L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 31 marzo 2017

Non è colpa loro se gli euroimbecilli hanno sposato l'Europa e l'austerità e Marine le Pen vincerà sul nulla Macron

ECONOMIA E FINANZA
MANOVRA E POLITICA/ Gli errori del Governo su flessibilità e crescita

INT.Gustavo Piga
giovedì 30 marzo 2017

Il Governo continua a lavorare per mettere a punto la manovra correttiva da 3,4 miliardi di euro chiesta dall'Europa e con il Pnr e il Def comincerà a porre le basi per la Legge di bilancio 2018, dove potrebbe esserci una riduzione del cuneo fiscale, ma anche un taglio a detrazioni e agevolazioni fiscali. Paolo Gentiloni ha comunque assicurato che ad aprile verrà messa in campo una "manovra di crescita" e che ci sono ancora margini per una flessibilità sui conti pubblici italiani. «La crescita forse la si vede con il binocolo o con il microscopio», spiega Gustavo Piga, Professore di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma.

Perché parla di binocolo e microscopio?

Il dibattito ormai è sul fatto che il Pil aumenterà dello 0,9% o dell'1%. Quindi, il microscopio è un ottimo strumento per riuscire a vedere questa crescita di cui tanto si parla. La vera crescita è un'altra cosa ed è lontana da venire. Per questo serve il binocolo. La cosa più grave è che la crescita è lontana perché ci siamo dotati di tutti gli strumenti per allontanarla il più possibile dallo scenario futuro di sviluppo del Paese. 

A cosa si riferisce?

Penso soprattutto al Fiscal compact. E la manovra correttiva da 3,4 miliardi conferma in pieno che questo Governo non ha alcuna intenzione di non firmare a fine anno l'inserimento del Fiscal compact dentro il trattato dell'Unione europea. Marciamo quindi tranquilli verso il burrone, sperando che non sia già di fronte a noi con le elezioni francesi. Se vince Le Pen ci saranno ripercussioni fortissime, anche se non metterà in atto politiche estreme come si vuol far credere. Infatti, sicuramente il progetto europeo si concluderebbe, almeno per come l'abbiamo conosciuto. 

Marine Le Pen non sembra però avere molte chance di vincere.

In effetti è così. Se non vincerà non mi aspetto però un leader francese diverso da quel disastro che è stato Hollande, che ha condotto l'Europa a questo stadio non facendo quello che la Francia ha sempre fatto: il contraltare alla Germania. Certo, è utile che ci sia qualcuno che ci ricordi che i conti nel lungo periodo vanno pareggiati. Ma c'è anche bisogno di qualcuno che ci ricordi che i conti pubblici in alcuni momenti storici vanno usati per venir fuori dalle difficoltà. E questo nessuno si è azzardato a dirlo ai partner tedeschi.

Ma per questo obiettivo non c'è la flessibilità, di cui anche Gentiloni ha parlato?

La flessibilità è una parola da abolire, perché ormai si definisce molto chiaramente come il rimandare ad infinitum il pareggio di bilancio di medio termine ogni anno di un anno. E questo fa malissimo all'economia, perché resta un clima di incertezza che non porta gli imprenditori a fare investimenti. La flessibilità è dannosissima, perché è stata interpretata in un senso patologico. Abbiamo bisogno di tutt'altro, ovvero di un piano che dica che fino a quando l'Italia non è fuori dalla stagnazione, il deficit deve rimanere fisso al 3% del Pil. 

Questo quante risorse potrebbe liberare?

Avere il 3% di deficit/Pil anziché lo 0%, nel lungo periodo può fornire 50 miliardi di euro, a cui si possono aggiungere 20 miliardi di spending review, cosa diversa dai tagli lineari compiuti finora da tutti i governi. Avremmo quindi 70 miliardi per rimettere in moto in maniera pulita la macchina della spesa pubblica e, di conseguenza, il Paese.

Tenendo conto del clima politico, c'è qualcuno che in Italia proporrebbe un piano del genere?

Purtroppo l'opposizione non ha capito nulla e pensa che ci si salverà senza euro e senza Europa. L'Italia della liretta, però, sarebbe destinata a non avere alcun peso ai tavoli negoziali internazionali. Il Pd, invece vuole rimanere dentro il Fiscal compact. La cosa giusta sarebbe rimanere dentro l'euro, ma senza il Fiscal compact. Diversamente siamo destinati a una fine molto ingloriosa, a un lento e inesorabile declino. Siamo come una barca in mezzo al mare in un momento di calma piatta, dove però all'orizzonte si annuncia una tempesta perfetta. E noi non stiamo facendo niente, stiamo sdraiati a goderci la bonaccia.

(Lorenzo Torrisi)

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