L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 aprile 2017

Abbandoniamo gli euroimbecilli a loro stessi e Noi Italiani sviluppiamo la politica del Mare Nostrum insieme all'amico Putin

EUROCRAZIA SENZA VISIONE CI METTE IN MANO ALLA CINA.

Maurizio Blondet 1 aprile 2017 

Trump metterà dazi sulla Vespa e l’acqua San Pellegrino!”: i media mettono il lutto, strillano, piangono. Trump il protezionista! La nostra rovina! La rovina del libero commercio mondiale! Nessuna cifra sull’export di Vespa in Usa, sicuramente una nicchia da pochi soldi.

Come amano odiare Trump, i nostri media, e politici di governo, e le oligarchie europee. Tanto amano odiarlo, che mentre piantano il piagnisteo corale sull’acqua San Pellegrino che sarà (forse) tassata in Usa, manco si accorgono della seguente notizia:

“Nel corso del 2016, gli investimenti diretti della Cina in Europa sono cresciuti del 77 per cento, mentre sono cresciuti ‘solo’ del 40 per cento nel resto del mondo”.

Ciò significa che, approfittando della crisi economica ormai decennale e mai curata che mette alla fame le imprese europee, Pechino se le sta comprando. Naturalmente si sceglie quelle di cui ha bisogno, le cui tecnologie e know-how mancano ancora all’Impero del Mezzo; insomma le migliori. E l’Europa è piena di aziende “migliori” abbandonate al “mercato” (ossia alla predazione) durante la recessione globale, in forza del sacro dogma liberista-globalista che a Bruxelles non si può violare: è per questo che nel solo 2016 la Cina ha aumentato suoi acquisti in Europa del 77%, contro il 40 per cento nel resto del mondo. Aziende i cui profitti andranno in Cina, quando ricominceranno a fare profitti.

Svendiamo le industrie a Pechino

Altro che Acqua San Pellegrino. Giusto per dare un’idea: tutte le esportazioni agroalimentari italiane in Usa valgono 38,4 miliardi; il danno che potrebbe venirci da dazi Usa è sul 10% , ossia 3,8 miliardi. Ma per i suoi acquisti diretti, nel solo 2016, la Cina ha sborsato 200 miliardi di dollari. Perché si sa, Pechino è strapiena di dollarie sa che sono carta straccia, che gli Usa stampano a ritmi ormai demenziali, insostenibili. Quindi si libera a vagonate dei 200 miliardi di dollari, comprando con essi i gioielli europei, valori reali. Gli europei in crisi accettano carta straccia e vendono i gioielli.

Mica solo in Europa, attenzione. I cinesi stanno iniettando miliardi nel cinema americano, soccorrono Hollywood coi loro capitali: capite cosa vuol dire? L’industria dei sogni Made in Usa, il cuore del “soft power” americano, sta già cominciando a produrre film in gloria della Cina… Donald Trump, e la parte dell’elite che lo sostiene, hanno preso atto dei danni che la globalizzazione senza freni ha prodotto nell’economia americana, e stanno cercando (goffamente) di risalire la china della de-industrializzazione, del vuoto industriale che minaccia ormai il poter globale americano. In Usa, questo cambio di prospettive è ferocemente contrastato, fino alla guerra civile, da ogni sorta di poteri “progressisti” (fra cui la Cia, progressista): di fatto è una lotta – molto sudamericana – fra una “borghesia nazionale” (bollata come “populista”e protezionista) e la “borghesia compradora” che vive di importazioni (cinesi), di speculazioni finanziarie e di riduzione dei salari, dunque austerità per tutti gli altri connazionali.

Ma che dire dell’Europa? Quella di Bruxelles, di Berlino dove albergano le povere “menti strategiche” che ci guidano? E di Francoforte, da cui impera la intelligentissima BCE?

Lasciano Pechino fare acquisti a man bassa, non sanno reagire: si vietano “rigurgiti protezionisti”, certo. Ma anche non hanno alcuna strategia a lungo termine, alcuna visione geopolitica. Meglio: continuano ad adottare quella che hanno ricevuto da Washington, quando ormai a Washington è in discussione, perché sono incapaci di pensare in proprio. Sono un ventre molle intellettuale mai visto nella storia.

Le oligarchie europee non possono guardare in volto i loro errori geopolitici epocali; anzi li hanno celebrati a Roma, incensandosi a vicenda, ripetendosi che i problemi che loro hanno creato saranno curati da “più Europa”, da più forti dosi del farmaco che ci ha ammalati tutti. Anzi,”la faremo pagare” all’Inghilterra che ci ha lasciato, minacciano Juncker, Tusk, la Mogherini, la Merkel.
Sciolta nel mercato globale, a che serve più la UE?

Persino Lucina Castellina su Il Manifesto (ed è tutto dire) ha indicato a questi “europeisti” che sono stati loro ad avviare lo smantellamento della Ue (non certo i “protezionisti e sovranisti”) commettendo l’errore fatale: “Sempre più confondendo il progetto europeo con quello della globalizzazione.. E allora, perché l’Europa? Che senso ha, se resta niente altro che un pezzetto anonimo del mercato mondiale?”. 

Hanno “fatto” la UE di nascosto, senza ascoltare i popoli, e perché? Per poi dissolverla nel mercato globale. Ossia decretando la sua inutilità. Se una “unione” europea aveva un senso, non poteva che essere nella Fortezza Europa”, un blocco commerciale di mezzo miliardi di abitanti con alto potere d’acquisto ed alta istruzione, potenzialmente autosufficiente (una volta integratavi la Russia). Invece hanno svenduto i suoi popoli – alla concorrenza mondiale dei salari più bassi. Ossia svendendo le specificità di valore, culturali, proprie dell’Europa storica.

Ma poi hanno fatto di peggio: hanno allargato la UE ad Est, e adesso la stanno identificando sempre più con la NATO, l’alleanza militare anti-Russia, sotto dettatura americana rialzando la Cortina di Ferro; perché all’America non interessa più l’Europa se non come terreno militare, di espansione in profondità in ostilità alla Russia.

E’ la politica americana tradizionale: impedire l’integrazione fra Europa dell’Ovest e Russia, che creerebbe uno spazio economico autosufficiente sia dal punto di vista tecnologico che da quello energetico (e quello culturale, non dimentichiamo) liberato dall’egemonia Usa. Dal punto di vista americano, il progetto ha una logica. Ma dal punto di vista europeo?

Di fronte agli “acquisti” cinesi, e di fronte al – da loro imprevisto – riflesso protezionista e sovranista della Casa Madre americana, la sola cosa che ci servirebbe sarebbe avere la Russia dalla nostra parte. Invece abbiamo gettato Putin nelle braccia della Cina, colpendolo con sanzioni che hanno danneggiato noi, e bollandolo come “dittatore” di uno “stato ostile” . Grazie Tusk. Grazie, Merkel. Grazie, Mogherini,

Che tragica e comica cortezza di vedute, che mancanza totale di visione. Nani politici ma soprattutto intellettuali, al comando di quella che è ancora l’economia col maggior poter d’acquisto del mondo (ancora per poco) il che la rende preda di intelligenze che hanno saputo concepire progetti geopolitici di lunga durata.

Secondo Michael Pillsbury, un ex sottosegretario aggiunto alla Difesa ed esperto della Cina, questa si trova a metà della sua “maratona del secolo per rimpiazzare gli Usa come superpotenza mondiale” e questa strategia è stata definita dal Partito Comunista cinese dal 1972, all’indomani della riapertura delle relazioni con gli Stati Uniti grazie a Nixon e Kissinger, con lo scopo di cancellare le umiliazioni del passato e organizzare un nuovo ordine che rimetta in causa l’ordine finanziario di Bretton Woods.

Si assegni pure alla paranoia americana (di questi tempi acutissima) il sospetto di un così lungo progetto cinese. Certo è che la paranoia appare giustificata, se si considera che gli Usa hanno accumulato oggi 20 mila miliardi di dollari di debito, del quale Pechino detiene un terzo.
Il grande controllo cinese sulla heartland

I dollari post-1971, non più convertibili in oro, hanno reso comodo per gli americani di procurarsi beni fabbricati all’estero, pagando coi dollari stampati senza limiti. Una comodità che hanno pagato con l’aver consentito a paesi esteri di costruire le proprie industrie nazionali esportatrici: ovviamente la Cina è stata la massima beneficiaria, ma non senza l’aiuto (stolto? Volontario?) delle centrali finanziarie americane che hanno aperto alla Cina il mercato mondiale, lasciandola entrare nella globalizzazione senza esigere da essa la condizione imposta a tutti gli altri: che lasciasse fluttuare liberamente la sua moneta secondo la domanda dei mercati. I cinesi sono dunque da anni nella competizione con la moneta svalutata e controllata dal Partito-stato, un trucco sleale, di cui solo oggi un presidente di nome Trump ha chiamato il bluff.

Dominio dello “Heartland” – e del “Rimland”.

Forse troppo tardi. Il deficit degli Usa verso la Cina ammonta ormai a un miliardo di dollari al giorno. E mentre Obama badava ad antagonizzare Putin (e noi europei con lui), la Cina ha silenziosamente realizzato una gigantesca rete di infrastrutture eurasiatiche.

Dodicimila chilometri di ferrovie ad alta velocità, e altri 50 mila progettati.

Oleodotti e gasdotti come “Forza di Siberia”, 4 mila chilometri dai giacimenti della Jacuzia nell’estremo nord-est cinese.

Il gigantesco progetto di trasporti stradali-ferroviari e marittimi integrati, denominato One Belt One Road, lanciato nel 2013 da Xi Jinping per unire l’Eurasia e raggiungere l’Europa, ma anche l’India e il Medio Oriente evitando lo stretto di Malacca (passaggio obbligato ma controllato dal “nemico”) con un raddoppio di vie terrestri. Basta elencare i 7 assi ufficialmente resi noti da Pechino per avere un’idea:
The Twenty-First-Century Maritime Silk Road (MSR)
The China-Mongolia-Russia Economic Corridor (CMREC)
The China-Pakistan Economic Corridor (CPEC)
The Bangladesh-China-India-Myanmar Economic Corridor (BCIMEC)
The China-Indochina Peninsula Economic Corridor (CICPEC)
The China-Central and West Asia Economic Corridor (CCWAEC)
The New Eurasian Land Bridge (NELB)


Il colossale programma di infrastrutture, di dimensione continentale – che mira a racchiudere il continente più vasto, l’Asia, la heartland che turbò i sonni del geopolitico McKinder (“chi controlla lo heartland controlla il mondo”) ha a disposizione strumenti finanziari adeguati, forniti essenzialmente dalla Cina:
La Asian Infrastructure Invesment Bank (AIIB), capitale iniziale 100 miliardi di dollari, che è praticamente il rivale di Fondo Monetario e Banca Mondiale, organi strategici del potere mondiale anglo-americano. Vi partecipano, nonostante le minacce di Washington per dissuadere, 57 paesi, fra cui molti europei; ci siamo anche noi; Londra è stata fra le prime ad aderire, per avervi lo stato di “socio fondatore”. Il solo ad aver obbedito alle ingiunzioni americane è stato, in Asia il Giappone: per sua disgrazia.


Il Silk Road Fund, fondo di Stato del governo cinese, dotato di 40 miliardi di dollari, per intervenire in appoggio della AIIB.

Quanto alle istituzioni, è il caso di ricordare che la Cina è parte (la più grossa) della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, una alleanza fondamentalmente militare, di autodifesa, che inizialmente comprendeva, oltre Russia e Cina, anche Kazakstan, Kirghizistan, Tagikistan; ma dal 2001 comprende anche India e Pakistan – e presto si prevede l’ammissione dell’Iran, oggi membro osservatore.

Bruxelles ha gettato Putin nelle loro braccia

E’ una piccola cosa: che comprende quattro potenze nucleari, fra cui la seconda al mondo (la Russia); il 43% della popolazione mondiale, e oltre il 60 per cento del territorio del continente eurasiatico. L’ostilità europea, con le sanzioni e il resto, ha gettato la Russia nelle braccia di questo blocco, costringendo Putin ad approfondire e rendere permanenti i rapporti “di buon vicinato e cooperazione amichevole” con Pechino.

Dimentichiamo qualcosa? Ah sì, ecco: i BRICS – Brasile, Russia, India, Sudafrica. Oggi somigliano sempre più ad una Shanghai Cooperation Organization che unisce un paese africano essenziale per posizione geopolitica, e il più grande paese sudamericano – uno e l’altro situati in quello che i geopolitici britannici chiamano il “rimland”: il contorno dell’heartland, che è necessario che le potenze navali controllino per minacciare chi controlla lo heartland.

Dunque la Cina con la Russia (a questo punto, come partner junior) hanno rafforzato il dominio sullo heartland, e nello stesso tempo hanno sfondato la continuità geo-strategica del rimland. Per esempio, la partecipazione del Brasile al BRIC mette in discussione la dottrina Monroe, l’inviolabilità totale dell’egemonia Usa nel suo emisfero – il che può spiegare certe sovversioni attuate contro quel paese. Per ora hanno avuto successo; ma i BRICS hanno una propria banca di sviluppo, dotata di 100 miliardi di capitale per le infrastrutture – un aspetto che gli Usa hanno troppo trascurato, lasciandosi guidare dal suo capitalismo finanziario, ossia predatorio e di corto respiro.

Ma c’è ancora di più, e lo sottolinea l’analista Jean-Claude Empereur, docente di geopolitica all’università di Nantes: “Il programma di contro-accerchiamento [cinese] non sarebbe completo se non si citasse il Libro Bianco sulla politica spaziale cinese 2017-2022, che propone di fare della Cina una potenza spaziale indipendente. Un grande programma scientifico, militare ed economico: “A lungo termine, lo sfruttamento delle risorse lunari è una delle grandi priorità della Cina. La Luna ha riserve di un gas raro sulla Terra, l’helium-3, che potrebbe essere usato per ottenere energia da fusione” .

Sarà pure fantascienza. Ma confrontatele con la visione della Mutti Merkel da cui ci siamo lasciati guidare noi europei, la piccineria e la stupidità con cui, in nome di non si sa quali principi morali, ci siamo fatta nemica la Russia che stavamo integrando, perché “Putin è un dittatore” – mentre Mutti non ha avuto remore a promettere ad Erdogan l’entrata della Turchia nella UE.

Hanno fatto l’Unione, e poi l’hanno disciolta nella globalizzazione, obbligandoci a competere sui ribassi salariali nel calcolo impossibile di concorrere a forza di austerità con quelli cinesi; e adesso, Trump suona la campana della fine della globalizzazione, odiano Trump invece dei loro errori sesquipedali. Che hanno degradato l’Europa e la condannano alla dismissione storica.

Si poteva, forse si potrebbe ancora, distogliere Putin dall’abbraccio cinese, che certo è imbarazzante e pericoloso, e culturalmente persino innaturale; ma non ci vorrebbero una Mogherini o un Gentiloni, uno Stoltenberg o un Tusk. Invece ecco, partono alla guerra contro “i protezionisti” e i “sovranisti”, e lamentano una possibile riduzione delle vendite della Vespa in Usa, mentre la Cina si propone di diventare una potenza spaziale nei prossimi cinque anni. Che pochezza mentale. Che tristezza.

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