L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 dicembre 2018

Marco Orioles intervista Korinman - L'Euroimbecillità alle corde, batte gli ultimi colpi

Vi spiego cosa si dice qui in Francia delle pene di Macron e dei tumulti dei Gilet gialli. Parla il prof Korinman

17 dicembre 2018


Che cosa chiedono davvero i Gilet gialli? Chi beneficerà delle loro proteste? E cosa farà Macron? Start Magazine lo ha chiesto all’intellettuale francese Michel Korinman, professore di geopolitica all’Università Parigi IV e direttore della rivista Outre-Terre.

Sabato scorso si è consumato l’Atto V delle proteste dei Gilet gialli francesi. Nei numeri assai diminuiti rispetto alle precedenti manifestazioni (66 mila persone scese in piazza in tutto il Paese), molti hanno visto il crepuscolo di un movimento che, occupando i paesi e le città di Francia, ha imposto all’attenzione temi che erano stato sino a quel momento ignorati dal presidente Emmanuel Macron. Il quale, di tutta fretta, ha dovuto varare provvedimenti a favore dei ceti più deboli che comporteranno lo sforamento del deficit e, quindi, dei parametri di Maastricht.

Un risultato importante, per i Gilet gialli, sul cui futuro già ora si interrogano molti analisti e osservatori. Per capire le radici della protesta, l’impatto avuto sulla vita politica francese e sull’agenda del presidente, ma anche i riverberi che ha provocato nel resto d’Europa, Start Magazine ha sentito l’intellettuale francese Michel Korinman, professore di geopolitica all’Università Parigi IV e direttore della rivista Outre-Terre.

Professore, chi sono i Gilet gialli e soprattutto cosa vogliono?

Difficile caratterizzare un movimento così proteiforme e inaspettato dalla maggior parte degli osservatori. Mi pare, tuttavia, un antidoto all’antipopulismo sterile: i Gilet gialli, e più in generale i perdenti della mondializzazione, possono giustamente denunciare in modo retrospettivo una lunga assenza di dibattito democratico su un fenomeno presentato sin dagli anni ’90 come inevitabile e le cui conseguenze sociali erano in gran parte oscurate. Soprattutto dopo che la sinistra socialdemocratica, in Francia come ovunque in Europa, ha perso interesse per le cause popolari e si è concentrato su rivendicazioni di minoranza (etniche e di genere).

Secondo lei l’annuncio presidenziale di lunedì scorso di misure di spesa in favore dei ceti più deboli diminuirà la forza della protesta?

Il movimento era certamente senza fiato sabato scorso, a causa sia dell’annuncio del presidente Macron sia della mobilitazione seguita all’attentato terroristico di Strasburgo. Ma ciò non significa che abbia perso la sua forza. Le misure annunciate da Macron sono percepite come sfocate e bisogna vedere come saranno applicate. Penso comunque che ci siano alcuni punti a favore della prosecuzione delle proteste.

Quali in particolare?

Innanzitutto, il movimento è il risultato della formazione di fitti reticoli attraverso le nuove tecnologie, che portano a coagulare segmenti di rivendicazioni differenti, come emerso dalla partecipazione dei rappresentanti delle classi medie e degli strati impoveriti. Poi, c’è il superamento delle tradizionali richieste politiche e sociali, sostituite da istanze come una rivolta fiscale, la lotta contro i rincari e la richiesta dei referendum di iniziativa popolare ben oltre la revisione costituzionale di Nicolas Sarkozy del 2008. Tutti questi sono indicatori dell’entrata in scena di una nuova fase storica nazionale.

In caso di presentazione di proprie liste alle prossime elezioni europee, ai Gilet gialli si attribuisce più del 10% del voto popolare. Vede uno sbocco elettorale del movimento, o la sua natura “liquida” lo impedirà?

Proprio a causa della sua natura “gassosa”, il movimento lotta per dotarsi di una rappresentanza con la presenza di due ali massimaliste (apparentemente maggioritarie) e minimaliste (i Gilet gialli liberi). Il che probabilmente impedirà loro di formare una lista alle elezioni europee anche se i sondaggi dicono che sarebbe possibile un risultato del 10-12%. Nel caso opposto, è al Rassemblement National e, in misura minore, alla France Insoumise che i manifestanti guarderanno. Questa eventualità non farebbe però altro che avvantaggiare i macronisti dato l’indebolimento del sovranismo e dell’estrema sinistra.

Lei dunque pensa che le proteste dei Gilet gialli possono avvantaggiare movimenti come il Rassemblement National di Marine Le Pen e la France Insoumise di Mélenchon? E che posizione hanno preso i due movimenti e i loro leader sulle proteste?

Le proteste hanno certamente dato un notevole vantaggio al Rassemblement National di Marine Le Pen che ha mostrato, a differenza della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, una grande abilità, facendo attenzione a non cavalcare il movimento ma anche dandogli un sostegno costante. Come evidenziano i risultati dell’ultimo sondaggio per le elezioni europee, al RN si assegna il 24% dei voti contro solamente il 18% alla lista di EnMarche! (più il Modem di François Bayrou), il 9% al movimento di Mélenchon, senza parlare dell’8% stimato per Debout la France e l’11% per i Républicains il cui leader di lista, Laurent Wauquie, ha optato per una linea identitaria.

Il presidente “Giove” Macron si è accorto, solo dopo le proteste di queste settimane, del malessere della Francia profonda. La sua iniziale indifferenza verso i ceti più deboli è il segno del distacco tra le odiate élite e il popolo, come denunciano i populisti?

Emmanuel Macron certamente è il bersaglio dell’odio nutrito in seno ad una società frammentata. Lui è l’espressione della tecnocrazia. Il sistema di governance iper-verticale che ha in Macron il vertice e che prescinde dai “corpi intermedi” l’ha portato ad essere l’obiettivo centrale delle rivendicazioni. Il calo dell’approvazione del 20% circa ha riguardato soprattutto il “macronismo” presentatosi 18 mesi fa come espressione del mondo nuovo, di una modernizzazione alla quale una parte importante dei francesi aveva voluto credere e di una ricostruzione nazionale della Francia nel mondo. E i “populisti” hanno indubbiamente ragione nel denunciare la cesura tra Stato e popolo. Tuttavia, questo meccanismo è vecchio di decenni.

Si aspettava che Macron, che ora apre i cordoni della borsa e fa esplodere il deficit, sarebbe diventato il miglior alleato di Salvini e di Di Maio e del loro bilancio in deficit?

Macron miglior amico di Salvini dopo che questi ha fatto del primo il suo avversario prediletto? Io vedo in verità un grande vantaggio retorico di Salvini che può legittimamente denunciare differenze di trattamento (due pesi e due misure) tra Italia e Francia visto che gli esperti concordano sull’impossibilità per Parigi di rispettare gli impegni nei confronti dell’Europa dopo le promesse recenti. Si parla di un deficit pubblico al 3,4%. In sostanza, è un bel trucco del vostro ministro dell’Interno che ha però evidenziato l’ipocrisia del nostro presidente.

È finita la luna di miele tra Macron e l’Europa, e quindi le speranze di un nuovo corso europeista guidato da En Marche!, o Macron e il suo movimento saranno protagonisti della stagione che si aprirà dopo le Europee di maggio?

La “luna di miele” tra Macron e l’Europa si nutre della debolezza di Angela Merkel dopo la crisi dei migranti, dell’ascesa di Alternative für Deutschland e anche dell’emergere nel marzo 2018 di un’Italia a due teste. La Francia si è annidata in un vuoto politico, dove cerca di imporsi come guida di un riorientamento europeista all’interno dell’Unione. In breve, è la visione di un Joschka Fischer, ex ministro degli Esteri tedesco: darsi i mezzi per tornare al progetto di uno stato europeo per galvanizzare i cittadini e ostacolare il progetto populista. Tuttavia, l’ultimo vertice UE e la magrezza dei risultati ottenuti in quella sede, in particolare sul budget europeo, mostrano che è successo il contrario.

Nessun commento:

Posta un commento