L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 marzo 2017

E' nel nostro interesse difenderci dal Globalismo Capitalistico, dal Pensiero Unico Politicamente Corretto e per farlo dobbiamo ricostruirci simbolicamente e spiritualmente, dobbiamo ricominciare a sognare, a progettare, a vivere

RIPARTIRE DALL'INTERESSE NAZIONALE

di Diego Fusaro

Come nell’Italia del dopo-guerra si partì dalla ricostruzione materiale, così oggi è di vitale importanza operare una vera e propria ricostruzione simbolica e spirituale.

Occorre, in primo luogo, ricategorizzare la realtà, per pensare altrimenti rispetto a come ci hanno abituato le tutto fuorché neutre grammatiche dominanti: il cui solo fine è la glorificazione dell’esistente nella sua reale configurazione e nei suoi concretissimi rapporti di forza.

Le vecchie mappe concettuali non tengono. Gli schemi sono saltati. Occorre aggiornare le categorie del pensiero, al cospetto di un reale che è esso stesso venuto mutando. Il fuoco prospettico attorno al quale deve orbitare la ricostruzione simbolica e spirituale di cui si diceva deve essere un ripensamento critico e problematizzante della categoria di mondializzazione. Solo così può tornare a istituirsi un pensiero critico e sottratto alla presa letale del pensiero unico dominante e santificante i rapporti di forza.

La mondializzazione ha fallito e continua a fallire. Sta generando un mondo sempre più diseguale, come ci hanno variamente insegnato economisti come Stiglitz e Piketty.

In forza dei processi sradicanti e delocalizzanti della globalizzazione, si sta sempre più producendo, su scala planetaria, una linea divisoria nettissima: la quale traccia un solco invalicabile tra i signori della finanza, della borsa e del competitivismo senza frontiere, da una parte, e degli sconfitti del mondialismo, dall’altra. Tra questi ultimi troviamo, per la prima volta dalla stessa parte, le classi lavoratrici e le classi medie: il proletariato portatore di forza lavoro fisica, il precariato portatore di forza lavoro neuronale, i ceti medi borghesi, la piccola imprenditoria locale letteralmente massacrata dal competitivismo globale e dalla finanza irresponsabile.

Il solo modo per tutelare gli interessi reali degli sconfitti della mondializzazione, pur nella loro eterogeneità, è ripartire dall’interesse nazionale: dall’interesse della nazione come unione di lavoratori e piccola imprenditoria locale; dall’unione delle classi che vivono-del-loro-lavoro, contro il parassitismo del capitale finanziario e dell’aristocrazia finanziaria apolide e sradicata. Di qui occorre partire.

È una questione di vita o di morte.

D. Fusaro

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