L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 17 marzo 2017

Yemen - il Pakistan interviene in cambio di petrolio saudita

16/03/2017, 09.48 
A. SAUDITA - PAKISTAN - YEMEN

Riyadh chiede aiuto a Islamabad per presidiare il confine meridionale con lo Yemen

Pronta una brigata per “puntellare” la fragile frontiera a sud. L’esercito pakistano fra i pochi del mondo musulmano a non avere una connotazione confessionale. Il suo ruolo di garante e mediatore nel delicato contesto mediorientale. Crescono le tensioni fra Arabia Saudita ed Emirati sul sostegno a presidente yemenita Hadi. Sullo sfondo le relazioni commerciali fra Teheran e Islamabad.


Riyadh (AsiaNews) - L’esercito pakistano, su richiesta di Riyadh, è pronto a inviare una brigata da combattimento nel sud dell’Arabia Saudita, per “puntellare” la fragile frontiera meridionale, che corre lungo il confine con lo Yemen. Un battaglione chiamato ad operare solo all’interno del regno e non avrà, di contro, compiti offensivi nel Paese vicino, teatro da ormai due anni di una sanguinosa guerra civile. Nello Yemen i sauditi sono alla guida di una coalizione regionale che si contrappone alle milizie ribelli Houthi; un fronte che, nelle ultime settimane, sembra vacillare dilaniato da divisioni interne.

Dal gennaio 2015 la nazione del Golfo è teatro di un sanguinoso conflitto che vede opposte la leadership sunnita dell’ex presidente Abd Rabbuh Hadi, sostenuta da Riyadh, e i ribelli sciiti Houthi, vicini all’Iran. Nel marzo 2015 una coalizione araba a guida saudita ha promosso raid contro i ribelli, finiti nel mirino dell’Onu per le vittime che hanno provocato, anche bambini.

Ad oggi sono morte oltre 10mila persone, più di 40mila i feriti e tre milioni gli sfollati.

Per l’Arabia Saudita gli Houthi, alleati alle forze fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh, sono sostenuti sul piano militare dall’Iran; un’accusa che Teheran respinge. Nel Paese sono inoltre attivi gruppi estremisti legati ad al Qaeda e milizie jihadiste legate allo Stato islamico, che hanno contribuito ad aumentare la spirale di violenza e terrore.

Nazioni Unite e gruppi internazionali pro diritti umani hanno accusato sia la coalizione a guida saudita che gli Houthi di crimini di guerra e violenze contro i civili, intrappolati nella carneficina. In passato i missili lanciati dalle milizie sciite avrebbero colpito postazioni e obiettivi oltreconfine, in territorio saudita, provocando decine di morti e feriti. Da qui la decisione presa da Riyadh di rafforzare le frontiere.

Analisti ed esperti ricordano che l’esercito pakistano è uno dei pochi del mondo musulmano a non essere connotato da una appartenenza confessionale. Esso è composto da sunniti, sciiti, hazara e cristiani non solo fra le truppe, ma anche nelle alte sfere degli ufficiali ed è in grado di mediare fra Teheran e Riyadh. Inoltre, dopo la caduta di Saddam Hussein e la dispersione dell’esercito irakeno, unito alla crescente influenza dell’Iran nel contesto mediorientale, sauditi e monarchie sunnite del Golfo hanno guardato al Pakistan come garante ultimo della sicurezza e della stabilità nella regione.

Lo stanziamento di truppe in territorio saudita segue la visita di un alto ufficiale dell’esercito di Islamabad, il generale Qamar Javed Bajwa, capo delle Forze armate pakistane (Coas), a Riyadh lo scorso dicembre. Nella tre giorni trascorsa nella capitale saudita l’alto militare ha incontrato omologhi e personalità di governo. I vertici dell’esercito pakistano - potenza militare che dispone della bomba atomica e la più “influente” nella regione mediorientale - inquadrano la missione negli impegni assunti dal “Coas “alla protezione e alla sicurezza dei luoghi santi dell’islam e alla integrità territoriale del regno”.

La richiesta di aiuti al Pakistan giunge in un momento di tensione all’interno della coalizione araba a guida saudita attiva in Yemen. In particolare si fanno sempre più aspre le divisioni fra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i quali chiedono a Riyadh di sospendere il loro sostegno al presidente Hadi. In caso contrario, gli Emirati sono pronti a ritirare le loro truppe. Al contempo sono fallite le sortite diplomatiche finalizzate a ricucire lo strappo fra l’amministrazione Hadi e la leadership di Abu Dhabi. A questo si aggiungono le accuse rivolte agli Emirati di voler occupare il sud dello Yemen e lanciare una politica “unilaterale” nell’area.

La decisione di stanziare truppe pakistane in Arabia Saudita è stata al centro di un aspro dibattito parlamentare a Islamabad; già due anni fa Riyadh aveva invitato il Pakistan a unirsi alla coalizione “sunnita” operativa in Yemen. Una richiesta rispedita al mittente dall’Assemblea (scatenando le ire dei sauditi), dopo una discussione fiume di quattro giorni. Fra le ragioni che spinsero Islamabad a declinare l’invito, la volontà di scongiurare nuove tensioni confessionali in un Paese in cui circa il 20% della popolazione è sciita.

L’attuale premier Nawaz Sharif deve la propria vita ai sauditi, i quali nel 1999 hanno impedito che venisse giustiziato all’indomani del golpe militare che ha portato al potere Pervez Musharraf. Oggi il Primo Ministro ha trovato il modo per sdebitarsi, pur tenendo conto dei delicati equilibri internazionali e dello sforzo promosso dal Parlamento per rilanciare i rapporti diplomatici e commerciali con l’Iran. A maggio una delegazione di deputati pakistani farà visita a Teheran, dove discuterà con i vertici della Repubblica islamica di riapertura dei mercati, turismo e la costruzione di un nuovo gasdotto.

Nessun commento:

Posta un commento