L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 17 luglio 2018

Calenda un vero e sanguigno venditore di fumo

Italia | Governo Gentiloni

Tutti i fallimenti di Calenda, l'ex «ministro del disastro economico» (che ora si dedica al Pd)

In due anni al Mise ha collezionato una serie di trattative mai andate in porto, di vani tentativi di salvare le aziende dal fallimento e gli operai dal licenziamento


L'ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, del Pd (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)

ROMA – Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, lo definì in tempi non sospetti con una formula efficace: «Ministro del disastro economico». Già, perché Carlo Calenda, in appena due anni trascorsi a palazzo Piacentini, con i governi Renzi prima e Gentiloni poi, è riuscito nella poco invidiabile impresa di collezionare una striscia incredibile di fallimenti, di trattative mai andate in porto, di vani tentativi di salvare le aziende dal fallimento e gli operai dal licenziamento.

Serie nera
Quello a cui si riferiva Emiliano è forse il più roboante di tutti, quello dell'Ilva, i cui sindacati hanno bocciato sonoramente, solo un paio di mesi fa, le proposte del ministro: «Calenda è andato a sbattere contro un muro di cemento armato senza che nessuno lo aiutasse a fallire – ribadì il governatore – Ha fallito perché non ha una percezione esatta di quello che succede all'Ilva, come probabilmente non ce l'ha anche di altre vertenze che non ha risolto». Stessa sorte anche a Roma per la questione Almaviva, dove i lavoratori hanno respinto l'accordo che prevedeva il taglio dell'orario di lavoro, delle retribuzioni, del Tfr. Sempre in Puglia, invece, Calenda non è riuscito a sbrogliare la matassa del gasdotto Tap, tanto da ritrovarsi ad ammettere lui stesso che la situazione che si era creata era «umiliante per il nostro Paese, non riusciamo a fare un tubo di un metro e mezzo». Da un capolavoro all'altro: sul caso Fincantieri, l'allora ministro tentò di vendere come un suo successo l'ingresso nella proprietà dei cantieri navali francesi Stx, ma fu la Lega a svelare come «noi abbiamo tirato fuori i soldi ma controllo operativo, indotto e lavoratori saranno sotto il controllo francese». Per non parlare della questione Alitalia. Con toni quantomeno affrettati, il titolare del Mise annunciò che la cessione sarebbe avvenuta prima delle elezioni del 4 marzo: peccato che si trattasse di pura utopia, visto che prima di lasciare il suo ufficio lo stesso Calenda rinviò ufficialmente la vendita della compagnia aerea al prossimo 31 ottobre. Una patata bollente passata, con tanti saluti, al governo successivo, dunque. Esattamente come la vicenda Embraco, che l'ex ministro seguì con grande attenzione, ma che la sua soluzione l'ha trovata solo qualche giorno fa, con la firma del suo successore Luigi Di Maio.

Spuntato dal nulla
Non certo un curriculum di cui andare fieri, insomma. Che non inizia, però, con il suo approdo in via Vittorio Veneto. Rampollo di una delle famiglie della Roma bene, figlio predestinato e prediletto dei Parioli, il giovane Carlo Calenda si fa notare soprattutto per aver recitato nello sceneggiato tv tratto dal libro Cuore, e diretto dal nonno Luigi Comencini. Poi lega a doppio filo il suo destino con quello di Luca Cordero di Montezemolo, prima in Ferrari, poi in Confindustria, infine in Italia Futura. Dev'essere stato a quel punto che nella testa di Calenda è spuntata la formidabile idea di scendere in politica. Non avendo avuto lunga vita il pensatoio montezemoliano, si ricicla dunque nella Scelta Civica di Mario Monti, venendo però trombato alle elezioni. Matteo Renzi tenta di ripescarlo mandandolo a Bruxelles come ambasciatore, ma viene richiamato a Roma dopo meno di tre mesi. Ma, per lui, quei piccoli inciampi non erano che gli inizi di una fulgida carriera: del resto, uno così, vuoi non nominarlo ministro? Terminata la sua attività nell'esecutivo, e finita male (tanto per cambiare) anche l'auspicata scalata alla presidenza del Consiglio, Calenda ha deciso di riciclarsi nel Partito democratico, proponendosi come uomo della provvidenza. E in quest'ultimo caso ci tocca proprio dare ragione alla sua intuizione: come potrebbe il Pd lasciarsi sfuggire un uomo che ha dimostrato tanta competenza nel settore dei fallimenti?

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