L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 31 marzo 2017

Lorenzo Bini Smaghi è il cavallo di punta del Sistema massonico mafioso politico

POLITICA
SPILLO/ Governo, Bankitalia, Bce: il "gioco delle poltrone" nascosto dal (finto) dibattito sull'euro

Nicola Berti
giovedì 30 marzo 2017

Domenica Luigi Zingales sul Sole 24 Ore. Lunedì Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, a stretto giro sul column del Corriere. Infine Lorenzo Bini Smaghi, ieri mattina, di nuovo sul Sole. Tutti interventi a valle del super-vertice Ue di Roma. Tutti a dibattere del futuro dell'euro, delle possibilità dell'Italia di restare nella "prima velocità" della nuova Ue; sulla resistenza delle democrazie europee strette fra populismi e tecnocrazie nel lungo 2017 elettorale. Zingales - dall'America trumpiana - con toni nettamente critici sull'obsolescenza degli europeismi narrativi (o burocratici). Alesina e Giavazzi subito a spada tratta contro tutti i barbari alle porte dell'euro (e dell'ortodossia europeista). Bini Smaghi preoccupato che la nuova governance Ue in cantiere mantenga il primato della rappresentatività politico-democratica sul decisionismo tecnocratico. Un confronto aperto, di livello apprezzabile: a riprova ulteriore di come l'avvicendamento fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni abbia segnato una soluzione di continuità netta anche rispetto a una lunga fase di narrazioni uniche, soprattutto in campo politico-economico.

L'avvicinamento all'euro, negli anni 90, ha visto misurarsi a vario titolo sulle colonne dei grandi media Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi, Mario Monti e Giulio Tremonti, Giuliano Amato, Tommaso Padoa Schioppa e - certamente non ultimo - Mario Draghi. Sono stati loro - spesso in prima persona, in editoriali e interviste - a raccontare alla classe dirigente nazionale come e perché l'Italia stava entrando nell'Unione economico-monetaria. Inutile riepilogare a quali responsabilità istituzionali siano stati poi chiamati tutti gli "intellettuali di governo" di quella stagione.

I quattro duellanti odierni sono certamente i loro eredi in quanto opinion-maker riconosciuti: ma di essi, finora, solo "LBS" può vantare un incarico di qualche rilievo (membro dell'esecutivo Bce, prima dell'avvento di Mario Draghi alla presidenza). Certamente Bini Smaghi è da tempo candidato en reserve: il suo nome è circolato anche di recente, come possibile sostituto di Pier Carlo Padoan, se il ministro dell'Economia fosse stato promosso premier. L'ipotesi può tornare d'attualità: Padoan continua a essere gettonato per la guida dell'Eurogruppo al posto dell'olandese Jeroen Djsselbloem (il nome del ministro italiano è stato fatto pochi dal commissario Ue agli Affari Economici, Pierre Moscovici). Ma l'economista italiano - già direttore esecutivo del Fmi e segretario generale dell'Ocse - è sicuramente in lizza anche per la possibile successione a Ignazio Visco al vertice della Banca d'Italia.

Il mandato di sei anni del governatore scade in autunno e le ragioni che rendono realistico un avvicendamento non mancano: l'oggettiva debolezza in cui Bankitalia si è ritrovata dopo una gestione problematica della crisi bancaria; i contrasti fra Visco e l'ex premier Renzi; la necessità di pensare alla futura governance Bce (le schermaglie sul dopo-Draghi nel 2019 sono già cominciate e non è certo che l'Italia avrà ancora un seggio nell'esecutivo). Inutile dire che Bini Smaghi è "ruota di scorta" ma anche concorrente di Padoan per qualsiasi incarico: anche nel 2011 Visco emerse come governatore dallo stallo fra Fabrizio Saccomanni (candidato di Draghi e dell'establishment interno di Via Nazionale) e Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro sostenuto dal ministro Tremonti, al termine della sanguinosa estate del 2011. Quella in cui Draghi, appena designato alla Bce, aveva sottoscritto il diktat-austerity all'Italia e di fatto dimissionato il governo Berlusconi.

E Zingales? L'eterno contrarian ultraliberista, dopo essere stato assiduo di Renzi della prima Leopolda, non ne è mai stato valorizzato in termini di incarichi. L'economista di Chicago si è quindi ultimamente ritrovato su posizioni dialoganti con M5s: formazione politica alla disperata ricerca di personale spendibile per eventuali incarichi di governo. L'ipotesi della partecipazione dei grillini a un esecutivo di coalizione dopo elezioni 2018 segnate dal probabile ritorno al proporzionale, non è più remota. E Zingales - sebbene finora alla prova solo nei consigli d'amministrazione di Eni e Telecom - non ha certo carte meno in regola per fare il ministro finanziario di quante ne avessero alla nomina Euclid Tsakalotos o il suo predecessore Yanis Voroufakis nel governo greco guidato da Syriza. Il suo compagno di stanza e di ricerche a Chicago, Raghuram Rajan, è diventato governatore della Banca centrale indiana. Ovvio che se la coalizione vincente fosse invece quella etichettata come "Nazareno" (Renzi-Berlusconi) il front runner per via XX Settembre sarebbe ancora Bini Smaghi. 

E' meno facile immaginare Alesina e Giavazzi direttamente candidati a qualcosa: come fu per il loro pigmalione Monti, prima alla Commissione Ue poi a Palazzo Chigi. Il loro attivismo è probabilmente più leggibile in chiave di difesa di un certo establishment - fra finanza, istituzioni e università - messo sotto prolungata pressione rottamatoria da Renzi. Chissà se ad esempio l'ipotesi attribuita all'ex premier - la chiamata in Bankitalia dell'attuale Ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina - li troverebbe favorevoli. Ma il "grande gioco" è ancora agli inizi.

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