L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 11 dicembre 2018

Paolo Savona - L'Euroimbecillità verso il baratro e non è responsabilità degli italiani solo degli euroimbecilli di tutte le razze

Perché gli Arrabbiati in Europa aumenteranno. L’intervento di Paolo Savona

10 dicembre 2018


Se i governanti europei non mostreranno la saggezza minima necessaria per offrire una risposta a questa situazione comune agli Stati membri, gli “arrabbiati” aumenteranno. Il discorso tenuto da Paolo Savona, ministro per gli Affari Europei, durante la presentazione del libro “Gli arrabbiati” di Roberto Sommella la scorsa settimana

Il bla bla bla di questi mesi del mondo della politica e produttivo sulle sorti tragiche dell’Italia nell’Unione – un termine che già di per sé suscita interrogativi – cela una realtà ormai di tutta evidenza: l’indubbia capacità dell’organizzazione europea di creare stabilità finanziaria, oltre che monetaria, e di tenere a bada gli arrabbiati di cui parla Sommella, ma non quella di creare sviluppo e dare una risposta ai cittadini, per fortuna non ancora del tutto arrabbiati.


Ogni tanto anche i più accessi media che difendono ad oltranza l’attuale architettura e politica dell’Ue danno spazio a voci che sostengono la necessità di una reinterpretazione/riforma dei Trattati europei, forse nel tentativo di ricostituirsi un’immagine di indipendenza culturale e politica che hanno perduto con le loro accese polemiche e gli scarsi argomenti fondati. Anche in questi casi, tuttavia, è importante per loro che le affermazioni provengano da persone, preferibilmente straniere, che non abbiano poteri per avviare un discorso concreto al quale non offrono alcun sostegno. Recentemente lo ha fatto Repubblica con l’opinionista Wolfang Munchau e il Corriere
con il prof. Mauro Magatti, ma questi sassi gettati nello stagno lasciano solo un breve segno.


Sugli studi avanzati da centri di studio ben organizzati e considerati cade un silenzio (come suol dirsi) assordante, come è stato l’ultimo in ordine di tempo diffuso dall’Institute of International Finance di Washington, che giudica le politiche europee di austerità una scelta errata, avendo avuto e hanno tuttora un effetto contrario a quello desiderato.


A scanso di equivoci così diffusi nel nostro Paese, non sto parlando di problemi contingenti, ma di come discutere di quale visione di più lungo periodo deve guidare le scelte dell’Unione Europea per imprimere un andamento tale da curare la sua “zoppia” (come noto un termine usato da Ciampi) al fine di dimostrare che questa malattia non sia congenita. Viviamo un periodo di lenta transizione del Parlamento europeo, della Commissione e della Bce che si avrà il suo apice nelle elezioni del maggio del 2019 e continuerà per tutto l’anno. È perciò quasi impossibile aprire un dialogo con gli attuali protagonisti che vada al di là del contingente e dello specifico. Spero che i danni di questo “vuoto di riferimento” non siano irreparabili. Tuttavia l’Italia non può attendere perché deve fronteggiare i rischi di una ricaduta nella recessione produttiva dovuta a prevalenti motivi geopolitici, che preludono a una crescita della disoccupazione e della povertà, già a livelli politicamente inaccettabili.


Se i governanti europei non mostreranno la saggezza minima necessaria per offrire una risposta a questa situazione comune agli Stati membri, gli “arrabbiati” aumenteranno.

La mia opinione è che basterebbe iniziare almeno a discuterne nei modi proposti dal documento da me inoltrato per conto del Governo a Strasburgo, Bruxelles e Francoforte. Se i responsabili non vorranno discuterne, voi stessi dovrete trarne le conseguenze nel corso di questo incontro.

(Il testo integrale del discorso di Savona si può leggere qui)



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