L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 dicembre 2018

Carlo Freccero e difesa del proprio vissuto

L’ultima eredità del ’68? La Rete

L’anno volge al termine, e con esso le celebrazioni per il cinquantenario del ’68. E forse la sua ultima traccia sta nel mito di Internet come intelligenza condivisa, come patrimonio culturale comune.


(Photo credit: JACQUES MARIE/AFP/Getty Images).

L’anno volge al termine, e con esso le celebrazioni per il cinquantenario del ’68. Il ’68 è stato importante per me come per tutti quelli della mia generazione. Se in quest’anno di celebrazioni non ne ho mai parlato, i motivi sono due. Il primo è collegato ai miei ricordi giovanili, per cui trovavo inutili certe celebrazioni del passato. Ogni generazione deve fare le sue esperienze e la stessa parola “celebrazione” ha qualcosa di sbagliato, nel momento in cui mummifica, immortala, codifica un movimento che al contrario voleva essere cambiamento e perturbazione. Il secondo è una forma di opportunismo. Come operatore della comunicazione, so che si tratta di un argomento sgradito oggi alla platea dei lettori, inadatto a raccogliere audience perché “politicamente scorretto”, “fuori dall’agenda dei media”, anacronistico come tutto l’armamentario delle parole che lo codificano a partire dal termine rivoluzione.

Viviamo in una bolla spazio-temporale prodotta dal pensiero unico. Il valore di oggi non è il cambiamento, la differenza, ma la ripetizione, il conformismo, la popolarità di chi rappresenta la maggioranza. C’è una cosa, però, che non posso sopportare e che mi spinge oggi a fare del ’68 una difesa in extremis. Non posso accettare la tesi prevalente sul ’68, che lo critica non come fonte di cambiamento, ma come matrice del pensiero unico. È la tesi di autori che peraltro stimo e di cui condivido su altri temi il pensiero, come Mario Perniola e Costanzo Preve e da cui deriva un esercito di epigoni contemporanei anti sessantottini. Preve e Perniola – che conoscevo e frequentavo – erano allora i nostri fratelli maggiori. Tagliati fuori anagraficamente dal movimento, perché già fuori dall’università, non sono mai stati in grado di condividere le nostre motivazioni e hanno dato al ’68 una lettura in buona fede, ma basata su strumenti inadatti a comprenderla.

Cos’è che rendeva per loro e per noi oggi il ’68 incomprensibile? La sparizione del concetto chiave su cui si basava: il capitale culturale. Leggo negli scritti di Diego Fusaro che il ’68 avrebbe affossato i valori borghesi. Al contrario è stata l’affermazione del valore borghese per eccellenza: il capitale culturale, di cui ha portato a termine la rivoluzione. In un’epoca di eterno presente postmoderno come l’attuale, la parola “rivoluzione” è di per sé politicamente scorretta, dal momento che indica discontinuità, tanto che le sinistre più radicali l’hanno da tempo sostituita con il più episodico “rivolta”. Ma risulta ancora più incomprensibile se unita ad un concetto rimosso da tempo come “capitale culturale”.

Viviamo in un contesto dove la maggioranza dei consensi determina il valore delle cose. Il ’900 è stato il tempo della discontinuità, delle rivoluzioni e delle avanguardie. Tra le rivoluzioni del ’900 la più nota è stata la rivoluzione sovietica del 1917, spazzata via con le macerie del Muro di Berlino. Si trattava di una rivoluzione economica, basata sulla conquista comune dei mezzi di produzione. Il ’68 è stato invece una rivoluzione culturale, basata su conquista e condivisione comune del sapere. Il sapere è stato ridistribuito a tutti attraverso l’accesso alle università. In una società divisa oggi tra élite e masse ciò desta scandalo e suggerisce una lettura secondo cui il sapere borghese è stato cancellato.

Al contrario, il sapere allora fu ridistribuito proprio per eliminare la differenza tra elite e masse, e rendere tutti capaci di autodeterminazione. Nel ’68 Mario Monti non avrebbe potuto recitare senza scandalo la sua storica frase: “La democrazia è una forma di governo sbagliata perché è assurdo che siano le pecore a guidare il pastore”. Non ci saremmo lasciati dare delle pecore da nessuno. La nostra è l’ultima generazione che ha usufruito in massa dell’ascensore sociale. E gli anni successivi al ’68 sono quelli del boom economico e del consumismo diffuso. Non vivevamo al di sopra delle nostre possibilità. Avevamo capito che la ricchezza e il benessere sociale nascono dalla condivisione e non dalle privatizzazioni e dalla lotta di tutti contro tutti. Cosa resta oggi del ’68? Forse la sua ultima traccia sta nel mito di Internet come intelligenza condivisa, come patrimonio culturale comune.

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