L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 dicembre 2018

Calabria - è sotto gli occhi di tutti il dominio del Sistema massonico mafioso politico su ll'Italia su questa regione, nessuna meraviglia l'inciampo di Mario Oliviero, ci aveva abituato ad atti amministrativi gravi e illegittimi come è usanza di questi alti funzionari ben posizionati nella Pubblica Amministrazione

Mario Oliverio, il Pd, il garantismo, il giustizialismo, la stampa e poi Buon Natale

Qualcuno dopo il mio precedente editoriale ha sollevato delle polemiche accusandomi di aver sposato la causa giustizialista. Chiarisco, per chi ne ha voglia, il mio punto di vista già, comunque, abbastanza chiaro. Sulle opinioni editoriali, si fanno chiacchiere, retorica a buon mercato messa in atto spesso da stretti collaboratori del Presidente lautamente pagati, pensando o illudendosi, evidentemente, di far bene e compiacere il capo

sabato 22 dicembre 2018 
13:37


Qualcuno dopo il mio precedente editoriale ha sollevato delle polemiche accusandomi di aver sposato la causa giustizialista. Purtroppo nell’epoca della rete succede che molti si limitano a valutare i pezzi solo dal titolo. Per coloro che invece vogliono approfondire le analisi mi permetto di aggiungere qualche ulteriore valutazione sulla vicenda e chiarire, per chi ne ha voglia, il mio punto di vista già, comunque abbastanza chiaro. Il resto sono chiacchiere, retorica a buon mercato messa in atto spesso da stretti collaboratori del Presidente lautamente pagati, pensando o illudendosi, evidentemente, di far bene e compiacere ilcapo. Un esercizio invece che, si rivela dannosissimo alla causa della rinascita di una sinistra seria in questa nostra sgangherata terra e alla immagine dello stesso Governatore.

GIUSTIZIALISMO E GARANTISMO. Ribadisco che ritengo assolutamente debole, allo stato, la vicenda sotto il profilo penale che coinvolge Oliverio. Sono sicuro che giorno 27 dicembre la misura cautelare difficilmente reggerà alla valutazione del Tribunale del Riesame. E, credo sia giusto così. Sulle dimissioni o meno del Presidente in relazione a questa vicenda, da garantista sono contrario. E tuttavia, la coerenza e, dunque, la credibilità di Oliverio, ne esce a pezzi, considerato che, egli ha preteso le dimissioni di alcuni membri della sua Giunta e dallo stesso Presidente del Consiglio raggiunti da un semplice avviso di garanzia. Se c’è un principio di garantismo stuprato lo ha compiuto il Governatore e non chi scrive. Punto.

POLITICA. Diversa, invece, la valutazione politica. Gli atti dell’inchiesta, in questo caso, confermano l’inadeguatezza e il totale fallimento del progetto politico di Mario Oliverioe della sua area politica. In considerazione di ciò, dunque, confermo, la radicale critica sulla conduzione politica e amministrativa del governo regionale e la deriva del Pd, partito al governo. Una critica che è coerente da oltre un anno. Lo faccio da sinistra. E, chiaramente, da editorialista. Un’opinione. Un punto di vista. Questa inchiesta, infatti, disvela quello che per la verità è noto a tutti da tempo. Il potere è detenuto da un ristretto gruppo di dirigenti al di fuori degli organismi collettivi sia di tipo partitico che di tipo amministrativo. Ciò è un fatto. Il nocciolo della mia critica sta tutto dentro queste vicende. Analisi cruda, ma vera.D’altronde, in alcuni casi, le carte dell’inchiesta non sono utili dal punto di vista giudiziario, ma si possono rivelare illuminanti da un punto di vista politico e umano. Chi non ricorda l’inchiesta su Berlusconi e le ragazze delle olgettine che coinvolse anche il più devoto amico del Cavaliere, Emilio Fede. Da un intercettazione,in una conversazione con Lele Mora, emerse poi che il devoto direttore del TG4 cercava di fare la cresta sul compenso delle ragazze da invitare al “bunga bunga”, ovviamente a danno dell’amico Silvio. Fine di una amicizia. Fede fu assolto, ma perse la stima del Presidente.

Gli atti di “Lande Desolate”, dunque, confermano chi sono i veri padroni del Pd e del Governo regionale. Fino a qualche giorno fa lo si ipotizzava, lo si sussurrava nei corridoi, oggi, è impresso nelle trascrizioni delle intercettazioni, con tutto il suo carico di desolante squallore. È evidente, a questo punto, che questo gruppo di potere tiene in ostaggio il Pd e la storia della sinistra calabrese. E’ altrettanto evidente, che sono vecchi amici che conosco bene e con i quali ho diviso un pezzo di vita militante. Per tale motivo ho definito la mia analisi anche amara. Tuttavia, l’onestà intellettuale, mi impedisce di tacere, anche se tale comportamento coinvolge degli amici, o ex tali, i quali, a mio modesto avviso, si sono resi responsabili di questa disastrosa situazione. Tacere, per non turbare degli amici, avrebbe significato manipolare la realtà. Una cosa che, un medio giornalista, non dovrebbe mai fare.

I risultati, al di là della propaganda, sono evidenti. I riscontri elettorali, altrettanto. E, inoltre, questo atteggiamento ha anche un’aggravante: nessun pentimento, nessuna autocritica da parte loro, neanche di fronte alla sconfessione elettorale del 4 marzo. Nessun ripensamento di fronte ad una punizione elettorale senza sconti. Anzi, arroganza, accuse alla stampa e ai giornalisti amici o ex amici, ogni qualvolta c’è stato un accenno di critica. Evidentemente c’è qualcosa che non quadra in questo atteggiamento. La sensazione che si percepisce, è quella di trovarsi di fronte alla difesa di un “sistema”, piuttosto che, di una linea politica, seppur sbagliata. Un sistema ancora non del tutto visibile ad occhio nudo. Quando difendi un sistema, soprattutto nella nostra regione, la reazione alle critiche si manifesta con un vecchio vizio tutto calabrese: personalizzare, o peggio recitare il ruolo di vittime di un accanimento personale. Per quanto mi riguarda a queste strisciante e subdole e striscianti obiezioni sussurrate da un orecchio all’altro rispondo così: nel campo della sinistra ho speso due terzi della mia vita, è evidente che, in qualsiasi posto della regione ho conoscenze e amici, rapporti consolidati in oltre 30 anni di militanza. È facile, dunque, urtare o disturbare le azioni di qualche vecchio amico che continua o si ostina a far politica. “È la stampa bellezza”. Oggi faccio il giornalista, e lo faccio in maniera indipendente, dirigo una redazione pluralista che racconta ogni giorno quello che accade in questa regione! Il mio compito è garantire la loro libertà di espressione nel raccontarla enon tutelare i miei vecchi amici o ex amici, l’importante che questa libertà si eserciti nei binari dell’onestà intellettuale e professionale. In tutto ciò, c’è molto della mia formazione culturale, politica e intellettuale. In quegli anni ho appreso che, in Italia la libertà di stampa è molto più discussa nei salotti dell’intellettualità, piuttosto che praticata e sostenuta dal potere politico, non a caso questa libertà è nata in Svezia 252 anni fa. Anders Chydenius, padre della legge che ha introdotto questa libertà, nel suo intervento di accompagnamento della legge infatti dichiarava «È di tutta evidenza che la libertà di stampa e di scrittura è uno dei baluardi più forti di una libera organizzazione dello Stato». Senza la libertà di stampa «l’educazione e la buona condotta sarebbero distrutte… nei pensieri, nei discorsi e nei comportamenti prevarrebbe la grossolanità e la penombra oscurerebbe l’intero cielo della nostra libertà in pochi anni». Sarà stato un caso che mentre Chydenius pronunciava queste parole, in Italia, invece, proprio lo stesso anno,la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione inseriva il libro «Dei delitti e delle pene» dell’illuminista Cesare Beccaria nell’indice dei libri proibiti.

Se gli amici, gli ex amici, i compagni e conoscenti del Pd rispettassero la libertà di stampa, così come dicono di difendere quando si tratta di attaccare il M5S, dovrebbero accettare le critiche senza personalizzare e buttarla in caciara. Troppo comodo decantare la libertà di stampa quando critica gli altri e, invece, descriverla sporca, brutta e cattiva, o mercenaria, quando mette in discussione l’operato di alcuni rappresentanti del PD. Ecco perché riaffermo con convinzione l’esigenza che questa gente vada via e liberi la sinistra dalla loro arroganza e dai loro disastri. Se il Pd non troverà la forza necessaria per accompagnare alla porta questa dirigenza, il suo futuro è ipotecato per sempre. Buon Natale

Pasquale Motta

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