L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 dicembre 2018

La Fed vuole la recessione, teniamoci forte

Mercati stesi da no Fed a future riduzione di bilancio: rialzisti in fuga

20 dicembre 2018, di Daniele Chicca

C’erano tutti i presupposti per una riunione più accomodante del previsto e così doveva essere, visto che la Federal Reserve ha ridotto a due i rialzi dei tassi di interesse previsti per il 2019. E invece i mercati finanziari hanno reagito male, forse più per i dubbi espressi dalla banca centrale Usa sull’andamento di mercato ed economia. La liquidità scarseggia e le economia mondiali stanno rallentando il passo: non è una miscela entusiasmante per gli operatori dei mercati azionari, specie se si tiene conto che diversi indici sono sopravvalutati al momento.

Il risultato è qualche ora dopo l’esito dell’ultima riunione di politica monetaria del 2018 che tutti gli asset rischiosi – dalle Borse alle valute dei mercati emergenti – sono calati di valore, così come sono scesi i tassi dei Treasuries a lungo termine, appiattendo la curva dei rendimenti.

Una spiegazione possibile delle cause che hanno portato a una simile negatività, secondo John Velis, Forex e Macro Strategist per l’America di BNY Mellon, sono da ricercare nei rischi al ribasso per la crescita che la Fed incomincia a rilevare e il fatto che il presidente Jerome Powell non intenda apportare d’ora in avanti cambiamenti alla politica di riduzione del bilancio della Fed, che al suo apice si era ampliato fino a 4.500 miliardi di dollari. Come a dire, l’era del Quantitative Easing è definitivamente alle spalle e non si torna più indietro, nemmeno se l’economia dovesse subire altre frenate.

Tutto ha cominciato a precipitare (vedi grafico) quando Powell ha precisato che “non riteniamo che la riduzione del bilancio possa creare problemi”. “Anni fa, abbiamo imparato la lezione secondo cui i mercati sono molto sensibili alle notizie sul bilancio, pertanto abbiamo ragionato attentamente su come riportare la situazione alla normalità”. Sul piano di alleggerimento del bilancio “abbiamo messo il pilota automatico e useremo i tassi per adeguarci a quelli che sono i dati in arrivo. È stata una buona decisione e non penso che la cambieremo”.


LIVEBLOG IN CORSO: GLI AGGIORNAMENTI SONO AUTOMATICI

5 GIORNI FA

Dopo tre ore circa di scambi le Borse europee scambiano ancora sottotono. La Borsa di Londra perde circa 50 punti a 6.715 (-0,7%) sopra i minimi di giornata che equivalgono anche ai minimi di 28 mesi. L’FTSE 100 ha perso più del 10% della sua capitalizzazione nel solo quarto trimestre.

Le perdite non interessano soltanto la piazza londinese, bensì sono estese a tutte le principali Borse d’Europa, con l’indice paneuropeo EuroStoxx 600 che è in calo dell’1,2% ai minimi di due anni. Svaniscono dunque le speranze di un rally pre natalizio.

5 GIORNI FA

Solitamente quando la banca centrale alza i tassi di interesse, la valuta nazionale si rafforza: non è successo stavolta al dollaro Usa che dopo la stretta monetaria della Fed di ieri perde terreno. Il biglietto verde cede circa un centesimo pieno sulla sterlina $1,269 e anche nei confronti dell’euro a quota $1,147. A pesare sono i timori che la Fed stia imponendo un ciclo di rialzi dei tassi troppo aggressivo, che alla fine finirà per sfavorire l’attività economica.

5 GIORNI FA

In una delle sedute più volatili da febbraio, a Wall Street il Dow Jones, l’S&P 500 e il Nasdaq sono scesi ai minimi del 2018. Il paniere delle blue chip ha chiuso a quota 23.323,66 dopo aver visto andare in fumo un rialzo di 380 punti accumulato prima della decisione della Fed. Anche in Asia le Borse hanno perso terreno, mentre in Europa la Borsa di Londra scivola ai minimi di 28 mesi.


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