L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 dicembre 2018

Una trattativa al ribasso un governo che non vale niente

Manovra, perché tra Roma e Bruxelles è un confronto tra debolezze. Il commento di La Malfa

13 dicembre 2018


La trattativa in corso. Il 2,04% al posto del 2,4% di rapporto deficit-Pil. E gli scenari fra Roma e Bruxelles. Il commento di Giorgio La Malfa, economista ed ex ministro delle Politiche comunitarie

Da 2,4 a 2,04: la svolta nella manovra italiana sta nell’aggiunta di un semplice zero a un numero che, in Europa, era considerato inaccettabile. L’offerta del premier Giuseppe Conte è arrivata ieri sul tavolo Ue poche ore prima l’arrivo del capo del governo a Bruxelles per l’incontro con Jean Claude Juncker. Il passaggio al 2,04 e’ cruciale ma non ancora decisivo per l’Europa. “Ci sono buoni progressi”, fanno trapelare fonti Ue dal Palais Berlaymont poco dopo l’incontro Conte-Juncker. Ma la trattativa non è certo chiusa. La proposta del governo italiano, infatti, arriva troppo tardi perché l’Ue possa esprimersi in maniera compiuta. Oggi, 13 dicembre, il ministro del Tesoro Giovanni Tria tornerà a Bruxelles per proseguire il negoziato. La proposta italiana, insomma, e’ “under evaluation” e solo nei prossimi giorni il lavoro tecnico sul documento portato dal premier potrebbe dare il risultato definitivo. Un lavoro che potrebbe concentrarsi, tra l’altro, su quel deficit strutturale sul quale continuano a concentrarsi molte delle preoccupazioni di Bruxelles. “Non tradiamo la fiducia degli italiani, reddito di cittadinanza e quota 100 restano invariati e partiranno nei tempi previsti”, assicura il premier che, rivolgendosi questa volta ai “falchi” dell’Ue, sottolinea: “il deficit strutturale calera’ e la crescita sara’ superiore alle attesa.” Ma come si arriva a un taglio da quasi 7 miliardi rispetto all’impianto iniziale? Conte, davanti alle telecamere, non fornisce molti dettagli. Spiega che le relazioni tecniche arrivate su reddito di cittadinanza e quota 100 indicano una minore spesa rispetto alle “prudenti” stime iniziali e annuncia di aver “aggiunto qualcosa sul piano delle dismissioni”. (Redazione Start Magazine)

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Più che una lotta di titani quello fra il governo di Roma e l’esecutivo di Bruxelles è un confronto fra debolezze.

È debole l’Italia perché nelle ultime settimane ha mutato nettamente posizione. Dopo l’iniziale atteggiamento di sfida verso l’Europa all’indomani della presentazione del bilancio, ambedue i leader della coalizione hanno dato l’impressione di temere una procedura di infrazione fino a dichiarare esplicitamente “di non volersi impiccare ai numeri. Hanno cioè ammesso di voler trattare e non possono quindi non portare qualcosa al tavolo delle trattative.

Ma la posizione italiana è ulteriormente indebolita dalla decisione di sottrarre la questione dalle mani del Ministro dell’Economia e di affidarla, con tanto di comunicato ufficiale, alla responsabilità del Presidente del Consiglio. Perché questo è un segno di debolezza? Perché se il Presidente del Consiglio, che, in questi mesi aveva fatto di tutto per non farsi coinvolgere nella questione, è costretto ad agire in prima persona, egli ha solo una via possibile per chiudere con successo la partita ed è quella di evitare la procedura di infrazione.

Per farlo dovrà offrire un riduzione consistente del deficit, È difficile che l’Europa possa dare il via all’accordo se non vi sarà un ridimensionamento dell’onere dei due impegni politico-elettorali dei due alleati di Governo: le pensioni e il reddito di cittadinanza. Se il Presidente del Consiglio non porta a Bruxelles un ridimensionamento finanziario dei due programmi, è improbabile che Bruxelles possa rinviare la procedura di infrazione. Ma una volta che l’Italia si è impegnata a cercare di evitarla, se la procedura d’infrazione parte, la sconfitta del Governo diventa molto secca. Infine, se Conte indica una soluzione, né Salvini, né Di Maio potranno smentirlo, come smentirono Tria: ne seguirebbe una crisi di Governo. Dunque Conte deve trovare un’intesa, ma l’Europa non ha bisogno di moderare troppo le sue richieste per piegare l’Italia.

Dunque queste sono le armi piuttosto scariche con cui l’Italia si presenta alla sfida.

Ma anche dall’altra parte, la Commissione e il Consiglio Europeo, non sono così forti come è sembrato dalle dichiarazioni di alcuni dei falchi nelle scorse settimane. E comunque, non lo sono più dopo il discorso del Presidente francese Macron di domenica sera.

In primo luogo, la Commissione è in scadenza entro poche settimane. I suoi membri tenderanno ad agire più secondo i loro orientamenti politici che come un corpo coeso. Sarà forte la tentazione di passare la questione ai Governi e lasciare a loro la responsabilità delle decisioni. Per questo Junker non potrà non avere un atteggiamento prudente.

Ma soprattutto c’è la questione della Francia. Come fa la Commissione a aprire una procedura contro l’Italia, mentre la Francia, che ha già presentato un bilancio con un deficit maggiore di quello italiano, probabilmente lo porterà fra qualche giorno oltre il 3 per cento? Il primo ad avere qualche difficoltà sarà il Commissario francese Moscovici, ma anche la stessa Germania, premuta dai falchi del Nord nel senso del rigore, dovrà tener conto del fatto che ben difficilmente potrà avere la Francia al suo fianco nel sostenere le sanzioni contro l’Italia. Anche le armi dell’Europa sono mezze scariche.

Tutto ciò fa pensare che ci siano le condizioni per un qualche compromesso al ribasso in cui nessuno perda integralmente la faccia. Quella che mancherà sarà invece la risposta al vero problema italiano in questo momento: il rallentamento dell’economia, che non sarà curato da una iniezione di spese correnti e che invece avrebbe bisogno di un serio programma di investimenti pubblici e di incentivi alla ripresa degli investimenti privati.

L’Italia avrebbe bisogno di un’Europa che dicesse che sarebbe disponibile ad accettare un deficit alto per un bilancio di qualità, ma che minacciasse di condannare il bilancio italiano anche se avesse solo un deficit al 2 per cento, ma fosse fatto, come è questo, solo di spese correnti. Avremmo cioè bisogno non di regole contabili e di promesse elettorali, ma, dall’una come dall’altra parte, di saggezza e di lungimiranza.

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