L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 20 marzo 2017

L'Isis è funzionale alle Consorterie Guerrafondaie Statunitensi ed Ebraiche nonchè all'Arabia Saudita, Francia, Gran Bretagna, Qatar e a giorni alterni alla Turchia

Per i bambini di Mossul, la Goracci non piange. Chiediamoci perchè.

Maurizio Blondet 20 marzo 2017 

“Non abbiamo né pane né acqua”, dice la donna: “Facciamo appello alle organizzazioni umanitarie, che ci invino aiuti, soprattutto pane e acqua, e anche beni come gas, combustibile, generatori elettrici”. E’ una delle forse centomila persone fuggite da Mossul, sottoposta ai bombardamenti americani dall’ottobre scorso per “liberare Mossul da Daesh”. L’operazione è stata chiamata “Inherent Resolve”, che sarebbe “determinazione innata”. Gli americani però, agli sfollati non offrono alcun aiuto umanitario. Migliaia di sfollati si affollano nel villaggio di Hammam al-Alil, 30 chilometri a Sud di Mossul, dove non è nemmeno in allestimento un campo-profughi provvisorio: mancano tende, tutti i generi di prima necessità; i fuggitivi non hanno denaro – la donna che parla, insegnante, non riceveva lo stipendio da due anni nella città occupata dall’IS – né piccoli beni da scambiare per il cibo e l’acqua. Non c’è nemmeno un qualche serbatoio dove raccogliere l’acqua. “L’aiuto umanitario non arriva fino a noi. I pacchi sono aperti, saccheggiati e poi richiusi”. La situazione igienica è ovviamente critica. La catastrofe umanitaria è imminente.

Questa assenza internazionale ha un motivo: il silenzio dei media. Le ONG sono assenti, perché il caso non è mediatico. Nulla di simile alle lacrime sparse su Aleppo Est bombardata dai russi spietati, che colpivano gli innumerevoli ospedali pediatrici di una città che, occupata da Daesh, era piena di bambini. Eppure ci sono bambini anche con gli sfollati di Mossul, oltre 50 mila secondo l’Unicef.


E in pericolo imminente. Niente: qui niente convogli Onu guidati dal valoroso Staffan de Mistura, niente Caschi Bianchi premiati ad Hollywood che tiravano fuori i bambini di Aleppo dalle macerie e li fotografavano. E nessuna lacrima della inviata della Rai, la animosa Goracci: le ha spese tutte per singhiozzare su “L’ultimo ospedale di Aleppo eliminato” dai cattivi russi (era sempre l’ultimo rimasto), per i bambini affamati e senza medicinali, che richiedevano assolutamente una tregua, perché Daesh si potesse riorganizzare.

Intendiamoci, la Goracci c’è stata a Mossul: ai primi di novembre, embedded nelle truppe irachene . Ha fatto i servizi d’ordinanza su un quartiere liberato, le necessarie foto-opportunity. Poi basta. I bombardamenti americani stanno ammazzando civili, donne e bambini di Mossul, ma cò non interessa più.

Il perché è spiegato in un saggio dal titolo Shadow Wars, Guerre-Ombra, scritto dal professor Christopher Davidson: il quale non esita a chiamare esplicitamente l’ISIS un “patrimonio strategico” per l’amministrazione Obama. Uno “strumento da utilizzare contro i nemici”.


“IS, patrimonio strategico per gli Usa”

Magari i lettori del nostro blog lo sapevano già. Ma il punto è che il professor Davidson non è un alternativo: cattedratico di studi medio-orientali alla Durham University britannica, è consulente della NATO, del Parlamento Britannico, della British Petroleum (BP) e dei ministeri degli esteri di Olanda e Nuova Zelanda. Secondo l’Economist, è “uno degli universitari meglio informati sull’area del Medio Oriente”. Il suo libro quindi è discusso e recensito sui media anglo-americani.

Davidson racconta come l’operazione che sta “liberando Mossul” secondo i media, stia facendo anche un’altra cosa: “La concentrazione degli aerei dell’operazione Inherent Resolve nei cieli della maggior parte dei territori occupati dallo Stato Islamico”, hanno costretto “le forze russe a restringere il perimetro dei loro attacchi nel Nord-Est della Siria”. In altre parole, come ha confermato anche la rivista TheArabist.net, la Russia “è stata ostacolata nella sua capacità di bombardare Daesh, perché la coalizione diretta dagli Stati Uniti ha messo in essere una zona di esclusione aerea effettiva” a protezione del Califfato

Christopher Davidson

Davidson riconosce che, “a un anno dall’inizio di Inherent Resolve nei cieli”, di Irak e Siria durante l’estate del 2015, “lo Stato Islamico appare più libero che mai di percorrere la maggior parte del suo territorio. I suoi convogli, a volte formati da centinaia di veicoli ad ogni spostamento” raggiunsero nel 2015 “gli avamposti del governo di Assad a Palmira”, e “in Irak […] riuscirono a impadronirsi di Ramadi […] ancora una volta avendo attraversato un territorio largamente allo scoperto”, semidesertico. “Abbiamo continuamente sentito le forze irachene e curde lamentare che gli attacchi aerei del comando americano erano largamente inefficaci, colpendo spesso costruzioni vuote e installazioni non occupate […] In Irak, le autorità hanno parimenti denunciato che Daesh riceveva avvertimenti preventivi”.

Davidson ritiene che anche l’ultima e più recente “riconquista” di Palmira da parte di 4 mila guerriglieri di Daesh, nel dicembre 2016, “meriterebbe un’inchiesta approfondita”. Ciò perché l’aviazione americana aveva avvertito i russi (come di routine per evitare “incidenti” fra le due aviazioni) che “il Pentagono s’era ‘riservato’ quella data dell’8 dicembre per occupare lo spazio aereo di Palmira” perché intendeva lanciare “il più vasto bombardamento dell’anno” contro le fonti petrolifere di finanziamento di Daesh. Di fatto, la US Air Force s’è accanita contro un convoglio di autobotti vuote e senza autisti (lo ha precisato Usa Today:


“I russi erano stati informati che si dovevano tenere alla larga di Palmira e della sua periferia, mentre i combattenti di Daesh avanzavano liberamente in direzione della città”. Il che ci dice che gli Usa hanno aggiunto ai loro crimini di guerra e contro l’umanità, anche la voluta distruzione della zona archeologica più preziosa della Siria, al solo scopo – si direbbe – di azzerare una fonte di onesti guadagni turistici futuri per la nazione.

Allungherei troppo a riferire tutte le altre volte in cui la zona di esclusione aerea di fatto imposta dagli Usa sopra Daesh ha reso possibile, anzi agevolato, le puntate offensive e le conquiste dello Stato Islamico. Dato il continuo sorvolo di droni e aerei da ricognizione, “i pianificatori di Inherent Resolve hanno certo una conoscenza precisa dei movimenti dell’IS da trenta mezzi[…]. Secondo le mie fonti in Irak e Siria, che vivono per lo più nelle zone occupate da Daesh, è impossibile spostare imponenti colonne di combattenti da un luogo all’altro senza essere osservati”.

Per esempio nel giugno 2016, quando un convoglio di centinaia di veicoli in uscita dalla città di Falluja, lo stato iracheno chiese agli americani di usare la forza aerea per distruggerlo. Il CENTCOM (il comando delle operazioni nell’intero Medio Oriente) addusse “il cattivo tempo” e ”la protezione dei civili” per non fare nulla: i militanti di Daesh avevano con loro donne, bambini, famiglie o scudi umani che fossero. Alla fine è stata la piccola aviazione irachena a neutralizzare il convoglio.

La preoccupazione umanitaria del CENTCOM si è manifestata vivamente anche nell’agosto 2014, quando non ha voluto incenerire le centinaia di camion-cisterna che portavano il greggio rubato da Daesh ai turchi (al figlio di Erdogan), motivando con la sua paura di “colpire dei civili” fra gli autisti delle cisterne. Una delicatezza che dormiva nel vent’anni precedenti, quando la conquista dell’Irak ha prodotto 4 milioni di morti, quasi tutti civili, e l’uso abbondante di uranio impoverito, che ha conseguenze catastrofiche sulla discendenza degli iracheni e dei siriani, senza contare la disgregazione della società tutto sommato avanzata e civile instaurata da Saddam Hussein, con i servizi pubblici regolari e la sicurezza mantenuta fra sciiti e sunniti. Adesso, poi, la viva ansia umanitaria del Pentagono è tornata nel sonno verso la popolazione civile dello Yemen: perché la “coalizione” anti-IS, oltre a garantire la esclusione aerea a protezione di Daesh in Irak e Siria (Davidson ci spiega che l’aviazione francese ha tirato “una bomba al giorno in una regione grande come la Gran Bretagna”, perché Hollande combatte sì l’IS, ma, ha detto, “Non voglio fare il gioco di Assad”), affianca l’Arabia Saudita nella sua guerra contro gli Houti. Dove il massacro di civili dal cielo è quotidiano, e la loro uccisione per fame e distruzione delle poche infrastrutture è cosa fatta – ma senza strappare una lacrima al TG3.

“Le scuole sono state colpite 800 volte. Perché fare questo, se non per uccidere più gente possibile?” si lamenta Kim Sharif, direttrice del Centro per i diritti dell’Uomo nello Yemen. Anche gli americani non sono stati di meno: “Quando i Navy Seals sono atterrati a Shabwah un mese fa, hanno sparato a tutto quello che si muoveva: le vittime sono state solo donne e bambini”. L’impresa è stata motivata come la necessità di debellare, in Yemen, una base di Al Qaeda. Va a sapere: di fatto hanno ammazzato 25 persone, di cui 10 bambini e 9 donne.


Ma sono milioni i civili che rischiano di morire per fame. In Yemen sta già avvenendo la catastrofe umanitaria fra le più spaventose del secolo. Senza una lacrima della Goracci, della Merkel, della Mogherini, dell’ONU.

Il professor britannico evoca come nacque Inherent Resolve: agosto 2014, l’uccisione del giornalista americano James Foley.

Qualcuno dubita che sia vero.

Sgozzato, o almeno così pare, in un video da un tizio mascherato da jihadista a volto coperto, con un accento così fortemente londoniano, che verrà chiamato Jihadi John. In esso, Jihadi John minaccia direttamente il presidente Obama. Scoperto dal SITE di Rita Katz e amplissimamente diffuso dai media tv, il video costringe Obama a lanciare l’operazione di “degradare e infine eliminare” l’IS. Primo effetto della “risoluzione inerente”, precisa Davidson, è questo: Usa, Regno Unito e Francia devono sospendere i tagli programmati alla difesa e anzi aumentare l’armamento e la vendita agli altri alleati della coalizione anti-IS, specie i sauditi.

Grazie a ciò “le più grandi imprese americane hanno conosciuto un boom importante, le loro azioni hanno abbattuto record storici. Raytheon ha visto la sua quotazione passare da 75 […] a 125 dollari a fine 2015. Nello stesso periodo, l’azione Northrop Grumman passò da 95 dollari a uno stupefacente 186,20 dollari. [..] a inizio del 2015, l’amministratore delegato di Lockheed Martin informò un esperto di Deutsche Bank che ogni riduzione di vendite di armi “non era certo prossima ad accadere”, a causa della “instabilità del Medio Oriente” e delle opportunità di affari corrispondenti. Questa regione restava “una zona di crescita” per la sua impresa”.

Nel settembre 2013, Obama proclama che Assad ha superato la linea rossa “gasando il suo stesso popolo”: la reazione russa – che induce Assad a consegnare tutto il suo arsenale chimico all’Onu – e il voto contrario del parlamento britannico, del tutto inaspettato, costringono Obama a rinunciare all’invasione diretta della Siria. E’ allora che viene lanciata, come ha raccontato lo stesso New York Times solo nel gennaio 2016,


la vasta operazione clandestina della Cia per formare, armare, stipendiare e istruire decine di migliaia di mercenari anti Assad: “Timber Sycamore”, costata “diversi miliardi di dollari”, in gran parte versati dall’Arabia Saudita, che è anche la più insaziabile compratrice delle armi americane (sulla carta è la seconda potenza militare del mondo, prima di Russia e Cina). Secondo l’esperto Joshua Landis, i vari stati impegnati hanno dedicato 15 miliardi di dollari allo scopo di rovesciare Assad. Cifra da ritenere per difetto, perché le avventure estere dell’Arabia Saudita (e del Katar) non vengono certo iscritte nei bilanci formali.

L’ingenuo lettore può piangere al pensare che con quelle cifre si poteva sviluppare la Siria, coprire d’oro i siriani invece di ammazzarli e farli ammazzare, per non dire del risollevare le sorti degli americani che abitano sotto le tende avendo perso il lavoro e, quindi, la casa ipotecata da mutuo. “Lo Stato Islamico esiste come struttura politica la cui utilità supera i guadagni militari e politici che conseguirebbero alla sua sconfitta, e non solo per gli Stati Uniti ma per le monarchie del Golfo […]. Lo Stato Islamico combatte gli sciiti in Siria e Irak”. Si aggiunga che le reti islamiste di arruolamento per la guerra santa in Siria e Irak hanno, per le petromonarchie, di “emasculare (evitare) i sollevamenti popolari che minacciavano le monarchie del Golfo” dal 2011.

E in fondo, questo razionale è validissimo anche per il capitalismo terminale trionfante: consumare e vendere enormi quantità di materiali, scongiurando quindi la riduzione della produzione industriale, senza allo stesso tempo aumentare il potere d’acquisto degli americani, e dei lavoratori occidentali in genere, che devono essere tenuti a stecchetto, precari, minacciati di disoccupazione. La Goracci non ci piangerà sopra, perché lei “lavora per la Rai”,dove i giornalisti non conoscono austerità né stecchetto.

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