L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 marzo 2017

Gli euroimbecilli dopo aver impoverito volutamente tutti gli strati sociali esclusi quelli più ricchi che hanno aumentato le loro ricchezze, dopo aver tolto i diritti sociali, alla normale reazione di rigetto dell’Euro, fanno salti in avanti e strillano sguaiati più Europa. Per convincere i popoli attingono al loro vocabolario vetusto e impoverito arrivano i populisti, la Sovranità Nazionale, Politica, Monetaria e Territoriale è demonizzata accostandola a un ipotetico fascismo, quando invece è la salutare convinzione delle persone che da anima al Movimento degli Stati Identitari che sempre più persuasivo si afferma in tutto il mondo sconvolgendo il Pensiero Unico Politicamente Corretto che regge la dittatura del Globalismo Capitalistico di cui l’Euro è il suo figlio più riuscito

ZINGALES SBAGLIA. IL NAZIONALISMO È LA CAUSA, NON L'EFFETTO DELLA CRISI EUROPEA

ISTITUZIONI ED ECONOMIAPubblicato: 28 Marzo 2017
Scritto da Carmelo PalmaPDF


“I veri nemici dell’Europa non sono i movimenti populisti, ma i cosiddetti europeisti che occupano le stanze del potere europeo”. Potrebbe averlo detto Di Maio o Salvini, ma lo ha scritto domenica sul Sole 24 Ore il professor Luigi Zingales, che non ha interessi di bottega nello scontro sulle presunte colpe di Bruxelles.

“Lungi dall’essere irrazionale – ha aggiunto il prestigioso economista – la rabbia populista è alimentata da un profondo scontento e da un pesante deficit democratico in Europa”. L’Europa è diventata una “gabbia” per “la sordità dell’establishment allo scontento nei confronti dell’Europa”. Anche questa è un’analisi comune con quella delle cosiddette forze anti-sistema, che rivendicano la natura reattiva e difensiva della resistenza contro l’Ue e contro l’usurpazione della libertà e della sovranità politica dei popoli europei da parte di élite democraticamente irresponsabili.

La soluzione che Zingales individua per la democratizzazione dell’Unione è quella dell’elezione a suffragio universale di un’Assemblea costituente per “provare a disegnare insieme una nuova costituzione, scelta dal popolo e non da tecnocrati illuminati”. Qualcosa di analogo a “quell’assemblea” da cui “nacque la costituzione americana ancora oggi in vigore”.

Anche prescindendo dagli aspetti formali - la Convenzione di Filadelfia del 1787 non fu un’assemblea democraticamente rappresentativa del popolo americano, eletta a suffragio universale, ma una sede di negoziazione intergovernativa del nuovo assetto federale degli Stati Uniti – l’errore in cui incorre Zingales è quello di ritenere che il problema politico europeo sia oggi rappresentato da una forte pressione culturale e ideologica per una maggiore integrazione istituzionale e per una più forte partecipazione democratica al processo di integrazione. Invece, il problema è esattamente contrario, cioè quello di una fortissima pressione per la “rinazionalizzazione” della politica europea, in cui anche il principio democratico è invocato funzionalmente al ripristino della sovranità nazionale.

Il nazionalismo è la causa, non l’effetto della crisi europea. I leader che raccolgono il consenso e sobillano la rivolta contro i “nazisti di Bruxelles” non si piegherebbero affatto alle regole votate a grande maggioranza da elettori “stranieri”, proprio perché non riconoscono l’esistenza di un demos, né la legittimità di un potere europeo. Anche quando Zingales addebita la sfiducia nell’Europa ai ritardi nella riparazione dei difetti di fabbrica dell’eurozona inverte le cause con gli effetti.

Il “vuoto istituzionale” in cui “la Bce – creata col solo scopo di contenere l’inflazione – è diventata un’istituzione politica senza mandato” non è un prodotto della negligenza delle istituzioni comuni, ma dell’indisponibilità dei governi nazionali a fare un passo, per piccolo che sia, in direzione federale. Esattamente quel passo che, per stare all’esempio di Zingales, i delegati degli stati americani seppero fare a Filadelfia forzando, anche al di là del proprio mandato, l’assetto confederale.

È inoltre evidente che molti degli addebiti a Bruxelles hanno oggi ragioni – la periferizzazione economica, la vulnerabilità terroristica e militare, la pressione migratoria - lato sensu internazionali, ma niente affatto dipendenti da scelte (o non scelte) europee. Anche in questo caso, il “vuoto di Europa” (ad esempio sul controllo delle frontiere esterne, sulle politiche di difesa e sicurezza, sul sistema di protezione sociale) dipende dallo svuotamento di qualunque potenzialità propriamente politica della dimensione europea e nella riduzione dell’Ue, e in particolare del Consiglio europeo, in una mera camera di compensazione degli interessi nazionali.

Ma sul nazionalismo come malattia originaria del corpo politico europeo, di cui il processo di unificazione avrebbe dovuto rappresentare la cura, si continua per lo più a dare – come fa Zingales – una lettura edulcorata, mentre proprio per questa sindrome recidivante (non “per colpa dell’Europa”) sempre più Stati europei, inconsapevoli del proprio “anacronismo storico” (definizione data da Luigi Einaudi già nel 1947), rischiano oggi di proclamare la secessione dall’Unione come unico e vero diritto democratico dei popoli europei.

La somma di democrazia e nazionalismo non può però che dare un risultato, il fascismo, certo non un passo avanti verso la federazione europea.

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