L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 16 luglio 2018

Inps - Tito Boeri è accecato da un livore ideologico contro gli ultimi nella difesa a prescindere dell'austerità contro il Basso

Tito Boeri, il presidente dell’Inps per alcuni troppo per altri troppo poco politico si scontrò anche con Renzi


L'economista nominato al vertice dell'istituto di previdenza nel dicembre 2014 per risollevare l'ente che era stato commissariato dopo lo scandalo Mastrapasqua, non si è mai fatto pregare nel dire la sua: dalla flessibilità in uscita dal mondo dal lavoro, ai vitalizi dei parlamentari, dal contrasto alla povertà ai voucher

di F. Q. | 15 luglio 2018

Gli scontri al vertice non sono certo una novità per il presidente dell’Inps Tito Boeri. Quello con il vicepremier Matteo Salviniche domenica è saltato sul carro della relazione tecnica al decreto Dignità per chiedere le dimissioni dello scomodo presidente dell’istituto di previdenza, è solo l’ultimo di una lunga serie. Inaugurata già l’esecutivo che l’aveva nominato, quello di Matteo Renzi. Memorabile, per esempio, lo strappo sul piano anti povertà di Boeri e, soprattutto, sul taglio delle pensioni d’oropubblicato a sorpresa a fine 2015 sul sito dell’Inps, dopo che era rimasto per mesi a fare la polvere sul tavolo del governo.

Troppo poco tecnico per alcuni, troppo poco politico per Salvini, l’economista nominato al vertice dell’Inps nel dicembre 2014 per risollevare l’istituto che era stato commissariato dopo lo scandalo Mastrapasqua, non si è mai fatto pregare nel dire la sua: dalla flessibilità in uscita dal mondo dal lavoro, ai vitalizi dei parlamentari, dal contrasto alla povertà ai voucher. L’anno scorso si scontrò duramente con l’allora presidente della commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, difendendo proprio le previsioni fornite dall’istituto. “Ci sembra di essere in presenza – disse in quell’occasione con una lettera alla Commissione parlamentare – di un’operazione volta sistematicamente a gettare discredito sull’Istituto che gestisce la protezione sociale in Italia e sulle statistiche che produce. Se così fosse sarebbe un gioco pericoloso“. In sostanza, lamentava Boeri, potrebbe sembrare che “si metta in discussione ogni proiezioneche non corrisponde ai desiderata” di chi la riceve. Uno scontro tutto interno all’Inps aveva invece portato tempo prima alle dimissioni del direttore generale Massimo Cioffi, in disaccordo con Boeri sulla riforma dell’istituto, incentrata sulla dirigenza interna e sul metodo con cui viene selezionata.

Matteo Salvini, quindi, non è certo il primo a chiederne le dimissioni. E non è neanche la prima volta che lo fa: il ministro dell’Interno è del resto consapevole del peso specifico dell’Istituto che gestisce pensioni e ammortizzatori sociali. Ad accendere la prima miccia era stata la questione migranti quando Boeri aveva ribadito che l’Italia ha “bisogno di immigrati regolari che fin da subito paghino i contributi” e non può permettersi di smontare la legge Fornero sulle pensioni: i costi sarebbero molto elevati”. Posizione e numeri non nuove per l’economista, ma Salvini aveva replicato secco: “Dove vive Boeri, su Marte?”. In quell’occasione il responsabile dell’Istituto di previdenza era stato in qualche modo difeso da Luigi Di Maio: “Non so se andremo d’accordo su tutto, ma sul tema delle pensioni d’oro e dei vitalizi lavoreremo bene”, aveva assicurato il capo dei Cinque Stelle affermando che Boeri “resta in carica fino al 2019“, ponendo tuttavia una condizione: “Finché l’esecutivo farà l’esecutivo e l’Inps farà l’Inps andremo d’accordo”. Resta da capire se e cosa è cambiato.

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