L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 aprile 2017

questi non sono economisti ma servitori di interessi stranieri, con la Sovranità Monetaria facciamo investimenti pubblici per la Piena Occupazione Dignitosa

Per essere credibile in Europa all'Italia serve un gendarme

Il nostro paese dovrebbe impegnarsi a stabilire con le istituzioni europee un rapporto "do ut des". L'analisi di due studi pubblicati dalla School of European Political Economy (Sep) della Luiss

di Alberto Brambilla
31 Marzo 2017 alle 11:30


foto LaPresse

Roma. “Do ut des”, “Io do affinché tu dia”, è nel diritto romano la base di ogni accordo tra privati ed è il rapporto che l’Italia dovrebbe impegnarsi a stabilire con le istituzioni europee, secondo due studi pubblicati nei giorni scorsi dalla School of European Political Economy (Sep) dell’Università Luiss di Roma, controllata da Confindustria, a firma congiunta di rispettati economisti Carlo Bastasin (senior fellow Brookings institution, editorialista Sole 24 Ore), Lorenzo Bini Smaghi (ex membro board Bce, presidente di Societé Generale), Marcello Messori (direttore Sep), Stefano Micossi (direttore generale Assonime, presidente Sep), Fabrizio Saccomanni (ex direttore generale Banca d’Italia, ex ministro dell’Economia), Gianni Toniolo (docente di storia economica Luiss).

Il rapporto Luiss parte dall’assunto che l’Europa non sia la causa dei mali dell’economia italiana, ma che sia invece l’Italia a rappresentare una delle ragioni per cui l’Europa non realizza i progressi che si propone ad esempio quando nel giugno 2016 ha ostacolato il completamento dell’Unione bancaria. L’Italia dovrebbe perciò guadagnare credibilità non solo sollevando i veti posti in passato ma anche consentire a un monitoraggio da parte delle istituzioni europee sull’uso dei fondi comunitari ricevuti e di cui ha estremo bisogno in quanto unico paese che ha visto calare gli investimenti esteri per via della perdurante incertezza politica. L’alternativa, secondo il rapporto, sarebbe altrimenti un programma di assistenza con delle condizionalità stringenti come in Grecia. “L’Italia deve smettere di gridare contro l’Europa matrigna. I guai iniziano a casa nostra. Discutere di concessioni sul deficit che già abbiamo avuto ma abbiamo usato male è patetico. A sessant’anni dai trattati fondativi proponiamo di tornare adulti e partecipare al concerto europeo come pari tra i pari”, dice Micossi.

Una prova di credibilità per un governo “adulto” – secondo il rapporto “Completing the economic and monetary union and the pivotal role of Italy” – sarebbe sollevare il veto posto l’anno scorso dal governo Renzi alla rivalutazione dei titoli sovrani nel portafoglio delle banche, per sciogliere il circolo vizioso tra bilanci creditizi e debiti pubblici, il che aveva impedito di trovare un accordo per stabilire il terzo pilastro dell’Unione bancaria, ovvero il Fondo europeo a tutela dei depositi dopo che la Vigilanza unica sugli istituti continentali e il meccanismo di risoluzione delle banche in dissesto sono già in piedi. “Una condivisione dei rischi è possibile solo se i rischi vengono prima ridotti – dice Lorenzo Bini Smaghi – l’Italia deve riaprire il negoziato perché un atteggiamento rigido ci mette in difficoltà. L’obiettivo è fare progressi sull’Unione bancaria e solo una tutela dei depositi comune ci protegge in caso di crisi. Il caso italiano dimostra che l’Europa non è incapace di risolvere i problemi, come sostengono gli anti-eruopeisti, ma spesso sono i governi nazionali a bloccare i progressi”.

A monte c’è poi l’incertezza politica che – unita ai proclami da parte di diversi partiti (Lega, Forza Italia, Movimento 5 stelle) che teorizzano un’uscita dall’euro – allontana gli investimenti che nel periodo 2008-2012, italiani ed esteri, sono calati – caso unico in Europa – del 30 per cento. Il rapporto avanza l’idea che l’Italia in cambio di finanziamenti europei consenta a un monitoraggio rigoroso dell’uso che ne viene fatto da parte della Commissione. “L’Italia dice che farà ad esempio un’autostrada e l’Europa controlla che lo faccia – dice Bastasin – non lo vedo come una sottrazione di sovranità ma di ripartizione delle funzioni. L’Europa non sta sopra all’Italia nel suo rapporto con i cittadini ma a fianco dei cittadini”. Secondo Bastasin l’intento non sarebbe quello di creare un cordone sanitario in prospettiva di un governo tifoso dell’uscita dall’euro in quanto “è sufficiente continuare sulla strada della scarsa credibilità” per motivare un commissariamento tout-court.

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