L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 dicembre 2018

Solo degli imbecilli possono pensare che la Fed non sa quello che sta facendo

Ecco come e perché Wall Street borbotta sulle paroline della Fed di Powell

20 dicembre 2018


Che cosa è successo alla Borsa di News York dopo gli annunci della Fed? Il commento di Giuseppe Sersale, Strategist di Anthilia Capital Partners Sgr

La giornata del Fomc è cominciata con un clima opaco in Asia. D’altronde, ieri Wall Street dopo la chiusura europea si è fatta un giretto in negativo, per chiudere poi assolutamente invariata. I Future poi hanno fatto un altro tuffo, in seguito all’uscita del profit warning di Fedex, che ha abbassato la guidance di sull’Eps, e manifestato l’intenzione di ridurre la capacità sull’estero causa calo del global trade.

Particolarmente negativa la performance degli indici cinesi, durante il primo giorno della Central Economic Work Conference. Sicuramente le news di Fedex, per quanto in linea col dibattito recente, non hanno fatto piacere. La debolezza relativa delle “A” shares è comunque un po’ sorprendente alla luce delle news sul fronte Usa- Cina. Infatti Mnuchin ha dichiarato ieri sera che le parti stanno programmando meeting a Gennaio per discutere una proroga della tregua ed accordi di più ampio respiro. I contatti sono stati confermati dal Ministero del Commercio cinese sul suo sito.

Detto ciò, l’attesa è febbrile per le prime dichiarazioni provenienti dal Forum, e comunque il Fomc odierno è sicuramente motivo di nervosismo per gli asset cinesi, che soffrirebbero un outcome più restrittivo delle attese. Meno vendute le “H” shares quotate a Hong Kong. Poco brillante anche Tokyo, in parte penalizzata anche dal debutto infelice dell’operatore telefonico Softbank. Tra le altre piazze è prevalso un moderato ottimismo, ad eccezione di Sydney.

Alle 20, l’annuncio, del previsto rialzo di 25 bps. Nello Statement le modifiche sono state poche. Le principali sono:
il Comitato giudica che alcuni rialzi graduali sono ancora coerenti col quadro (quindi una guidance meno forte, visto che al precedente Fomc la parola “some” era assente
Comitato giudica i rischi bilanciati ma continuerà a monitorare gli sviluppi economici e finanziari globali. In altre parole, riconoscono che il quadro macro globale si sta deteriorando

Nella Conference, Powell ha chiarito che vi sono segnali di rallentamento e che le condizioni finanziarie si sono inasprite, ma ha rivendicato in vari modi che l’economia USA entra nel 2019 con un buon ritmo. Al momento non serve che la politica monetaria sia espansiva, basta che sia neutrale. In ogni caso il Committee lascerà che siano i dati a parlare e indicargli la strada: non c’è alcun percorso fissato. Al momento siamo approdati “nella parte basse di ciò che può essere considerato neutrale”.

Una chiara notazione alla casa Bianca: *POWELL: POLITICAL CONSIDERATIONS PLAY NO ROLE IN FED POLICY.

Non proprio quello che il mercato sperava di sentire. Wall Street ha fatto buon viso a cattivo gioco allo statement, ma quando a iniziato a sentire affermazioni come che “la politica monetaria offrirà un supporto inferiore nel 2019”, “un po’ di volatilità non lascia il segno sul ciclo”, e “nessun mercato in particolare offre precise indicazioni macro” ha iniziato ad agitarsi, e l’S&P è arrivato a perdere il 2% prima di trovare un temporaneo rimbalzo. Per il resto, tassi in ribasso sulla parte lunga della curva e in rialzo sul breve, e dollaro in calo.

Il fatto è che il nervosismo sui mercati era alle stelle, e la reazione all’atteggiamento più aggressivo e ottimista delle attese, la scarsa attenzione ai movimenti degli asset, e gli accenni al fatto che al momento non serve easing era da mettere in conto. Magari, una volta sfogatosi, il mercato metterà l’accento sugli aspetti positivi: la fiducia nella ripresa, l’attenzione ai dati, etc.

A tale proposito, vista l’importanza data dagli investitori al numero di eventuali rialzi ancora previsti in questo ciclo, vale la pena di ricordare che, negli ultimi 40 anni, mai un bear market è iniziato prima che la Fed avesse concluso il ciclo di rialzi. Anzi, nei casi del 2000, e del 1990 (in cui la correzione fu del 18% e passa anche se dal grafico, che non è in scala logaritmica, non sembra ) il calo inizio dopo il primo taglio dei Fed Funds. In altre parole, storicamente la Fed è stata più brava del mercato a prevedere il rallentamento, anche se non brava abbastanza da prevenirlo (impresa forse impossibile).


Considerando che l’ultimo massimo lo abbiamo segnato a settembre, dovesse essere quello a rivelarsi il top, saremmo di fronte ad un inedito, oltre che presumibile un errore di politica monetaria.

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