L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 22 marzo 2017

Guerra aperta tra Trump ed Fbi e Cia


 
di Mario Aldo Stilton martedì 21 marzo 2017 - 11:01

Noi sappiamo che ha ragione Donald Trump: la Cia e l’Fbi spiavano lui così come hanno sempre cercato di spiare tutti. Tutti. Potenti e non. Spiano per statuto e per mandato. Spiano per la sicurezza nazionale, ovviamente. Ma spesso travalicano. È la loro più importante mission: spiare, interferire, brigare, confezionare presunte verità che spesso e volentieri sono solo cumuli di bugie programmate a tavolino. Ne è zeppa la storia passata e recente. Spiare e riferire al potere politico. Il potere politico che ne nomina i vertici, ordina i dossier, le indagini che loro svolgono. Sempre. Spesso, negli anni, per sviare verità e giustizia: come accaduto nel caso dei fratelli Kennedy. O per avvalorare una tesi preconcetta: come la storia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. I fatti interni hanno solo risvolti politici interni. Le bufale internazionali sono peggiori. Perché a volte provocano disastri epocali, come l’incendio del Medio Oriente alla base del terrorismo jihadista. Oppure figuracce come quando WikiLeaks, di Julian Assange, ha reso pubblico l’elenco di tutti i leader mondiali (alleati compresi) coi telefoni intercettati. Donald Trump ha capito subito che bisognava stare attenti. L’ha capito e ci ha messo meno di 48 ore a cambiare il capo della Cia di Fairfax, Virginia. Purtroppo non ha potuto fare lo stesso con l’Fbi di Washington. James Comey è infatti in carica dal 2013 e il mandato dura 10 anni: il regalo più velenoso di Barack Obama. E, così, ieri costui ha parlato, al Congresso Usa, di indagini in corso su “possibili” collegamenti tra lo staff elettorale di Trump e le “interferenze russe nella campagna elettorale”. Bufala pacchiana. Ma anche veleno sul presidente democraticamente eletto da parte di un uomo di Obama che, infatti, a precisa e successiva domanda ha negato in modo risoluto che l’ex presidente abbia mai chiesto all’Fbi di intercettare Trump. Figuriamoci! Quando mai avrebbe potuto confermarlo. La sua missione era di ingenerare un po’ di dubbi su Trump per ringraziare il predecessore che l’ha nominato. Questo ha fatto il capo dell’Fbi. Fortunatamente Trump prosegue per la sua strada. Incurante degli ululati di chi cerca azzopparlo da prima del suo insediamento alla Casa Bianca. Per questo noi sappiamo che Donal Trump ha ragione.
 

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