L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 14 marzo 2017

la Politica non ha scelte, è nata per fare gli interessi delle proprie comunità, altrimenti è un'altra cosa

ECONOMIA E FINANZA
SPY FINANZA/ Le "mine" seminate dalle banche centrali

Mauro Bottarelli
martedì 14 marzo 2017

In qualità di cittadini italiani, cosa vi aspettate da Bankitalia? Al netto dello svuotamento dei compiti di gestione della politica monetaria, passati alla Bce, quali sono gli obblighi e i compiti principali per palazzo Koch? A mio avviso, ad esempio, evitare che Veneto Banca e Popolare di Vicenza obbligassero i propri clienti e correntisti ad acquistare a prezzi fuori mercato titoli degli istituti per vedersi garantiti prestiti, mutui e fidi. O, ad esempio, evitare che venissero eliminate le prospettazioni di rischio dai contratti con cui si sottoscrivono obbligazioni subordinate, in modo che non serva leggere 80 pagine di burocratese insieme a un consulente finanziario con due master per non farsi fregare, ma sia sufficiente dare un'occhiata alla "torta" relativa alle percentuali potenziali di perdita legate all'investimento che stiamo per sottoscrivere. Bene, la cronaca ci ha dimostrato come Bankitalia abbia bellamente disatteso a questi suoi compiti statutari, ma tant'è, si è trasformata in un ibrido tra centro studio istituzionale e think tank. 

Già, perché intervenendo ieri alla conferenza Maeci-Banca d'Italia, il numero uno di palazzo Koch, Ignazio Visco, si è lasciato andare a un'analisi geo-economica a tutto tondo, totalmente avulsa dai problemi reali del Paese e del mondo, ma assolutamente perfetta per evitare argomenti più sgradevoli, vedi ad esempio la questione non performing loans e o il nodo gordiano delle detenzioni di debito delle nostre banche. Insomma, Bankitalia ha sentito il dovere, visto l'aria che tira, di unire la propria voce al coro degli indignati da populismo arrembante, tracciando scenari simil-apocalittici: «Anche se non maggioritario, il populismo rischia di condizionare la capacità delle istituzioni europee di sviluppare politiche e strumenti comuni per progredire nell'integrazione, assolutamente necessaria data l'incompletezza manifesta dell'unione, in primo luogo quella economica e monetaria». E ancora: «Questa incompletezza genera instabilità e in una spirale perversa rischia di determinare l'adozione di politiche nazionaliste e di chiusura economica. Inoltre, le istanze disgregatrici hanno trovato potenti viatici non solo nelle politiche non ben definite, ma certo poco canoniche negli annunci di Trump, ma anche nell'esito del referendum inglese sulla permanenza nell'Unione europea... Esse si alimentano di un diffuso, anche se a volte mal posto, senso di frustrazione e insoddisfazione delle popolazioni nei confronti delle istituzioni comunitarie». Insomma, chi ha votato Trump e a favore dell'uscita del Regno Unito dall'UE non capisce ciò che ha combinato: meno male che ci sono i banchieri centrali a mostrarci la retta via. 

Ad esempio, Jan Smets, numero uno della Banca centrale del Belgio e membro del Consiglio direttivo dell'Istituto di Francoforte, il quale in perfetta contemporanea con il bel discorsetto di Visco rendeva noto che la Bce non ha compiuto alcun passo verso la rimozione degli stimoli, in quanto i banchieri del board ritengono che l'outlook dell'inflazione non sia migliorato più di tanto rispetto a dicembre, soprattutto per quanto riguarda l'indice dei prezzi al consumo core. Di fatto, l'uscita dalla politica monetaria ultra-accomodante potrebbe essere necessario più tempo di quanto previsto attualmente dal mercato. Le aziende medio-grandi con qualsiasi tipo di rating di credito ringraziano sentitamente, ancora per un po' si potrà accedere a finanziamento non-bancario garantito e a costo zero: insomma, si calcia in avanti il barattolo ancora per un po'. Lo sport preferito dalle Banche centrali. 

Ma davvero il cosiddetto populismo rappresenta un rischio? Domani si voterà in Olanda per le legislative, il tutto in un clima incandescente per lo scontro diplomatico con la Turchia rispetto al divieto imposto ai ministri di Ankara di tenere comizi sul suolo dei Paesi Bassi in favore del referendum costituzionale del prossimo 16 aprile: il timore è noto, la vittoria di Geert Wilders e del suo partito anti-europeista, anti-immigrazione e anti-Islam. Ma davvero c'è da temere per la stabilità e la sopravvivenza stessa dell'Ue, come minaccia da giorni lo stesso Wilders, ringalluzzito dai sondaggi e dall'inaspettato regalo fornitogli dalla crisi tra Amsterdam e Ankara? No, per il semplice fatto che il proporzionale puro in vigore in Olanda relega di principio il partito di Wilders all'opposizione, salvo pressoché impossibili plebisciti bulgari che gli consentano di governare da solo. 

Per Viktor Nossek, direttore della ricerca di WisdomTree in Europa, «con tutta probabilità, le divisioni che caratterizzano le forze in campo porteranno alla formazione di un'ampia coalizione ed è probabile che il Pvv (il partito olandese di destra guidato da Geert Wilders favorevole all'uscita dall'Ue) risulterà il più grande partito di opposizione, senza per questo rappresentare, quanto meno in apparenza, nessun rischio macro-economico e sistemico per l'Unione europea». Perché allora gli investitori dovrebbero prestare attenzione alle imminenti elezioni olandesi di domani? «In primo luogo, ciò che conta è il segnale di fiducia che una vittoria elettorale del Pvv invierà all'estrema destra e ai movimenti euroscettici dell'Ue. Il probabile risultato positivo del partito di Wilders arriverà proprio al momento giusto per incoraggiare e imprimere slancio al Front National, ad appena cinque settimane dalle elezioni in Francia. Una vittoria del Front National potrebbe, a sua volta, rilanciare l'Afd in Germania e il Movimento Cinque Stelle in Italia», avverte l'analista di WisdomTree. Inoltre, a detta di Nossek, una vittoria della destra in Olanda metterebbe pressione sui principali partiti di centro-sinistra e centro-destra, sia nei Paesi Bassi che nel resto d'Europa, affinché vengano adottate proposte politiche sempre più intransigenti, in modo da non apparire deboli di fronte ai propri elettori. 

E quale sarebbe il problema, chiedo venia? Se la gente chiede determinate cose, la politica ha due scelte: disattenderle perché le ritiene sbagliate o blandirle, perché in realtà le si ritiene rivendicazioni giuste, ancorché non si possa dirlo ad alta voce nella buona società. Qualche esempio? »La Cancelliera Merkel ha recentemente approvato il divieto al velo musulmano integrale, per accontentare la Cdu/Csu e il primo ministro olandese Rutte, sulla scorta di quando richiesto da un piccolo gruppo di elettori, sta facendo pressioni sull'Ue affinché non offra garanzie di aiuto all'Ucraina, né la inviti ad aderire all'Ue. In Belgio, infine, il primo ministro Charles Michel ha ratificato l'accordo commerciale Ceta solo dopo aver ottenuto concessioni per i settori industriali più deboli nel sud del Paese», ha spiegato Nossek. 

Io ritengo tutto questo positivo, voi no? Ma non basta. Per l'analista, «i Paesi Bassi sono emersi relativamente indenni dalla crisi finanziaria, grazie a severe misure di austerità e alle riforme strutturali. Allo stesso tempo, il Paese ha contribuito con una cifra pari a 23,3 miliardi ai fondi di salvataggio e agli aiuti di Stato per Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna. I Paesi Bassi, inoltre, sono da tempo un contribuente netto al bilancio Ue. Nel perseguimento di un'agenda populista, la critica alla solidarietà finanziaria offerta a membri Ue apparentemente intransigenti sta diventando un potente argomento utilizzato allo scopo di attrarre voti». 

Non a caso, in quella che sembra una versione orangista delle critiche tedesche, la Bce stessa si è ritrovata recentemente sotto il fuoco incrociato, quando i cristiano-democratici olandesi hanno commissionato un'indagine sull'euro, a causa dell'effetto deleterio che la politica dei bassi tassi di interesse ha avuto per i risparmiatori e i fondi pensione olandesi: «Tale decisione, considerata come un espediente elettorale per prendere in contropiede il Pvv attraverso la promozione di interessi nazionali, ritenuti superiori a quelli dell'Ue, è indicativa del rischio che la retorica dei partiti estremisti possa trasformarsi nella strategia politica dei partiti mainstream», sottolinea Nossek. A detta del quale, la reale situazione macro è ben diversa da quella garantita dalla scudo della Bce attraverso il Qe strumento efficace ma non invincibile: «I bond governativi della zona euro con affidabilità creditizia in deterioramento, emessi nello specifico da Italia, Portogallo e Grecia, rimangono a rischio. Anche le obbligazioni governative francesi paiono vulnerabili ad attacchi speculativi a breve termine. Crediamo che, quando compariranno ulteriori pressioni sull'euro, gli unici rifugi sicuri saranno rappresentati dai Bund tedeschi e, potenzialmente, dall'oro».

È colpa di Wilders? Della Le Pen? Di Salvini? Del Brexit? O forse del fatto che, stando a dati ufficiali del Fmi appena pubblicati, il debito globale è salito al livello spaventoso di 152 triliardi di dollari, qualcosa come 21.714 dollari di debito a testa per ogni uomo, donna e bambino (neonati inclusi) che stanno al mondo: se avete una famiglia di quattro persone, il vostro debito è di 86.856 dollari. Chi ha contratto questo debito, i populisti forse? O forse le Banche centrali post-2008 per salvare i mercati azionari e il sistema finanziario nel suo insieme, stante il livello del Pil globale e lo stato di salute delle economie più avanzate? Bill Gross, il guru mondiale dell'obbligazionario, la scorsa settimana ha definito in questo modo la situazione in cui viviamo: «Il nostro sistema finanziario altamente esposto alla leva equivale a un autoarticolato carico di nitroglicerina che percorre una strada piena di buche e dossi». Negli Usa abbiamo una ratio del credito sul Pil pari al 350% su base annua e in continuo aumento, mentre in Cina quel rapporto è più che raddoppiato nell'ultima decade e oggi siamo alle soglie del 300%: dal 2007 a oggi, Pechino ha creato debito per un ammontare di 24 triliardi di dollari e lo ha inserito nel suo bilancio collettivo, il doppio dei 12 triliardi creati da Usa ed Europa. È Wilders con la sua politica anti-immigrati a mettere a repentaglio il mondo o queste cifre, frutto del lavoro di banchieri centrali, proprio come il nostro Ignazio Visco che pontifica, ma che non ha saputo evitare che Zonin tosasse i suoi clienti, facendola franca? Rifletteteci su. 

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