L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 18 marzo 2017

Eugenio Orso - Il Globalismo Capitalistico ha svuotato la democrazia trasformandola in tirannia

L’inganno della democrazia di Eugenio Orso

Pubblicato il 17 marzo 2017

Quella della democrazia politica e delle sue giustificazioni metafisiche e filosofiche, in epoche più vicine a noi di natura ideologica, è una storia lunga. Una storia lunga più di venticinque secoli.

Se vogliamo, possiamo partire, accademicamente, dal pensiero del sofista greco Protagora (V secolo avanti Cristo), sostenitore di quella democrazia che appariva giusta all’intera città (la Polis), non soltanto a singoli politai, quella stessa democrazia che era stata data all’uomo niente di meno che da Zeus in persona. Il padre della sofistica, Protagora di Abdera, era fiducioso nel buon uso della tecnica politica da parte degli umani, quale dono della suprema divinità dell’Olimpo, per consentire loro di associarsi nel reciproco rispetto, praticando la giustizia.

Non così il celeberrimo Platone, che dedicò addirittura uno dei suoi dialoghi a Protagora, in cui non poteva mancare la figura del maestro Socrate, per sconfessare i sofisti e la sofistica. Platone fu un lucido critico della democrazia nel mondo antico, in contrasto con il primo ”ideologo” democratico Protagora, per il quale, grazie ai doni di Zeus distribuiti più o meno equamente nell’umano genere, gli uomini erano tutti dotati, almeno in potenza, della virtù politica ed erano mediamente consapevoli, liberi e in grado di gestire al Polis.

Ciò che Platone metteva in luce criticamente erano i punti deboli del pensiero del sofista, come l’uguaglianza fra gli uomini, tutti dotati almeno in potenza delle stesse virtù, compresa quella politica, come se fossero stati fatti con lo stampino. In verità, secondo Platone, pochi erano quelli in grado di far prevalere la razionalità su desideri e impulsi irrazionali, agendo nell’interesse generale per il bene collettivo.

Gli uomini non sono fatti con lo stampino, per come la vedo io (manco a dirlo, vicino più a Platone che a Protagora), l’uguaglianza è una faticosa conquista – non qualcosa d’innato – da gestire con cautela e lungimiranza, e i presupposti più antichi della giustificazione/legittimazione del “sistema democratico”, fondato su una discutibile uguaglianza ben stigmatizzata da Platone, sono fondamentalmente errati.

Paradossalmente, aveva ragione l’autore de La Repubblica e del Protagora, quando ammoniva che dalla democrazia alla tirannide, pur transitando attraverso la controversa figura del demagogo, il passo è breve, nonostante la democrazia avrebbe dovuto rappresentare l’opposto della tirannide. Questo pericolo, con le dovute cautele e differenze, è di grande d’attualità ai giorni nostri. Anzi, nel nostro presente, migliaia d’anni distante dal tempo del grande filosofo ateniese, la democrazia si è già trasformata in una strisciante e mascherata tirannia. Non di un uomo solo, demagogo e animato da volontà di potenza individuale, ma di una ben precisa classe dominante, al vertice della piramide sociale.

E’ chiaro che la democrazia della Polis antica, con la partecipazione diretta dei soli maschi adulti nati da genitori provvisti di cittadinanza, unici nella pienezza dei diritti, è alquanto diversa da quella rappresentativa di matrice liberale, caratterizzata dal suffragio universale.Tuttavia, qualche confronto possiamo farlo.

Nel tempo antico e nel mondo degli Elleni la contrapposizione era fra l’Agorà, cioè la piazza ateniese (tuttora visibile ad Atene) delle assemblee dei politai, e l’Acropoli degli oligarchi e dei trenta tiranni. Oggi il conflitto è fra la classe dominante globale, finanziaria e post-borghese, da un lato, e la classe dominata pauper, dall’altro lato, che si sta formando sempre più rapidamente in paesi come l’Italia, soggetti all’impoverimento di massa e al dominio del libero mercato. Lo scontro fra Agorà e Acropoli (simbolicamente) era combattuto da entrambi i contendenti, e il popolo riconosceva il nemico (gli oligarchi con i propri interessi e appetiti di potere, i tiranni di Teramene e Crizia).

Nel nostro caso storico, invece, assistiamo a un conflitto a senso unico che va avanti da anni, combattuto con ogni arma (la finanza, la pubblicità, la cosiddetta informazione, il terrorismo, la droga, le riforme del lavoro e delle pensioni, eccetera) dai dominanti contro i dominati, che paiono ancora totalmente inerti, con il capo chino a ricevere i colpi, in molti casi senza neppure capire da dove arrivano. Se ciò avviene in piena apoteosi della forma di governo democratica, nella versione attuale rappresentativa a suffragio universale, è chiaro che anche il cosiddetto sistema democratico è un’arma potente, sul piano politico, in mano ai dominanti globali. La tirannia non è esplicita ma mascherata e molto subdola, perché i politici eletti e i tecnocrati nominati che infestano questa democrazia, sono espressione dei soli interessi della classe dominante, anche se millantano – nel caso dei politici eletti, per i tecnocrati non ce n’è bisogno – una rappresentanza popolare.

Per chi vuol vedere e riesce a comprendere la realtà sociopolitica, la democrazia, fondata sull’equivoco e su presupposti errati già nel tempo lontano del sofista Protagora, è solo uno strumento di dominazione elitista, nonostante gli abbellimenti e i camuffamenti ideologici di intellettuali prezzolati, accademici comprati e mass-media di stretta osservanza oligarchica.

Molti, per anni, hanno bevuto la favoletta di Karl Popper – nemico del “tirannico” Platone e alfiere della società aperta liberomercatista – che la democrazia, nella veste attuale liberale, è la forma di governo migliore, ossia il minore dei mali rispetto alla demonizzata dittatura, perché consente di cambiare esecutivi senza ricorrere alla violenza, come se si trattasse di sostituire teorie scientifiche.

Indubbiamente, la democrazia è la forma di governo migliore, ma non certo per noi, maggioranza dominata, e comunque non per il motivo addotto da Popper. E’ la forma di governo migliore per gli oligarchi/dominanti/elitisti e consente di narcotizzare e neutralizzare le classi dominate, da sfruttare e spogliare dei veri diritti (reddito, lavoro, casa), facendogli credere che nel sistema democratico vi è il rispetto della volontà popolare e la rappresentanza effettiva dei loro interessi. Invece, come abbiamo osservato soprattutto negli ultimi anni, per noi la tanto santificata democrazia (da Protagora in poi) rappresenta un vicolo senza uscita. Non dimentichiamoci che per il teorico e pratico rivoluzionario di successo Vladimir Lenin (più vicino alla mia “sensibilità politica”), la democrazia liberale dei suoi tempi, intrinsecamente borghese, altro non era che la dittatura della borghesia proprietaria. Oggi, questa forma di governo truffaldina è l’espressione del potere assoluto delle élite neocapitaliste internazionalizzate.

Se le conquiste della democrazia si sostanziano nelle “nozze gay”, nella liberalizzazione delle droghe leggere e del gioco d’azzardo, i risultati pratici epocali ai quali ha contribuito sono la distruzione progressiva dello stato sociale, il ridimensionamento della sovranità degli stati, la loro subordinazione ai trattati sopranazionali elitisti, le riforme contro i diritti dei lavoratori. Il piano socioeconomico s’interseca con quello politico e la democrazia simboleggia il potere liberomercatista, che domina ambedue i piani.

L’inganno della democrazia, del potere non al popolo, ma concretamente contro il popolo, dovrebbe ormai essere palese per tutti. Se la democrazia contribuisce a ridurvi la pensione e ad allungare la vita lavorativa, comprimendo le retribuzioni, altro non è che una forma di governo ostile alla maggioranza, che opera, sempre più scopertamente, contro la maggioranza. Si tratta, quindi, di una tirannia neo-oligarchica mascherata, nascosta dietro istituzioni – parlamento, governo, magistratura – che rispondono a un solo potere, che, però, non è certo quello del Demos … con buona pace per Protagora e i suoi lontanissimi discendenti democratici.

Infine, ciò che affermo in questo breve saggio popolare è verificabile senza scomodare Platone, Popper, Lenin o altri filosofi e pensatori. Basterebbe chiedere a uno qualsiasi dei milioni di italiani in difficoltà se è disposto barattare il voto democratico e “partecipativo” – definito pomposamente conquista di civiltà! – con un posto di lavoro stabile, dignitosamente retribuito e la possibilità, offerta soltanto dalla sicurezza economica, di pianificare serenamente il suo futuro. Secondo voi, quale potrebbe essere la risposta?

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