L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 16 dicembre 2018

Il bicchiere mezzo pieno visto dal professore Gustavo Piga

ITALIA-UE/ Piga: i tre numeri che regalano la vittoria al Governo

Il governo ha liberato molte più risorse rispetto al precedente. Il salto di qualità è dirottare le risorse sugli investimenti pubblici e legare il Rdc al lavoro dei giovani

16.12.2018 - int. Gustavo Piga

Il Quirinale (LaPresse)

Il 2,04%, per ora, non basta e tra Italia e Unione Europea è trattativa a oltranza. Ballano ancora 3-4 miliardi. Il premier Giuseppe Conte, ottenuta la fiducia ad andare avanti dai due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, per incassare il sì definitivo di Bruxelles deve concedere qualcosa sul deficit strutturale e deve vincere l’ostilità dei Paesi del Nord Europa. Venerdì, a conclusione degli incontri tra Giovanni Tria e i commissari europei, si è registrato un “clima positivo” e il ministro dell’Economia continuerà a lavorare al cuore “tecnico” della trattativa. Quanto può ancora concedere l’Italia in termini di decimali sul deficit? Con ulteriori limature al disavanzo la manovra può ancora aiutare la crescita e la redistribuzione? Reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni restano due bastioni da difendere a ogni costo oppure non sarebbe meglio intervenire modificandone un po’ la struttura, togliendo così quella patina di assistenzialismo che non piace alla Ue? Lo abbiamo chiesto a Gustavo Piga, docente di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma.

Professore, l’Europa ci chiede un ulteriore sforzo di riduzione del deficit. C’è una sorta di “linea del Piave” sotto la quale il Governo italiano non dovrebbe andare?

Ritengo che sia decisamente irrilevante per l’economia italiana distinguere tra un deficit al 2,04% e un deficit all’1,9%. Simbolicamente potrebbe essere il 2% la linea del Piave. Ma il fatto da sottolineare è che, in parte, questo governo la battaglia l’ha vinta, anche se stranamente nessuno sembra notarlo e trovo ingiusto non riconoscerlo.

Quale battaglia ha vinto il governo Conte?

Questo governo ha liberato tantissime risorse in più rispetto al precedente esecutivo. Mentre tutti si concentrano solo sul 2019, gli imprenditori guardano anche al 2020 e al 2021, dove va considerata anche la questione della sterilizzazione degli aumenti dell’Iva: sono tre, dunque, i numeri a cui guardare. Già sappiamo poco sul 2019, ancor più difficile è fare previsioni sul 2020 e 2021, ma immagino che se il deficit passa dal 2,4% al 2% l’anno prossimo, l’aggiustamento sarà di 0,4 anche nei due successivi. Comunque vada, rimane un ammontare di risorse superiore ai 50 miliardi rispetto al precedente governo e la nuova sfida è dimostrare di saper fare un salto di qualità sui contenuti della manovra, che dipende poco dai decimali in meno che la Ue ci chiederà ancora. Il problema non è tanto uno 0,1% in meno sul reddito di cittadinanza o su quota 100, la questione vera è come fare il reddito di cittadinanza bene per il Paese e come destinare le risorse per quota 100 a favore degli investimenti, che possono aiutare le imprese e l’occupazione.

L’Italia, secondo lei, non ha dunque “calato le braghe” tradendo le promesse, come dicono sui social gli elettori di Lega e M5s?

La trovo sorprendentemente ingenua come visione. In ogni trattativa si sa che si deve concedere qualcosa all’avversario e per non concedergli troppo si parte al rialzo, per poi scendere e abbassare. Anche le scene dal balcone fanno parte di una narrativa, di una strategia di comunicazione per dire all’Europa: guardate quanto crediamo a questi numeri. Certo, se poi uno dice 2,4% e se ne vergogna, non manda un messaggio molto potente all’interlocutore. Ma la scena del balcone è stata un buon modo per spaventare l’avversario: credo, infatti, che la Commissione Ue stia calando le braghe alla grande.

Perché? Non è la Commissione ad avere ora una posizione di forza?

Ricordiamoci che l’Italia è il primo Paese in Europa che rifiuta il Fiscal compact fra i firmatari, non convergendo nei tre anni al pareggio di bilancio. E’ una novità immensa.

All’Europa, Merkel compresa, non piace proprio quota 100 sulle pensioni. Lei propone di destinare quelle risorse agli investimenti. Perché?

Per un doppio motivo. Innanzitutto, politico: quota 100 è una proposta della Lega e quindi, se uno vuole parlare alla Lega, deve usare il suo linguaggio. Se si dice alla Lega di lasciar stare quota 100, non si può poi dar più spazio al reddito di cittadinanza. Bisogna muoversi all’interno di una forza politica che rappresenta certe constituency, in particolare le imprese. E qual è il modo migliore per generare crescita, occupazione e profitti? Sono gli investimenti pubblici. Altre misure sono più incerte. La detassazione presume che poi gli imprenditori scommettano sul futuro con le loro risorse, gli investimenti invece tolgono ogni incertezza.

E il secondo motivo?

Il ritorno degli investimenti pubblici va a beneficiare una platea di persone che ha un estremo bisogno di lavoro, cioè i giovani. Siccome sono convinto che in Italia non ci sia un conflitto generazionale sui destinatari delle risorse, essendo l’Italia un Paese dove giovani e vecchi ragionano insieme e si rapportano all’interno di forti vincoli familiari, penso sia facile convincere la constituency degli anziani a rinunciare a qualcosa a favore dei propri figli e nipoti, che oggi vedono disperati e depressi. Certo, poi bisogna varare misure effettivamente utili ai giovani. Secondo me, c’è tutto lo spazio per la Lega per tornare a casa vincente, tanto più se quelle risorse si trasformeranno poi in appalti che vanno anche alle piccole imprese.

In realtà, sugli investimenti Conte vorrebbe chiedere più flessibilità alla Ue per finanziare il Piano nazionale per la sicurezza del territorio e il Piano per la riduzione dei tempi della giustizia. Riuscirà a far breccia nella Commissione?

Intanto vorrei ricordare che sui tempi della giustizia amministrativa sugli appalti si è registrato un grande efficientamento…

La riforma però riguarderebbe più la giustizia civile e penale…

Va tutto bene, ma l’emergenza italiana è un’emergenza economica di breve periodo. Il vero problema è come avviare rapidamente gli appalti. Se vogliamo, poi, guardare al medio-lungo periodo, è chiaro che c’è un accordo in Europa per cui, se si fanno le riforme, si hanno più spazi in termini di deficit. Può darsi che questa posizione faccia anche parte del possibile accordo e se questo è il grimaldello per portare a casa il risultato senza umiliare troppo la Ue, va benissimo. La cosa importante – lo ripeto – è spendere bene e in modo veloce le risorse a disposizione per gli investimenti pubblici, il che vuol dire avere gente competente e ben pagata che sa scrivere gli appalti, evitando così il rischio, molto diffuso in Italia, delle impugnazioni e dei contenziosi.

Anche il reddito di cittadinanza fa storcere il naso ai partner Ue. La misura è assistenzialistica, però risponde a una reale esigenza di maggiore equità sociale. Come renderla più “digeribile” ai commissari europei?

Sono sette anni che proponiamo una sorta di New Deal per i giovani e lo abbiamo fatto in un momento in cui la disoccupazione giovanile era molto inferiore a quella odierna. E già all’epoca avvertimmo che, se l’Italia non si fosse mossa rapidamente in questa direzione, sarebbero successe cose drammatiche. Purtroppo abbiamo avuto ragione.

Perché potrebbe far meglio del reddito di cittadinanza?

Prima di tutto, un reddito di cittadinanza collegato al lavoro all’interno della Pubblica amministrazione ottiene un risultato importantissimo: svecchia la Pa. Noi non abbiamo tanti dipendenti pubblici, ma sono anni che non si assume e che i concorsi pubblici sono bloccati. Avere un’amministrazione pubblica giovane migliora la produttività della Pa, che è una delle grandi riforme di cui il nostro Paese ha bisogno. Secondo motivo: nel momento in cui si fa un trasferimento con lavoro, questo trasferimento rientra nel calcolo del Pil, generando maggiori entrate e incidendo sulle variabili della finanza pubblica, perché la crescita del Pil abbatte il rapporto con debito e con il deficit, a parità di manovra. E, non ultimo, un reddito di cittadinanza collegato ad assunzioni, anche a termine, nella Pa darebbe fiducia e sicurezza a tantissimi giovani.

La trattativa con la Ue andrà avanti a oltranza. In caso di ulteriore limatura del deficit, la nuova configurazione della manovra potrà aiutare a scongiurare la recessione in arrivo? Bankitalia ha stimato un tasso di crescita medio annuo, in frenata, nel triennio 2019-2021 dell’1%…

Quando si stimano questi cambiamenti di scenario, per cui adesso la crescita è prevista più bassa, è utile ricordare che il vero paragone, per capire la bontà o meno dell’azione di questo governo, va fatto rispetto a quello che sarebbe stato il livello di crescita con il governo precedente e con le sue politiche. Io dico chiaramente che questo governo una cosa l’ha fatta: non aumentare l’Iva, che il precedente esecutivo avrebbe incrementato e quindi la situazione sarebbe stata ben più grave. Anche se sul governo Lega-M5s pesano due fattori.

Quali?

Uno, la difficile congiuntura economica internazionale, a causa del crescente protezionismo; due, al contrario di quel che dice Conte, più che della crescita, finora questo è il governo della giusta redistribuzione. Non è un di meno, anzi è un complimento: questo governo ha riportato al centro del dibattito della politica economica uno dei due obiettivi principali, che non sono, tanto e solo, aumentare le dimensioni della torta, cioè fare crescita, ma anche migliorarne la distribuzione delle fette. Ce lo siamo scordati negli ultimi sette anni: era una torta sempre più piccola che veniva data a sempre meno persone, lasciando moltissimi in difficoltà. Ora si tratta di far di nuovo crescere la torta del Pil, perché quando se ne distribuisce una più piccola è più facile ingenerare tensioni.

Quindi questo governo cosa deve imparare a fare?

Entrambe le cose, più crescita e più redistribuzione, che non sono due politiche in antitesi o alternative fra loro: non si può dire, o sei in Francia e cresci, ma hai contestazioni, oppure sei in Italia e non cresci, ma non hai contestazioni. Non è vero, perché le due misure di cui ho parlato poc’anzi – investimenti in tanti piccoli appalti pubblici e reddito di cittadinanza legato al lavoro nella Pa – sono misure che fanno crescere un Paese e nello stesso tempo redistribuiscono alle classi meno agiate.

A proposito di Francia e Italia, secondo lei, Moscovici usa davvero due pesi e due misure?

Moscovici è assolutamente irrilevante. Conta Macron, contano i “gilet gialli” che lo hanno costretto a fare marcia indietro, contano Lega e M5s che oggi sono al governo, contano i Paesi Ue. La Commissione è un ente che gioca una partita di rimando. Abbiamo finalmente una Commissione più debole e debole quell’Unione che ha dominato l’Europa con le sue politiche scriteriate portandoci a un passo dalla catastrofe. Ci dobbiamo curare poco della Commissione e curare ben di più quelle politiche economiche che facciano crescere l’Europa nella solidarietà reciproca e nell’attenzione ai più deboli. Tutto ciò che non è stato assolutamente fatto negli ultimi sette anni.

(Marco Biscella)

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