L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 24 marzo 2017

Il Goi fa finta di non capire, sposta la battaglia su un piano legale quando invece è tutta politica, faccia pulizia denunci, se ne ha il coraggio la commistione tra massoneria e 'ndrangheta

Esclusivo/ Nel ricorso il Grande oriente (Goi) descrive il «fantasma intellettuale» che ha ispirato la strategia di indagine di Rosy Bindi


Altro che mera istanza di revisione del decreto di sequestro in autotutela chiesto alla Commissione parlamentare antimafia!

Quello firmato dal professor Giuseppe Bozzi è un vero e proprio annuncio di ricorso (articolato in ben 26 pagine) del Grande oriente d’Italia (Goi) contro il sequestro degli elenchi dei massoni calabresi e siciliani disposto dalla presidente Rosy Bindi (leggasi Commissione antimafia).

Il testo dell’istanza – di cui il Goi ha fatto conoscere pochissimo attraverso le agenzie, se non il termine perentorio di annullamento per autotutela dato alla stessa Commissione e che scade il 27 marzo – è ricchissimo di legittime mosse che, da qui a brevissimo, il Gran maestro Stefano Bisieffettuerà sulla scacchiera della battaglia legale.

Il Goi (come del resto le altre obbedienze) contesta praticamente tutto del decreto con il quale il 1° marzo lo Scico della Gdf di Roma ha sequestrato gli elenchi di ben quattro obbedienze massoniche.

Contesta cose note (la lesione dei diritti costituzionali alla libertà di associazione, ad esempio, la legge sulla privacy, il superamento dei poteri previsti per legge quando la Commissione fa ricorso ai poteri giudiziari, la mancanza di notitia criminis, messa peraltro in luce anche dalla Gran loggia regolare d’Italia nel suo ricorso, la lesione del diritto alla difesa) e cose meno note.

Tra queste la sottolineatura del modus operandi della stessa Commissione antimafia, a partire dalla sua presidente.

Nel ricorso, infatti, si legge testualmente (pagina 10) che il presupposto errato in partenza è l’accostamento della massoneria tout court alla mafia. «Questo accostamento che non possiamo che definire un fantasma intellettuale– scrive Bozzi – ha ispirato la strategia di indagine rispetto alle finalità della Commissione, che è di competenza del presidente della commissione e il conseguente provvedimento cautelare».

E qui si richiama un’intervista rilasciata da Bindi alla Repubblica, edizione di Firenze, il 13 febbraio 2017 nella quale sottolinea che la Commissione non «fa la caccia » alla mafia bensì «al massone deviato che fa affari con la mafia». Per raggiungere questo obiettivo, avrebbe aggiunto Bindi secondo l’interpretazione del Goi, la Commissione «ha il potere di aggirare la mancanza di collaborazione» (che il Goi, così come la Glri e le altre obbedienze coinvolte hanno sempre negato, anzi hanno sempre asserito di aver fornito il massimo della collaborazione) .

Il decreto di sequestro, afferma il legale del Grande oriente – Palazzo Giustiniani, risulta paradossalmente coerente con queste convinzioni e ne costituisce la proiezione applicativa.

I legali del Goi mi diranno se sbaglio ma Bisi dice in altre parole (al pari degli altri Gran maestri): «La massoneria non è mafia e dunque la caccia va fatta alla mafia e non alle obbedienze. Se c’è qualcuno che è mafioso sta alla Giustizia accertarlo e colpirlo e del resto la responsabilità penale è personale». Pensiero più che legittimo, più volte ribadito e che – ad esempio – la Dda di Reggio Calabria che pure sta indagando, non si è mai neppure sognata di avere.

La Commissione antimafia – prosegue infatti Bozzi – ha ritenuto di sottoporre ad indagine non un’organizzazione mafiosa ma (si badi bene: ma) il Grande oriente d’Italia per poi risalire, «con palese inversione logica, tramite l’acquisizione degli elenchi degli iscritti, quindi mediante un’indagineincertas personas, ad indeterminati soggetti mafiosi perché l’asserita ma indimostrata infiltrazione della massoneria sarebbe “facilitata dalla riservatezza e dai vincoli di obbedienza che spesso caratterizzano le associazioni mafiose”».

E’ deplorevole, insiste Bozzi per conto del Goi, che la Commissione antimafia abbia ritenuto che il diritto alla riservatezza non attiene ad un valore essenziale della persona che rientra nei diritti inviolabili dell’uomo (quindi costituzionalmente garantiti) ma invece un mezzo per «facilitare» inserimenti di indeterminati soggetti mafiosi nel Goi. Secondo questa prospettiva – conclude Bozzi – l’appartenenza ad associazioni massoniche sarebbe fungibile o addirittura sovrapponibile o alternativa al vincolo tra i mafiosi, per cui dall’appartenenza alle prime sarebbe lecito dedurre l’affiliazione mafiosa.

Non sono un giurista ma a questo umile e umido blog questa ultima riflessione appare esorbitante ma, ripeto, non sono né un giudice né un avvocato ma semplicemente un giornalista che, finché ci sarà democrazia, si avvarrà della libertà di espressione e critica nel sacrosanto rispetto di tutte le opinioni. A maggior ragione se divergenti dalla mia.

Vorrei – e parlo in generale – che tutti mi ripagassero con la stessa moneta: libertà di stampa è democrazia e intimidire (con me e con il Gruppo editoriale Sole-24 Ore) è un’operazione a perdere e controproducente

Il ricorso del Goi (pagina 20) accenna anche al rischio concreto della «prevedibile diffusione dei nomi degli iscritti», già sollevato ad esempio dalla Glri.

Ripeto ciò che ho scritto ieri: il rischio è gli elenchi che escano dalle stesse stanze delle obbedienze massoniche, per sete di trasparenza o per giochi “nelle” o “tra” le parti. Questo tutti devono saperlo e, in realtà, lo sanno.

Di una cosa potete stare certi cari lettori: nessun nome e nessun cognome uscirà mai dalla mia tastiera perché non mi presto e mai mi presterò a nessun gioco. L’unico gioco (che gioco non è ma è alta espressione della democrazia) che conosco è la libertà di informazione senza padroni se non il lettore e la mia coscienza sempre pulita.

E da domani – con riferimento a Trapani e provincia – qualora ci fosse ulteriore dimostrazione del rischio e del modo corretto di informare, sarete ancora una volta serviti.

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