diverse e più complesse: non solo tra sud e nord (prevalentemente per ragioni economiche e sociali), ma anche tra est e ovest (in particolare sul tema dell'immigrazione).

Dunque se è vero che parlare di un imminente tracollo dell'Unione è sicuramente esagerato, non è affatto fuori luogo parlare sia di crisi dell'idea europea, sia di un grave disagio nel rapporto tra cittadini europei e istituzioni attuali dell'Europa. Il futuro è incerto e, senza una profonda revisione di principi, sono in molti a ritenere che questa Europa non potrà affrontare collettivamente le grandi sfide del futuro del mondo.

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