L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 marzo 2017

sono gli elettori italiani che daranno ancora una volta una lezione al corrotto Pd

ECONOMIA E FINANZA
MANOVRA & PD/ Gentiloni e Padoan preparano la stangata

Sergio Luciano
mercoledì 29 marzo 2017

E' una specie di "cupio dissolvi" quello che sembra aver preso Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio e ormai contestato — anche se, si direbbe, ancora "favorito" leader del Pd. Già, perché imponendo le primarie per la segreteria del partito alla data del 30 aprile — chiaramente allo scopo di complicare l'organizzazione della campagna elettorale ai due sfidanti, Andrea Orlando e soprattutto Michele Emiliano, l'antagonista vero — Renzi si è infilato in un vicolo cieco. Quello di doversi misurare con gli elettori a ridosso delle scelte sicuramente impopolari che saranno necessarie al governo Gentiloni per ottemperare al diktat della Commissione europea sulla manovra correttiva del deficit pubblico da 3,4 miliardi da varare entro il 15 dello stesso mese. Dunque Renzi va a chiedere il voto da segretario a un Paese in cui i suoi simpatizzanti avranno appena dovuto prendere atto che il governo sorretto dal partito alla cui guida si ricandida il "maleducato di successo" ha dovuto stangare i cittadini.

No all'aumento delle accise; no all'aumento dell'Iva. Ancora trattative a Bruxelles per ottenere qualche ulteriore decimale di deficit su quest'anno, magari ancora con la scusa del 2016, quella dei costi straordinari legati al sisma nell'Italia centrale: è questo che vuole Renzi per presentarsi il 30 aprile come il difensore delle tasche degli italiani.

Ma non basta: il governo, non tanto per iniziativa del prudente e silente Gentiloni ma del "grand-commis" internazionale Pier Carlo Padoan, pensa a fare privatizzazioni per 8 miliardi. Ora, è bene sapere che riuscirci sarebbe una tombola, una prodezza degna degli annali: c'è ormai ben poco da vendere, la cessione di una seconda tranche delle Poste è vastamente osteggiata dalle forze politiche, di immobili vendibili non si parla nemmeno, insomma è ben difficile trovare merci di pregio da offrire con successo ai mercati finanziari. 

E dunque dove trovare quei maledetti 3,4 miliardi?

Le misure che vedono d'accordo, elettoralisticamente, Renzi e i ministri renziani sono soltanto quelle a reddito incerto: per esempio, la fantomatica "lotta all'evasione", predicata da sempre e costantemente più magra del voluto. E poi — udite udite — si parla di "tagli alle spese intermedie", per esempio quelle che dovrebbero cadere sotto la mannaia della Consip, la società pubblica che gestisce le aste on-line per gli acquisti della pubblica amministrazione e che, diciamo così, non attraversa una fase di altissima reputazione…

Eppure Renzi insiste: non vuole che la manovra correttiva gli guasti la festa, non vuole "sporcare" la narrazione del "non abbiamo aumentato le tasse". Cavalcando a modo suo — visto che tecnicamente non è più lui al governo — il populismo opposto di Lega e Cinquestelle che con accenti diversi sono entrambi in frontale polemica con l'Europa.

Ma quanto "storytelling" saranno disposti a bersi gli elettori? Non tanto quelli delle primarie, che Renzi vincerà, sia pure un po' peggio di quanto amerebbe, bensì quelli che nel 2018 dovranno rivotare alle politiche?

Se il capo formalmente tace, i sui ascari — da Orfini alla Bellanova — attaccano in interviste teleguidate i ministri tecnici, tanto per far capire come la pensa lui. Teso e sospettoso — come un "vincente" qual è, non sa essere senza perdere smalto e leggerezza — Renzi vede oggi come il fumo negli occhi sia Padoan, che però non teme, scialbo come lo considera, sia Calenda, che pure non ostenta fregole di premierati tecnici, e perfino Minniti, che da ministro degli Interni si sta muovendo bene e proviene da una militanza dalemiana superata però mai rinnegata. Percepisce che sono personaggi "fungibili" sia per un governo tecnico teleguidato dalla Troika che si sta scaldando a bordo campo in attesa di poter teleguidare la politica economica di un Paese fatalmente destinato a non reggere il futuro rialzo dei tassi; sia per una grande coalizione che un domani potrebbe compattarsi attorno ad un rientro di Berlusconi. Sente che alcuni dei "poteri forti" grazie ai quali arrivò a Palazzo Chigi lo hanno mollato: non si fidano più. Gioca in difesa, contro i tecnici e contro i loro potenziali "burattinai esterni", e Renzi in difesa proprio non sa giocare.

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