L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 dicembre 2018

Alceste il poeta - la resa che è combattimento, armiamoci partiamo ogni momento ogni giorno ogni anno lo dobbiamo a noi stessi

Riflessioni di un tenero esserino del futuro (buona Festa del Gelo a tutti)


Roma, 22 dicembre 2018

Ve lo confesso: cosa c’è di più bello di una poltrona? Tutto è facile. Una tastiera e hai il mondo a disposizione. Non c’è bisogno mica di farla difficile quando tutto è facile. Facile, ecco il verbo da diffondere. Se una cosa è difficile deve essere eliminata. I problemi non esistono, son solo il sintomi della nostra arretratezza, il progresso li eliminerà poiché il progresso serve a rendere la vita facile. Non c’è bisogno di scavare una buca, leggere un trattato, imparare una lingua, dipingere un quadro, corteggiare una donna quando c’è chi pensa a me, e mi porge i frutti dell’albero del bene e del male, liberamente ordinabili su amazon, badoo, sky. Ogni desiderio è sul visore, basta cliccarci sopra. Perché sottoporsi alle torture dell’apprendimento e dell’intelligenza quando, ormai, il mondo viene liquefatto nella sua essenza primaria e imbottigliato per noi, ogni giorno, comodamente rateizzabile, a pacchi discreti, recapitati a domicilio, inodori, igienicamente compatibili?

A che pro l’intelligenza, dico io. A che serve l’intelligenza? A produrre bile, ve lo dico io, non altro. E poi lo scontro, la disfida dialettica, le giugulari gonfie, la spada: quanta perdita di tempo, che spreco! Basterebbe accomodarsi: parva sed apta mihi. Cosa vogliamo, in fondo? Vivere? E non viviamo, forse? I giorni si susseguono, senza scosse, monotoni e sicuri. Non siamo mai stati così sicuri nella storia del mondo: reati e delitti calano, drasticamente; l’umanità ha compreso, finalmente, che proprio le distinzioni, le definizioni apodittiche, la morale, i sillogismi terribili, la logica stringente che tutto frantuma in iridescenze complesse e d’irriducibile diversità formano la costellazione dell’odio e della guerra. Ignorare chi ci ha preceduti: in questo risiede la felicità. Uccidere in nome di un’idea, di un’utopia, di un sogno evanescente; reclamare il proprio essere sé stessi in nome di un cumulo di rovine o di trattati sprezzanti, di vaneggiamenti indimostrabili, cupi, duri, inespugnabili dalla gioviale ragionevolezza: questa la follia.

Occorre sradicare le convinzioni secolari, addolcire il proprio credo per meglio introiettare l’altro, liquidare il buio per la luce, per una luce costante e totale, perpetua, egalitaria; vivere nel cantuccio, in pace con tutti; a che serve strapparsi i bocconi l’un l’altro quando ci sono bocconi per tutti? Diciamo la verità: chi di noi ha più fame? La granaglia è assicurata ormai a tutti, al sapore ci abitueremo … e poi, si rifletta, il sapore non è qualcosa di divisivo, sciovinista? Dobbiamo sostentarci cautela, non ingozzarci di carne e sangue a spese del mondo; la gozzoviglia, diciamo la verità, è il sintomo della sopraffazione e dello spreco. Se pensiamo a quanto tempo e crudeltà sono state dedicate a un atto così vile! Allevamenti di bestie, sgozzamenti, alibi religiosi, proliferazioni di tabù, caccia, stoffe pregiate, ori e argenti per posate, bicchieri, vini, idromele, liquori; banchetti, arrosti, guerre per le spezie (le spezie!), rapine di colture, minuziosi casistiche per ingredienti e ammollamenti e squartamenti, dedizioni folli al tempo esatto delle seminagioni, lo scrutare esatto delle lunazioni, delle piogge e delle arsure: quanto tempo perso! Il passato era, soprattutto, tempo perso, dietro queste incredibili fole! 
Bisogna occultare il passato, questo uno dei maggiori problemi dell’umanità a venire: questa fonte di malvagità, di fredda regressione: il passato. 

Ma come faremo, mi dico. I volumi della Biblioteca Nazionale di Roma, a esempio: cosa ci facciamo? Bruciarli non si può, sarebbe un atto simbolico troppo forte econtrario alla democrazia; ignorarli? No, poiché mantenere quell’ammasso di carta e acari ha un costo vivo notevolissimo: passi per le brossurette, ma i tomi dell’Ottocento in giù occorre stiparli con criterio e dedizione … per tacere di manoscritti e incunaboli. Farli sparire? E come, sono decine di milioni di pubblicazioni. E poi: i monumenti, le chiese, i ruderi, i parchi archeologici. Hic stat busillis. Milioni di metri quadri di passato che occorre tenere in vita sol perché si è statuito (da qualche pirlone, certo) che tali cose sono importanti per la sana vita civica, morale e psicologica dell’uomo. 

Sono problemi enormi a cui ci si deve applicare con fatica e dedizione. A costo di pensare, guardate cosa vi dico, pensare al problema, sminuzzarlo nei suoi componenti essenziali e tentare - addirittura - di raccapezzarcisi, in tale marasma maledetto, e addivenire a una soluzione indolore, accettata da tutti. Da tutti: dal 95% della popolazione (e questa è una passeggiata) e, purtroppo, anche dal restante 5%, cioè dagli Italiani residui del bel suol d’amore, che tale soluzione non la accetterebbe mica di buona lena. Sarebbero capaci, tali resistenti, questi maquisard dello sciovinismo peninsulare, di mettere i bastoni fra le ruote, e i puntini sulle “i”, persino i doppi puntini delle dieresi per rovinare la festa ai dittonghi, ‘sti rompitasche, e innescare nuovi problemi, con le loro fibrillazioni causidiche, le puntute obiezioni, le rutilanti rodomontate su un passato che non deve passare e che ha da condizionare (poveracci!) il presente: gente urticante, fastidiosa, diciamola tutta, che si arroga, a nome di tutti, un ruolo primario che è ormai fuori dalla logica, dalla storia; una rogna, insomma; e per colpa di questi non si può progredire verso l’avvenire che ognuno anela: la comodità, il tranquillo ronfare delle pulsioni, il battito dei cuori decelerato in una mediocrità rassicurante.

La Biblioteca di Alessandria brucia: e Giulio Cesare dice: “Lasciatela bruciare, è una memoria d’infamie!”. Proprio così!

Mi sono sempre chiesto, poi, a che serva il di più. Una colonna, istoriata, cesellata sin all’infinitesima particola di materiale … e che a nulla serve! E nulla sostiene! Perché, anche qui, tale spreco? Erano pazzi! 

A cosa servano i libri io proprio non lo so. Abbiamo tutto il mondo sui visori, l’attualità in casa, al bagno, sotto la doccia; frantumata, sminuzzata nei suoi più minuscoli elementi costitutivi che si possono riassemblare a piacere. Non esiste più l’ombra: tutto è vetro, luce, chiarezza. Perché rendere problematico ciò che si mostra inconfutabile dinanzi agli occhi? Non dobbiamo guardare dietro agli eventi, sotto il velo delle cose. Questa rimane un’attitudine degli uomini regressivi, sospettosi, atrabiliari. La realtà salta agli occhi, donata alla verità in centinaia di prospettive. Si può essere d’accordo o meno, ma non si può negare che, oggi, la verità coincida con la realtà che andiamo a verificare: esposta sul tavolo operatorio, pronta per noi, per i dibattiti, i commenti: piani, pacati, scientifici, senza pregiudizi.

C’è chi pensa a noi. Non vi siete mai chiesti perché il Potere non ci uccide in massa se è tanto crudele? Semplice, dico io, poiché un vero Potere non c’è. Esistono personaggi potenti, e multinazionali potenti; il loro scopo, tuttavia, non è certo la distruzione dell’umanità, ma il mantenimento d’essa nei limiti della ragione. Un accomodamento costante che sarà costantemente sorvegliato dalla democrazia. E la democrazia è nelle nostre mani! Chi può negarlo? Votiamo, liberamente. Anzi, gran parte della popolazione mondiale vota, ormai, liberamente. Il voto, la scelta: liberi. 
La democrazia ci ha donato quasi ottant’anni di pace entro i confini europei. Quando mai è successo? La democrazia ha prolungato la vita, ha sconfitto le malattie. Poiché la democrazia si nutre di ogni nazione o ogni nazione si nutre d’essa; non esiste malanimo, bensì cooperazione. E c’è chi vorrebbe dividere! Ancora! Nonostante tali prove storiche! 

I delitti calano, si muore più per suicidio che per omicidio. Quando mai è stato possibile se non ora? Presto le legalizzazioni e la moneta digitale porranno fine alla criminalità, alla prostituzione, alle droghe più pericolose, ai giochi d’azzardo, ai contrasti sanguinosi per un territorio da conquistare. Sì, lo Stato controllerà con parsimonia e l’oculatezza del genitore ciò che prima era reato; e lo Stato confluirà nella Galassia Centrale della Sicurezza. Anche le perversioni verranno decodificate, istituzionalizzate e controllate dal punto di vista sanitario: la tecnica ci verrà in aiuto. Vedete, non esiste il Bene e non esiste il Male; esiste solo il rispetto reciproco e la reciproca tolleranza governata da un Ente Regolatore che ogni voglia e aspirazione controlla, senza giudicare.

Anche l’iniziativa privata e la creatività, alla fin fine, sono dannosi. Troppi slanci in avanti, troppa rapacità. I commerci privati vanno bene se tutelati e regolati a livello globale; commercialisti, avvocati, notai, medici, fornai potranno esercitare solo se ossequiosi di un paradigma globale. Basta concorrenze, litigiosità, colpi di testa: regolare la voracità, la voglia bestiale, sopire.

I figli crescano dove vogliono; nascano dove vogliono; tutti eguali, però, in egual misura istruiti, ordinati, diretti; e non a caso, come pianticelle spontanee esposte a più sole, meno acqua, o troppo vento. 

Mai giudicare: il giudizio implica una gerarchia di valore che innesca disparità e invidia.

Presto, lo sento, verranno a noia anche i viaggi. Cosa c’è da vedere in altri luoghi che non sia già qui? Parigi, Praga, Minsk, Tegucigalpa, Kiev, Boston. Affronto un viaggio transoceanico per rifugiarmi verso spiagge o vetrine che vantano lo stesso sole o le stesse luci, popolate dai medesimi caratteri e fogge? Credetemi, rimanere dove si è, badare al proprio e vivere più a lungo possibile al riparo dalle intemperie. C’è chi pensa a noi.

L’arte è emozione. Emozione di un attimo, che colpisce l’occhio e l’anima poi svanisce. Un’idea, un breve messaggio: privo di astio o di quei rimbombi paurosi che ci hanno attanagliato il cuore per secoli.

Rifuggire il sangue, sempre. L’odio, il sotterfugio. Essere sinceri, sempre. Evitare il chiaroscuro, anelare il mezzogiorno assolato che non dà ombre. Scansare ciò che è problema, e tale rimane, affidarsi a chi scioglie i nodi con delicatezza, senza malvagità.

Quale libertà si vuole? La libertà fu un delirio terribile; noi vi rinunciamo, quindi; diciamo no alla libertà passata che bramava la distruzione di mura e bastioni e porte in nome di Questa dove non si hanno né mura, né bastioni nè porte e, unico, lo sterminato presente.

La debolezza è forza. 

Chi ha detto che la felicità consiste nella presenza della disperazione? Si può essere felici, quietamente felici, senza ascese o cadute; a bassa tensione, senza aspirare a toccare il cielo che non fa più per noi. Il panottico delle anime, presenti e compagne, riempie l’animo, lo colma di un senso di fratellanza, senza scosse.

L'unico bene è coltivare il proprio giardino.

Nessun commento:

Posta un commento