L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 10 dicembre 2019

Mes - Un altro pezzettino che si incastra nel Progetto Criminale dell'Euro: Per quanto riguarda l'Italia è rapinare i risparmi degli italiani una delle ultime cose che ci sono rimaste e che fanno gola agli squali finanziari internazionali

Riforma Fondo Salva Stati: la grande beffa passa al Parlamento o…alla Corte Costituzionale

Maurizio Blondet 9 Dicembre 2019 

Avv. Gianluigi Mucciaccio

Ora sarà il Parlamento (sembrerebbe l’11 dicembre) a pronunciarsi sulla sua ratifica sul Fondo Salva Stati e, considerata l’aria che tira, sperare in un colpo di coda è un esercizio che lascio volentieri a coloro che ancora immaginano un disperato cambiamento di rotta che forse rimarrà una pia illusione.

Ebbene, al fine di dissipare qualsiasi perplessità sull’argomento, occorre evidenziare quelli che sono i capisaldi su cui trova la sua ratio questa rinnovata trappola finanziaria in cui si rischia di rimanere impigliati e che mortificherà ovvero si abbatterà, in modo devastante, sulla nostra residuale economia con particolare riguardo ai risparmi degli italiani a cui la finanza internazionale guarda con particolare bramosia e con l’obiettivo subdolo di risanare i bilanci delle banche tedesche e non di certo quelle italiane per il quale si applicherà noto il bail-in sui già cotti risparmiatori.

Di certo, non ci si può più stupire di nulla riguardo questa classe politica deficitaria al servizio dell’Alta Finanza (il buon Auriti li definiva camerieri dei banchieri) in quanto è palese la sua assoluta inconsistenza in quanto sfugge sistematicamente alla proprie responsabilità verso quello che era un tempo lo Stato Nazione e, nel contempo, lascia che il nostro paese sia costantemente dilaniato dalle politiche di recessione e di mortale austerità che sono, guardacaso, tutte condizioni sottese a questo meccanismo di “tortura finanziaria”.

Fatta questa breve premessa entriamo nel merito della questione: il MES (Meccanismo europeo di stabilità) trova per la prima volta il suo “esordio ufficiale” al Consiglio Europeo nelle giornate del 24 e 25 marzo 2011 a cui partecipò l’allora capo del Governo Silvio Berlusconi e successivamente approvato, sotto il governo Monti, con “ampie maggioranze” dai due rami del Parlamento e segnatamente dal Senato il 12 luglio 2012 (191 si, 15 astenuti e 21 no) e dalla Camera il 19 luglio 2012 (380 si, 36 astenuti e 59 no) ed infine promulgato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 27 luglio 2012.

Ebbene detto Fondo di cui l’Italia ne è, dopo Germania e Francia, il terzo contributore e paradossalmente, nei fatti, senza diritti avendo stanziato, ad oggi, per lo stesso la quota di oltre 14 miliardi di Euro, nella sostanza, è un’organizzazione internazionale a cui le istituzioni europee hanno praticamente delegato tutti i provvedimenti riguardanti la stabilità finanziaria dei paesi membri ed è stato ed istituito da una apposita modifica dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’UE (TFUE) meglio noto come “Trattato di Lisbona” approvata dal Parlamento Europeo il 23 marzo 2011 e ratificato come innanzi accennato dal predetto Consiglio Europeo la quale enunciava sin dal principio che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.
Difatti, nell’analizzare nei suoi tratti salienti il funzionamento di questo meccanismo integrato con le ultime novità trapelate in questi giorni e presentate dal tedesco Klaus Regling in qualità di amministratore delegato del Fondo e che vede nel servizievole Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri il più convinto sostenitore, emergono con chiarezza tutte le anomalie che ne caratterizzano il modo di operare delle consorterie bancocentriche di stampo teutonico le quali, da sempre, agiscono al di fuori di qualsiasi canone democratico e al di sopra dei parlamenti nazionali tanto da erigersi senza se e senza ma ad entità sovraistituzionale con tanto di spudorate immunità che appresso vedremo.

Nel leggere il testo della riforma all’art. 1 si legge che oltre al “rigoroso rispetto del quadro giuridico dell’Unione Europea …con particolare riguardo al patto di stabilità e crescita, del quadro degli squilibri macroeconomici” nel medesimo articolo al comma 5 bis si scopre che già nel vertice del 29 giugno 2018 del Consiglio Europeo a margine dello stesso si è tenuto un Euro Summit in cui i capi di stato e di governo dei 27 stati membri (per l’Italia “l’avvocato” Giuseppe Conte) “hanno dichiarato che il Mes avrebbe fornito il dispositivo di sostegno comune al Fondo di Risoluzione unico (“Srf”)” in sintonia con quanto indicato nella lettera del 25 giugno 2018 recapitata agli stessi firmata dal presidente dell’Eurogruppo il portoghese Mario Centeno. Successivamente nel vertice Euro del 14 dicembre 2018 “hanno approvato i termini di riferimento per il dispositivo di sostegno comune che sarà fornito dal MES e il prospetto per la riforma del Mes”. In detta circostanza i capi di stato e i rappresentanti di governo, nei fatti, hanno demandato all’Eurogruppo formato dai 19 ministri delle finanze dei paesi membri di preparare le necessarie modifiche del Trattato il cui prospetto “prevede il potenziamento dell’efficacia degli strumenti di assistenza finanziaria precauzionale”. Pertanto il presidente Conte nei fatti in quella sede, senza battere ciglio, ha approvato sia il mandato per il sostegno comune al Fondo di risoluzione unico (SRF) sia la lista di condizioni per la riforma del mes. Tutto questo è come si suol dire agli atti.

In tal senso, gli obiettivi di detto meccanismo di stabilizzazione pardon di destabilizzazione finanziaria secondo l’art. 3 sarà “quello di mobilizzare risorse finanziarie […] secondo condizioni rigorose commisurate allo strumento di assistenza finanziaria scelto, a beneficio dei membri del MES che già si trovino o rischino di trovarsi in gravi problemi finanziari”. Il medesimo articolo puntualizza che “il MES può seguire o valutare la situazione macroeconomica e finanziaria dei suoi membri compresa la sostenibilità del debito pubblico, e analizzare le informazioni e i dati pertinenti”. In ultimo al terzo comma si riferisce che “è conferito al MES il potere di raccogliere fondi con l’emissione di strumenti finanziari o la conclusione di intese o accordi finanziari o di altro tipo con propri membri, istituzioni finanziarie o terzi”.

Ebbene, il citato articolo, accenna a quelle che saranno gli obiettivi su cui poggerà la riforma del MES le cui linee operative trovano spazio all’art. 14 in merito all’assistenza finanziaria precauzionale che, in buona sostanza, si muoverà su due specifici interventi: l’una sotto l’acronimo di PCCL (Linea di credito condizionata precauzionale) e l’altra la ECCL (Linea di credito a condizioni rafforzate) che sono indicate nell’allegato 3 della riforma la cui concessione, a seconda dei casi, sarà stabilita de imperio dal consiglio dei governatori ovverosia dai ministri delle finanze dell’area euro che, in tutto questo, hanno assoluto arbitrio nel decidere di variare i criteri di ammissibilità applicabili all’assistenza finanziaria precauzionale del MES sottoforma di prestiti e di versamenti tramite il dispositivo di sostegno di cui all’allegato 4 (cfr. artt. 14 comma 1 e art. 18 bis comma 1).

Il membro del MES, per accedere alla prima (PCCL), attraverso la sottoscrizione di una lettera d’intenti che deve contenere le principali linee politiche che intende perseguire, dovrà possedere requisiti economico finanziari e di sostenibilità del debito nel lungo periodo e, nel contempo, rispettare le seguenti rigidissime condizioni disciplinate dall’allegato III: 1) un deficit pubblico inferiore al 3% del PIL ed un deficit strutturale in linea con le disposizioni del Fiscal Compact; 2) un rapporto debito/pil inferiore al 60% ovvero una riduzione del debito in rapporto al 60% nei due anni precedenti ad un tasso medio di 1/20 l’anno; 3) assenza di squilibri eccessivi; 4) accesso ai mercati internazionali dei capitali a condizioni ragionevoli; 4) una posizione sotto il profilo del debito sostenibile verso l’estero; 5) assenza nel settore finanziario di gravi vulnerabilità che mettano a rischio la stabilità finanziaria del membro MES.

Dalla lettura di queste condizioni imposte dal Fondo, appare evidente, come il nostro paese alla stato attuale non avrebbe i requisiti di rispettarle poiché a detta di lorsignori l’Italia non sta riducendo il fantomatico debito pubblico in ottemperanza ai criteri iniqui disposti dal Fiscal Compact e pertanto si vedrebbe negare, nonostante i cospicui contributi elargiti a detto Fondo, la linea di credito precauzionale condizionata (PCCL).

A questo punto per il nostro paese si aprirebbe uno scenario a dir poco devastante in quanto qualora intendesse rivolgersi al Fondo lo potrebbe fare solo alle condizioni imposte dall’altra misura quella riferita alla linea di credito precauzionale rafforzata (ECCL) (cfr. allegato III paragrafo 3) che prevede, in buona sostanza, una severissima disciplina di bilancio che avrebbe, de facto, gravissime ripercussioni sulla stabilità finanziaria del nostro paese e che comunemente va sotto il nome di “ristrutturazione del debito” attraverso l’attivazione di clausole di azione collettiva (CAC) introdotte da una norma (art. 12 comma 3) del Trattato istitutivo del MES che sono inserite, praticamente nei titoli di stato dell’area euro con scadenza superiore ad un anno la cui funzionalità è stata già recepita dal nostro paese con il governo Monti con il Decreto legge del 7 dicembre 2012 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 294 del 18 dicembre 2012) ed entrata in vigore dal 1 gennaio 2013.

Queste clausole dal carattere draconiano poco note ed introdotte dal 2013 nel nostro sistema finanziario e che rimarranno nell’occorsa riforma consentono, alla maggioranza singola degli investitori in obbligazioni di modificare unilateralmente i termini e le condizioni di pagamento di un titolo in maniera giuridicamente vincolante per tutti coloro che li detengono in modo da “agevolare” la ristrutturazione ordinata del debito. Nello specifico dette clausole autorizzano gli investitori di apportare modifiche sostanziali a tutti gli accordi che disciplinano l’emissione dei titoli da cui scaturiscono tutta una serie di effetti/conseguenze tali da provocare totale incertezza sull’investimento tra cui cito le più significative: a) il cambio della data in cui ogni ammontare è pagabile in relazione ai titoli; b) la riduzione di qualsiasi ammontare, compreso qualsiasi ammontare insoluto, pagabile in relazione ai titoli; c) il cambio di metodo utilizzato per calcolare qualsiasi ammontare pagabile in relazione ai titoli; d) l’imposizione di qualsiasi condizione o altrimenti la modifica degli obblighi di pagamento dell’Emittente in relazione ai titoli. Nella sostanza ed è qui il punto dolente della questione a danno ovviamente dei risparmiatori è che i titoli di stato non sono più garantiti e, nel contempo, si sbilancia in maniera più marcata il rapporto di forza tra il capitale finanziario e i risparmiatori violando palesemente la nostra costituzione che invece tutela ai sensi dell’art. 47 il risparmio in tutte le sue forme. Da qui sarebbe opportuno che la nostra Corte Costituzionale si pronunciasse sulla legittimità di questa riforma, come d’altronde avvenuto in Germania nel 2012, allorquando la medesima Corte teutonica aveva bloccato la sua ratifica e promulgazione fin quando non fossero stati chiariti due elementi essenziali: che il segreto professionale alla base del MES (art. 36) non fosse opponibile al Bundestag e che, nel contempo, lo stesso Parlamento avesse un potere di effettivo controllo sul modus operandi del MES anche in riferimento alle contribuzioni da versarsi a favore dello stesso. Senza contare che la sentenza della Corte tedesca ha persino stabilito che in base al “diritto internazionale consuetudinario” il Governo tedesco può decidere di terminare la propria partecipazione al MES in qualsiasi momento (1). Che dire i tedeschi riguardo i loro diritti dobbiamo ammetterlo sono di altra pasta, ciò che purtroppo non avviene dalle nostre parti.

Tuttavia, nel momento in cui si ratificasse questa scellerata riforma in sede parlamentare è evidente che quest’ultima avrebbe effetti devastanti sulla nostra già depauperata economia, poiché queste clausole che ci riguarderebbero da vicino consentirà ai creditori/emittenti di deliberare a maggioranza il taglio nominale dei titoli, un allungamento della scadenza dei titoli e persino di modificare altre condizioni come la scelta della valuta di rimborso. Da qui il famoso “colpo di pistola alla tempia dei risparmiatori” dichiarato da Giampaolo Galli che pagherebbero di tasca propria quella ristrutturazione del debito che non altro non è che un ulteriore mannaia a nocumento degli stessi.

Senza contare che questo organismo, come fin dalle sue origini, manterrà quelle immunità ad essa riconducibili nella tua totale autoreferenzialità in quanto come dettato dall’art. 35 “il presidente del consiglio dei governatori, i governatori e i governatori supplenti, gli amministratori, gli amministratori supplenti, nonché il direttore generale e gli altri membri del personale godono dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti”. A detta immunità, si aggiunge la beffa in quanto il Fondo ai sensi dell’art. 36 beneficia, tuttora, dell’esenzione fiscale “nell’ambito delle sue attività istituzionali, il MES, i suoi attivi, le sue entrate, i suoi beni nonché le operazioni e transazioni autorizzate dal presente trattato sono esenti da qualsiasi imposta diretta”. Tutto questo come si suol dire alla faccia di tutti coloro che sono costantemente aggrediti dall’erario pubblico (vedi ultimo decreto fiscale) divorati dalla spirale di quel debito che a detta del prof. Auriti conduce cittadini, famiglie ed imprese ad un terribile bivio ovverosia “tra il suicidio e la disperazione”.

Pertanto, invocare -probabilmente invano- oggi un minimo di senso di responsabilità da parte sia di questa classe dirigente nella sua interezza sia da parte dei nostri organi giurisdizionali (vedi Corte Costituzionale) servirebbe, quantomeno, a recuperare un minimo di dignità la cui latitanza ovvero costante assenza permane, purtroppo, da troppo tempo.


lunedì 9 dicembre 2019


5G - La Cina una economia leader

Presidente Qualcomm, Cina leader nel mondo sul 5G (3

Xinhua
08 dicembre 201916:47NEWS

(XINHUA) - MAUI, 8 DIC - La Cina, secondo il presidente di Qualcomm, considera la rete 5G un'infrastruttura fondamentale per l'intera società, capace di offrire al Paese un vantaggio sia in termini di economie di scala che di impegno per il suo dispiegamento.
Questa rete di nuova generazione coinvolge molte industrie, non solo i telefoni cellulari, ma anche le città intelligenti, il settore automobilistico, la sanità e altri comparti economici. I governi di tutto il mondo, ha aggiunto Amon, comprendono ormai quanto sia importante il 5G e il potenziale danno di un ritardo nell'implementazione di questa tecnologia.
Secondo il presidente di Qualcomm, a differenza delle reti 3G e 4G, su cui la Cina era in ritardo rispetto ad altri mercati fondamentali, il Paese asiatico è oggi in prima linea nella transizione verso il 5G insieme ad altre economie leader a livello mondiale. "Credo che sia un segno della maturità raggiunta oggi dall'economia cinese", ha osservato il manager.

9 dicembre 2019 - President Assad ’s interview with the RaiNews24





Quello che non fa la Rai

Tana per il fanfulla della Lega

Raggi a Salvini: «Ha lavorato realmente per meno di 36 giorni»

Silenzi e Falsità POSTED ON DICEMBRE 8, 2019


«Salvini è un grande opportunista politico. Fa tutto pensando all’immagine. La prova l’abbiamo avuta quando gli è stato dato un po’ di potere come Ministro degli Interni: ha lavorato realmente per meno di 36 giorni. Il resto del tempo, 14 mesi, girava l’Italia per scattare foto con felpe diverse, mangiare piatti tipici e dire di tutto su qualsiasi cosa. Ma per la sicurezza e per l’ordine pubblico non ha fatto nulla».

Così la sindaca di Roma Virginia Raggi in una intervista concessa al quotidiano spagnolo El Pais.

«Quando i sindaci gli hanno chiesto di impegnarsi ci ha voltato le spalle: ha promesso l’arrivo a Roma di molti agenti e non l’ha mai realizzato. Salvini è un grande chiacchierone e gli si risponde con i fatti. I sindaci, che si occupano di problemi in trincea, non hanno tempo per i selfie con le giacche della polizia,» ha detto ancora Raggi.

Quanto al movimento delle sardine, Raggi ha dichiarato: «I cittadini stanno riappropriandosi della piazze, in Europa e nel mondo. I sindaci devono dare voce a questi fenomeni. Le dico una cosa: Salvini sarà sconfitto dai sindaci»

Sulla manifestazione delle sardine che si terrà il prossimo 14 dicembre in piazza San Giovanni a Roma, Raggi ha detto: «la piazza sarà piena, è importante ascoltare tutti i cittadini perché stanno inviando un messaggio. Il mio timore è che i partiti provino a mettere il cappello politico sulla manifestazione. Ma questo ridurrebbe il potere rivoluzionario».

Roma - Il fanfulla della Lega diventa parte attiva nella regia che brucia gli autobus

CITTÀ ALLO SBANDO

Bus in fiamme, Salvini punta la Raggi: sei pericolosa, dimettiti

8 DICEMBRE 2019


L'ennesimo mezzo flambé è servito nelle strade della Capitale. "Ma è normale che a Roma per strada prendano fuoco i bus di linea? Tre in tre giorni e l’ultimo questa mattina, per fortuna senza vittime tra il personale Atac e i passeggeri", attacca Matteo Salvini.

Il leader della Lega va all'attacco della sindaca 5Stelle Virginia Raggi: "È l’ennesima dimostrazione di una città allo sbando sommersa di rifiuti e cosparsa di voragini. Raggi dimettiti: la tua incapacità è pericolosa per l’incolumità dei cittadini", ha detto il segretario della Lega.

6G Intelligenza artificiale Informatica quantistica - è guerra vera è guerra totale, niente illusioni

Il 5G? Vecchio. Huawei, Intel, Ntt e Sony guardano già al 6G

9 dicembre 2019


Tutte le ultime novità sul fronte del 6G. Fatti, nomi e scenari

Il 5G è appena nato ma già si sta facendo un gran parlare della prossima generazione di connessioni in rete, il 6G, sopratutto in Cina dove Huawei sta già lavorando al dopodomani.

IL PROBLEMA DELLA SICUREZZA

La questione è importante soprattutto alla luce dei contrasti tra Stati Uniti e Cina su Huawei per le discussioni di sicurezza nazionale sulle informazioni veicolate tramite le reti cinesi: Washington sta, infatti, cercando di bloccare l’uso di apparecchiature 5G in tutti i Paesi alleati. Ma, ammette Axios, “politici e gli esperti temono che gli Stati Uniti non siano preparati a sfidare il dominio cinese nelle prossime ondate di tecnologia acuendo le preoccupazioni Usa per la sicurezza nazionale”.

PER IL 6G STESSA DINAMICA DEL 5G

La questione è delicata perché al momento attuale, né gli Stati Uniti né gli alleati più vicini producono apparecchiature di telecomunicazione 5G per competere con Huawei nel business globale. “E la stessa dinamica giocherà con il 6G e altri mercati, a meno che gli Stati Uniti non prendano oggi misure a lungo termine per sfidare la potenza produttiva cinese”.

IN CINA CREATI DUE TEAM PER LA RICERCA 6G

In effetti, il ministero cinese della Scienza e della tecnologia ha annunciato ai primi di novembre “di aver formato due team per supervisionare la ricerca e lo studio del 6G, segnando l’inizio ufficiale di uno sforzo sostenuto dallo stato per accelerare lo sviluppo della tecnologia, – si legge su Quartz -. Un team è composto da dipartimenti governativi che saranno incaricati di portare a termine l’esecuzione della tecnologia 6G, mentre l’altro è composto da 37 esperti di università, istituzioni scientifiche e società, che forniranno consulenza tecnica per le principali decisioni del governo in merito al 6G”.

AL VIA ANCHE PARTNERSHIP TRA SONY, NTT E INTEL SUL 6G

Nel frattempo, riporta il sito di Nikkei, “Sony, NTT e Intel formeranno una partnership per lavorare sulla tecnologia di rete mobile 6G, che dovrebbe essere introdotta intorno al 2030. Il trio vuole creare un’organizzazione per la sesta generazione negli Stati Uniti entro la prossima primavera. I tre partner intendono invitare altre importanti società globali a partecipare, compresi i player provenienti dalla Cina”. Uno degli obiettivi è anche quello di “sviluppare semiconduttori più avanzati. L’iniziativa potrebbe anche mettere fine alle lamentele sulla durata della batteria del telefono: le aziende sperano di creare smartphone che possano durare fino a un anno con una singola carica”.

STANDARD 6G SARANNO DECISI TRA QUALCHE ANNO

Se da un lato “Sony e NTT sperano di guadagnare un vantaggio collaborando con Intel” dall’altro, sottolinea ancora Nikkei, occorre ricordare che “le specifiche dei chip 6G e gli standard di telecomunicazione saranno decisi tra qualche anno. A titolo di prova, NTT ha già prodotto con successo chip funzionanti, consumando un centesimo della potenza utilizzata dai chip convenzionali. La società intende utilizzare la partnership per accelerare i progressi verso la produzione di massa”.

5G PER ORA FUNZIONA SOLO IN COREA DEL SUD, ALCUNE CITTA’ USA E TRA POCO ANCHE IN CINA

“Mentre il 5G è già attivo e funzionante in Corea del Sud e in alcune città degli Stati Uniti, e le compagnie aeree cinesi stanno per lanciare la più grande rete 5G del mondo questa settimana, le società di telecomunicazioni giapponesi hanno in programma di iniziare i loro nuovi servizi la prossima primavera – si legge ancora su Nikkei -. Nel frattempo, aziende occidentali come il chipmaker statunitense Qualcomm, la finlandese Nokia e la svedese Ericsson stanno cercando di recuperare terreno su Huawei”.

A OSAKA VELOCITA’ DA 30 GIGABIT AL SECONDO

Intanto “nei laboratori dell’Università di Osaka un tema di ricerca specializzato in tecnologia wireless è riuscito a trasferire dati alla velocità di 30 gigabit al secondo”, scrive ilfattoquotidiano.it. “Il professor Masayuki Fujita, che è a capo del progetto e co-firmato il documento scientifico di presentazione, ha spiegato che ‘questa tecnologia può essere utilizzata in un’ampia gamma di applicazioni, oltre alla comunicazione wireless 6G di nuova generazione. Questi includono il rilevamento spettroscopico, l’ispezione non distruttiva e il radar ad alta risoluzione’”.

LA SICUREZZA SI MISURERA’ ANCHE SU IA E INFORMATICA QUANTISTICA

Il 6G, comunque, non è l’unica tecnologia emergente con implicazioni per la sicurezza nazionale. “Altre includono l’IA e l’informatica quantistica, e la Cina sta finanziando la ricerca in entrambe queste aree con l’obiettivo di dominare il mercato. Una politica industriale pragmatica significherebbe difendere tutte queste tecnologie, ha detto Michael Daniel, CEO della Cyber Threat Alliance ed ex coordinatore della sicurezza informatica per la Casa Bianca di Obama”, ha sottolineato Axios.

Il M5S è un falso ideologico - ancora regaliamo soldi alla Fiat una multinazionale statunitense che non paga le tasse all'Italia i soldi alla

Fca, ecco gli aiuti di Stato e regioni per l’auto elettrica

9 dicembre 2019


Per nuovi investimenti di Fca 27 milioni di euro dal Mise, due milioni dalla Regione Basilicata e 1 milione dalla Regione Piemonte. Tutti i dettagli

L’elettrificazione di Fca sarà finanziata anche dallo Stato.

E’ stato firmato la scorsa settimana al Mise l’Accordo con Fiat Chrysler Automobiles (Fca) per il Contratto di sviluppo che prevede investimenti negli stabilimenti di Melfi in Basilicata e di Orbassano e Mirafiori in Piemonte. Presenti alla firma erano il ministro Stefano Patuanelli (M5S), il riconfermato amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, ed esponenti di Fca e delle regioni interessate, tra cui il governatore lucano Vito Bardi.

L’ACCORDO DI SVILUPPO PER FCA

Partiamo dai numeri. Il Contratto di sviluppo prevede un investimento complessivo di 136,6 milioni di euro, da mettere in circolo entro il 2022 ed è cofinanziato per 27 milioni di euro dal Mise, per due milioni dalla Regione Basilicata e per 1 milione dalla Regione Piemonte. Ad Invitalia il compito di gestire le risorse del Mise e della regione Basilicata.

LE PAROLE DI PATUANELLI

“Sono orgoglioso di avere sottoscritto questo accordo di sviluppo che rappresenta anche un’importante svolta economica e occupazionale dei territori”, ha commentato il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, in un post su Facebook. “Si tratta di 136,6 milioni di euro di investimenti per realizzare produzioni innovative negli stabilimenti di Melfi (Potenza), Orbassano (Torino) e Torino entro il 2022. Di questi, il Mise mette a disposizione circa 27 milioni di euro di agevolazioni per l’acquisto di macchinari e impianti con la Transizione 4.0”.

100 MILIONI A MELFI

Ben 100 milioni saranno investiti soltanto a Melfi, dove Fca ha in progetto, come da piano industriale, l’ampliamento delle capacità produttiva in vista del lancio della Jeep Compass nella versione PHEV (Plug-in Hybrid Electric Vehicle).

UN PROGETTO DI RICERCA

Il resto delle risorse, invece, sarà destinato all’avvio di un progetto di ricerca industriale e sviluppo sperimentale da realizzare, presso le sedi di Orbassano, Torino e Melfi. Obiettivo? Trovare nuove soluzioni per la realizzazione di veicoli con propulsione puramente elettrica.

L’IMPATTO OCCUPAZIONALE

La notizia è decisamente positiva, anche per il lato occupazione: è previsto il reintegro del personale in temporaneo esubero, ovvero 3.458 lavoratori, e l’incremento di 100 nuovi addetti presso lo stabilimento di Melfi.

Per Visco - Il Mes serve per possibile ristrutturazione del debito, ma prevederlo è indice di auto-avvenire e questo inghiottirebbe il risparmio italiano l'obiettivo principe del Progetto Criminale dell'Euro

Perché Visco (Bankitalia) lancia prima il sasso sul Mes e poi nasconde la mano? L’analisi di Liturri

9 dicembre 2019


Tutte le contraddizioni del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, su Mes e ristrutturazione del debito

Nella giornata in cui il ministro dell’Economia accusa l’opposizione di fare ‘terrorismo’ sul Mes spaventando le persone, appare necessario ritornare sulle parole del governatore della Banca d’Italia Visco che, il 15 novembre scorso con il suo discorso ad un prestigioso seminario a Roma, fornì invece sostanziali elementi a sostegno della potenziale pericolosità del Mes.

Tale discorso fu seguito da una polemica pubblica col giornalista della Reuters, Gavin Jones, che fece notare su Twitter l’atteggiamento ‘schizofrenico’ di Bankitalia che sembrava avere paura delle proprie stesse parole giungendo a telefonare in redazione per chiedere un’ammorbidimento’ dell’articolo di Jones.

Il 27 novembre scorso, il ministro Gualtieri in audizione al Senato, di fronte a specifica domanda del senatore Adolfo Urso di Fratelli d’Italia relativa alle parole allarmate di Visco, liquidò bruscamente il senatore, accusandolo in sostanza di non aver capito nulla delle parole di Visco.

Il 4 dicembre ci ha pensato però il deputato del M5S Raduzzi, a rivolgere specifica domanda a Visco, durante l’audizione di quest’ultimo davanti alle Commissioni Bilancio ed Affari Europei. E la risposta del governatore si è dimostrata piuttosto evasiva ed imprecisa, nonostante gli abbia dedicato quasi 7 minuti (da 47.40 a 54.30). Anche al netto dell’accusa al giornalista di aver compiuto “un’attività errata”, collegando erroneamente parole e concetti senza aver saputo individuare soggetto, predicato e complemento della frase.

Ma allora, considerata l’autorevolezza di Visco, è necessario tornare su quel passaggio del discorso del 15 novembre riletto lo scorso 4 dicembre davanti ai deputati, commentandolo periodo per periodo.

“Sta per essere finalizzata la riforma del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism, ESM) volta a rafforzare il ruolo di quest’ultimo nella prevenzione e gestione delle crisi sovrane degli Stati membri dell’area dell’euro. Tale riforma si inserisce fra le iniziative mirate a ridurre l’incertezza circa le modalità e i tempi di una possibile ristrutturazione di un debito pubblico.

Qui Visco ci dice chiaramente cos’è il Mes ed orienta tutti i periodi successivi: si tratta di uno strumento volto a ridurre l’incertezza su come procedere in caso di possibile ristrutturazione di un debito. Non lascia spazio a molti dubbi: Visco non dice che serve a prestare denaro a paesi che hanno perso l’accesso ai mercati, ma va dritto al sodo ed introduce subito la frase ‘ristrutturazione del debito’, ponendola da subito come finalità del Mes.

Chiarire le condizioni e le procedure per la ristrutturazione del debito ridurrà certamente quella parte degli oneri del default di uno Stato sovrano che derivano dall’incertezza sulle modalità e sui tempi della sua soluzione.

Premessa la finalità dello strumento, Visco aggiunge poi che il Mes interviene sui costi del default di uno Stato che derivano da modalità e tempi della sua gestione (in audizione ha fatto l’esempio del caos in occasione del default argentino) e quindi questo appare un beneficio certo del Mes. Più procedure, meno incertezze e quindi meno costi.

Ma questi oneri costituiscono solo una piccola parte del costo dell’insolvenza di uno Stato. Quest’ultima, inoltre, è una questione da gestire con molta prudenza.

Aggiunge subito dopo che quegli oneri (derivanti da modalità e tempi di gestione incerti, minimizzati dal Mes) sono solo una piccola parte di quelli connessi con il default di uno Stato. E proprio per tale motivo, il default è una questione da gestire con molta prudenza. Perché potrebbero esserci anche altri tipi di costi, che sono proprio quelli di cui Visco parla nel cruciale periodo successivo.

I benefici contenuti e incerti di un meccanismo per la ristrutturazione del debito (debt restructuring mechanism) vanno valutati a fronte del rischio enorme che si correrebbe introducendolo: il semplice annuncio di una tale misura potrebbe innescare una spirale perversa di aspettative di insolvenza, suscettibili di autoavverarsi.

E qui non si capisce come Visco possa sottrarsi all’evidenza di quello che ha testualmente detto. I predetti modesti benefici derivanti dalla presenza di un meccanismo di ristrutturazione del debito (che è proprio la finalità del Mes che Visco ha fornito in premessa) rischiano di svanire di fronte al ‘rischio enorme’ che il semplice annuncio di tale meccanismo provochi una spirale perversa di aspettative autoavveranti. Quindi è proprio il Mes che provoca tale spirale perversa!

In altre parole, Visco non dà affatto luogo ad equivoci. Avverte che il Mes, con la sua capacità di definire modalità e tempi per la gestione di una crisi sovrana e di una possibile ristrutturazione del debito pubblico contribuisce senz’altro ad evitare il ripetersi di situazioni simili al caos argentino, ma il suo semplice annuncio rischia di innescare un circolo vizioso di aspettative che porta proprio a far avverare l’evento che si intende disciplinare: la crisi ed il default di uno stato sovrano. 
È vero che si riduce l’incertezza, ma così si provoca proprio l’evento!

Dovremmo tutti tenere a mente le terribili conseguenze che fecero seguito all’annuncio del coinvolgimento del settore privato nella soluzione della crisi greca dopo l’incontro di Deauville alla fine del 2010.

E per essere ancora più chiaro, fa proprio l’esempio più recente e drammatico di aspettative autoavveranti: il famoso annuncio di Deauville del 2010, quando Merkel e Sarkozy parlando per la prima volta di coinvolgimento del settore privato per il salvataggio di Paesi in crisi debitoria, dettero il via ad una vera e propria tempesta sui titoli del debito pubblico di numerosi paesi, tra cui il nostro.

Ascoltando Visco su questa parte, egli sostiene che ‘rischio enorme’ è riferito a ‘il meccanismo di ristrutturazione del debito’ che non c’è nel Mes, e non allo strumento di assistenza finanziaria. Ma come è possibile sostenere questo? La ristrutturazione del debito non è automatica ma c’è, eccome. Per sua stessa ammissione all’inizio del periodo quando definisce il Mes. E non a caso ci sono delle apposite clausole a disciplinarlo (Cac). Ma, a tutto voler concedere, che senso avrebbe avuto il 15 novembre, quando era già noto che il testo della riforma non conteneva alcuna ristrutturazione automatica, riferirsi ancora a questa ipotesi? Parlava quindi di altro, no?

Se Visco avesse voluto limitare i rischi enormi ad un eventuale meccanismo di ristrutturazione automatica, non avrebbe potuto far altro che scriverlo, ma non lo ha fatto. Anzi, non ha affatto specificato il tema dell’automatismo, a conferma del fatto che, con o senza automatismo, la perversa spirale di una profezia autoavverante è sempre in agguato. Ed è proprio ciò che Visco ha apertamente detto in lingua italiana (pubblicata solo alcuni giorni dopo) ed inglese (quella che è circolata il giorno del seminario).

Delle serie ‘due indizi fanno una prova’, vale la pena riproporre le parole del prof. Giampaolo Galli, pronunciate il 6 novembre alla Camera: “…Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico… Anche per questo motivo, azioni o parole che possano ingenerare il timore di una ristrutturazione o, peggio, di un default, vanno considerati come un pericolo per l’Italia e per gli italiani. Per questo motivo ci preoccupano le proposte di revisione del Trattato istitutivo del Mes…”

A questo punto, appare più ragionevole che chi scrive i discorsi a Visco faccia un esame di coscienza e controlli l’analisi logica dei propri scritti, anziché rovesciare accuse su uno scrupoloso giornalista che ha colto immediatamente, senza peraltro essere l’unico, la portata delle dichiarazioni del governatore.

L’intervento del 15 novembre sembra piuttosto riecheggiare vecchi interventi precedenti all’approvazione del bail-in, in cui Bankitalia evidenziava i problemi di quello strumento. Per poi rievocarli e poter sostenere, in occasione della risoluzione delle 4 banche, che loro avevano messo in guardia dai pericoli.

Ma questa volta l’attenzione pubblica sul tema è molto più elevata. Ora e non tra qualche anno, il Paese si chiede: c’è terrorismo sul tema o qualcuno ha lanciato il sasso e nascosto la mano?

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TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START SUL MES:
































Mes - continuare a guardare il dito e non la Luna. Respingere il trattato avvoltoio è possibile, certamente non con questi politici

Che cosa non quadra nella governance del Mes. Il commento di Polillo

9 dicembre 2019


Il ministro dell’Economia nel board del Mes avrà un potere rilevante. Fino a che punto potrà spingersi? Dovrà avere un mandato preciso e formale da parte del premier? E in che modo dovranno essere coinvolti gli altri ministri: Esteri e Affari europei? L’approfondimento di Gianfranco Polillo

Sul Mes non basta intentare un processo alle intenzioni per archiviare il caso. Ricondurre tutto al dubbio amletico: euro sì, euro no. Esercizio nel quale si sta misurando parte della stampa italiana, approfittando di due elementi contingenti: la raccolta di firme, da parte di Matteo Salvini, con l’obiettivo di un ripensamento, e le dichiarazioni di Claudio Borghi.

La partita, come sa bene lo stesso Salvini, è ormai chiusa. Ma non è detto che l’Italia non possa ottenere delle compensazioni. È già accaduto. Avvenne quando si negoziò il Sistema monetario europeo. E la stessa cosa si verificò in occasione del suo ingresso nell’euro. Le fu consentito di partecipare, sebbene il suo rapporto debito/Pil fosse di gran lunga superiore al 60 per cento, previsto dal Trattato di Maastricht. Il compromesso potrebbe essere dato dalla garanzia, di dover rispettare la “regola del debito” (progressivo contenimento), ma non le altre disposizioni burocratiche (deficit nominale e strutturale) che impediscono ad un Paese, caratterizzato da squilibri macroeconomici (disoccupazione e surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti), di progredire lungo la via obbligata dello sviluppo. In questo caso l’eventuale consenso popolare sarebbe un’arma potente da spendere sul tavolo del negoziato.

Diverso è il caso di Borghi. Si è approfittato di una sua ingenuità, subito corretta da Salvini, per distorcerne il senso. Ha sostenuto di voler rappresentare quel 25 per cento di italiani che vorrebbero uscire. Ammettendo, implicitamente, che il restante 75 per cento è pronto a smentirlo. Una posizione più che minoritaria, che un politico avveduto dovrebbe evitare. Comunque affar suo. Si può sempre proporre di fuggire dalla guerra, per non aver la forza o la capacità di affrontare e combattere il nemico. Indubbiamente poco edificante. Ma così è. All’elettorato l’ardua sentenza.

Nel gridare al lupo, molti dimenticano che fu la stessa Corte costituzionale tedesca a porsi il problema se la partecipazione al Fondo salva Stati fosse rispettoso degli interessi nazionali del proprio Paese. Era il settembre del 2012. Fu 
posto un limite al contributo (190 miliardi) con l’obbligo di riferire ai due rami del Parlamento sulle conseguenti decisioni. Evidentemente ciò che in Germania è normale, in Italia provoca scandalo ed indignazione.

Ma c’è di più, dal punto di vista del diritto italiano. Il Mes sarà gestito da un Consiglio del governatori, cui partecipano i ministri finanziari, quindi da un Consiglio d’amministrazione da questi nominato. Anche a prescindere dall’articolo 47 della Costituzione, sulla tutela del risparmio, non v’è dubbio che il ministro dell’Economia assuma un potere rilevante. Fino a che punto potrà spingersi? Dovrà avere un mandato preciso da parte del presidente del Consiglio? Ed in quale forma? In che modo dovranno essere coinvolti gli altri ministri: Esteri e Affari europei?

Tutto questo non è precisato. Lo sarà forse nella fase del recepimento del Trattato. Ma i dubbi rimangono pesanti. Finché c’è concordia tra i ministri, nessun problema. Ma in caso di divergenza – la crisi del 2011, con Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti su posizioni diverse – come si risolverebbe l’eventuale conflitto?

L’articolo 95 della nostra Costituzione attribuisce al presidente del Consiglio la titolarità e responsabilità dell’indirizzo politico. Che invece il Trattato, in un campo così importante, com’é quello della politica economica e finanziaria, ribalta sul ministro dell’Economia. Forse non produrrà effetto alcuno, ma sarebbe bene farci un pensierino. Specie se ci si avvia, di nuovo, verso una Repubblica parlamentare a base proporzionale. In cui gli interessi delle singole coalizioni tendono a divergere, più che ad uniformarsi ad un indirizzo prevalente.

In Euroimbecilandia al semplice si preferisce il complicato. La Bce non diventa prestatore di ultima istanza ma si inventa un organismo che decide chi come quando perchè condizioni per salvare

Il Mes spiegato dal Mes

9 dicembre 2019


“Il Mes non è a favore dei banchieri ma dei cittadini e dei contribuenti”. Parola del segretario generale del Mes (il meccanismo europeo di stabilità), Nicola Giammarioli

Il Mes rassicura sul Mes: “Il Mes non è a favore dei banchieri ma dei cittadini e dei contribuenti”. Parola del segretario generale del Mes (il meccanismo europeo di stabilità), Nicola Giammarioli. Ecco tutti i dettagli.

CHE COSA HA DETTO IL SEGRETARIO GENERALE DEL MES ALL’ANSA

Con la riforma del Mes non è possibile che i soldi italiani salveranno le banche tedesche, o viceversa. Lo ha detto il segretario generale del Mes (il meccanismo europeo di stabilità), Nicola Giammarioli, in un’intervista all’Ansa. Il paracadute (backstop) non servirà “per salvare le banche nel Paese X o Y ma per dare risorse al fondo Srf, alimentato delle banche, nel caso estremo in cui si esaurisca”. “Il denaro che ci deve ridare è del fondo Srf e indirettamente di tutte le banche Ue, non dei cittadini”.

LE PRECISAZIONI SU BANCHE E BANCHIERI

Per spiegare perché nessun Paese salverà le banche di altri, e perché il Mes non salverà i banchieri ma tutelerà piuttosto i contribuenti, il segretario generale parte da un caso concreto, racconta l’Ansa. “Quando il Single resolution board (l’istituzione europea che si occupa delle risoluzioni bancarie, ndr) deve risolvere una banca, deve trovare i mezzi per farla sopravvivere, almeno in parte, e deve renderla sostenibile”, quindi elaborerà un piano di risoluzione. Ogni piano “comprende di solito un cambio nell’assetto proprietario e anche del management”, anche perché “se la banca non è solida vuol dire che i banchieri non hanno svolto adeguatamente il loro compito”, quindi non è possibile dire “che si salvano i banchieri”. E si pensa ai correntisti: “La risoluzione cerca di preservare la stabilità finanziaria assicurandosi che correntisti e investitori non perdano troppo, e che ci sia il minor impatto possibile sul sistema bancario”.

TRA MES E BACKSTOP

Tutta l’operazione viene fatta anche con i fondi del Single resolution fund, (Srf), che sono delle banche, e quindi “i soldi dei contribuenti non saranno usati”. Per questo tutta l’impalcatura “non è a favore dei banchieri ma dei cittadini e dei contribuenti”. Con la riforma il Mes fornirà un paracadute finanziario (backstop) al fondo salva-banche Srf, qualora, in casi estremi, dovesse finire le risorse. Anche questo, spiega Giammarioli, riduce il rischio che soldi pubblici vadano a salvare le banche. “Con l’attuale Trattato possiamo andare e salvare una singola banca, mettendo i nostri soldi a rischio”, ha sottolineato, ricordando lo strumento chiamato ‘ricapitalizzazione diretta’, mai utilizzato. “Con la riforma non sarà più possibile, quindi per me l’argomento è esattamente al contrario: minimizziamo il rischio perché diamo i soldi a una istituzione già ben finanziata” come il Srf,

LE EVOLUZIONI DEL MES

Negli scorsi giorni Giammarioli ha spiegato al Sole 24 Ore le evoluzioni dell’Esm: “I Paesi membri hanno concordato una serie di riforme al nostro mandato che devono ancora essere ratificate dai rispettivi 19 parlamenti. L’Esm non assicurerà più solo assistenza finanziaria nei casi di crisi di liquidità. I governi hanno anche deciso che firmeremo insieme alla Commissione europea i futuri eventuali memorandum di intesa con i Paesi che hanno bisogno di aiuti. Avremo maggiore responsabilità nel negoziare le condizioni che il Paese beneficiario di aiuti dovrà rispettare. Quindi seguiremo da vicino l’evoluzione economica e finanziaria dei nostri Paesi membri, per valutare eventuali rischi, senza per questo duplicare il lavoro della Commissione europea ma approfittando della nostra conoscenza dei mercati finanziari. Nel frattempo, con la nascita di un’unione bancaria, i governi ci hanno dato il compito di paracadute finanziario del Fondo europeo di risoluzione bancaria”.

E' guerra vera è guerra totale niente illusioni - Gli Stati Uniti messi al margine, l'hanno scelto loro. Il quantitativo di ingegneri che escono dalle università cinesi sono infinitamente maggiori i quelli statunitensi e l'autarchia obbligata accelera il processo di autonomia ed indipendenza

Guerra hi-tech Usa-Cina: Trump colpisce, Pechino risponde (contro Hp, Dell e Microsoft). L’articolo di Rapetto

9 dicembre 2019


La messa al bando dell’industria hi-tech americana e dei Paesi alleati da parte della Cina non rappresenta soltanto una risposta alle ripetute (e talvolta smentite) dichiarazioni di Trump di chiusura ai colossi dell’elettronica e delle telecomunicazioni cinesi. È il trailer del futuro prossimo venturo.

“3-5-2” non è uno schema vincente di una squadra di calcio, ma il nomignolo con cui è stata etichettata la direttiva dell’Ufficio Centrale del Partito Comunista cinese con cui è Pechino a mettere al bando le tecnologie straniere.

Il drastico provvedimento – indirizzato alle strutture governative e alle realtà con partecipazione pubblica – prevede la progressiva eliminazione di apparati e applicazioni realizzati fuori dai confini della Repubblica Popolare.

Il nickname “3-5-2” prende spunto dalle proporzioni delle dismissioni che sono già state pianificate nel triennio a venire. Il 30 per cento di hardware e software non nazionale deve sparire entro il primo anno, un ulteriore 50 nei dodici mesi successivi e il restante 20 per cento nell’ultimo periodo a disposizione.

Le disposizioni non sarebbero una novità saltata fuori in questi giorni perché pare risalgano all’inizio del 2019: la faccenda è emersa solo ora dopo una serie di confidenze fatte da alcuni esperti ai giornalisti del Financial Times a fronte delle preoccupazioni delle rispettive aziende di cybersecurity dinanzi all’introduzione di queste radicali restrizioni.

La messa al bando dell’industria hi-tech americana e dei Paesi alleati non rappresenta soltanto una risposta alle ripetute (e talvolta smentite) dichiarazioni di Trump di chiusura ai colossi dell’elettronica e delle telecomunicazioni cinesi. È il trailer del futuro prossimo venturo e risuona come funesto presagio di una guerra non materialmente cruenta ma certo sanguinosa sul fronte economico e finanziario.

Non è la semplice replica allo stop a ZTE, Huawei, Megvii, Sugon e ad altre realtà produttive meno conosciute ma non per questo esenti dal pesante sospetto di eccessiva vicinanza al Governo di Pechino e ai relativi obiettivi politici, militari e di business intelligence. Ci si trova dinanzi ad uno scontro frontale che è destinato a mutare ogni scenario finora pronosticato. È il primo colpo di cannone che piove sulle teste statunitensi ed europee, segnando la chirurgica asportazione di qualsivoglia elemento “nemico” dalle viscere di qualunque entità in entrambi gli schieramenti

Va detto che la rigida determinazione di Pechino cozza brutalmente con l’effettiva attuazione di simili propositi. Non si tratta di sgomberare banalmente le scrivanie dei travet con gli occhi a mandorla, ma di procedere alla imponente rivisitazione del modus operandi di chiunque oltre la Grande Muraglia adoperi un personal computer, un tablet o uno smartphone.

Il versante pubblico cinese non deve fare i conti soltanto con l’eliminazione della “ferraglia” degli apparati (operazione tutto sommato poco impegnativa vista la preponderanza delle corporation nazionali attive in quel settore), ma è costretto a mettere in bilancio la sostituzione di tutti i sistemi operativi e dei programmi applicativi di utilizzo ordinario.

Non è certo impossibile immaginare una “finestra” contornata da lanterne rosse che vada a sostituire Windows oppure un software di base che rimpiazzi il MacOS di Apple, ma non è affatto una operazione elementare.

Occorrono anni, a meno che Pechino abbia pianificato da tempo di agire sull’invisibile interruttore per poi “switchare” su opportunità nazionali. In quest’ultimo caso la partita sarebbe già finita e la sorpresa per un simile colpo di teatro sarebbe da addebitare ai Servizi Segreti Usa ed europei che non hanno rilevato una eventuale pericolosissima effervescenza di ricerca e sviluppo in quel settore. Il monitoraggio di attività di questo genere rientra a pieno titolo nella tanto (spesso a vanvera) discussa protezione cibernetica di ogni Paese.

Il software non sarà la bomba atomica, ma è in grado di fare danni di non minore entità. Gli arsenali non sono soltanto quelli nucleari e la supremazia digitale ha un peso non trascurabile la cui percezione rientra nel range operativo anche della non mai abbastanza lodata “casalinga di Voghera”.

Metabolizzato che il M5S è un falso ideologico

L’impunità di classe al tempo del MES e della Prescrizione
Media falsari per omissione

di Fulvio Grimaldi8 dicembre 2019


Metabolizzata l’affettuosa gelosia di quella Francia che, dagli illuministi e dal 1789, passando per la Comune e arrivando a un anno e passa di fenomenali lotte dei Gilet Gialli, pur decimati, tra morti e mutilati, dalle emergenze fascistoidi di Macron, fino agli scioperi di milioni e di giorni, di ogni categoria, che stanno paralizzando la Francia e riducendo, nel confronto, a nanetti da giardino nel parco dei signori i vari Landini, Furlan e Barbagallo, torniamo alle nostre miserie. Che nessuno esplicita con minore pudore di quanto ci riesca il giornalismo dei nostri media.

* * * *

Coloro che leggono queste note, tra epicurei che ne godono e stoici che le soffrono, sanno quanto mi sono strappato i capelli per le inversioni di rotta e gli arretramenti dei Cinquestelle (riferendomi sempre a quelli che ne sono responsabili, s’intende) e quanto me li sono inceneriti per essermi troppo a lungo ostinato a fidarmi di loro. Ho scritto anche un titolo “dal bene maggiore al male minore”. C’è chi, a questo proposito, lapalissianamente osserva che il meno peggio è comunque un peggio. Io rispondo con la stessa logica elementare, ma inoppugnabile: è quanto passa il convento. E allora cosa vogliamo fare? Chiudere il convento? Magari come Napoleone, che tanto bene fece in questo?

Cinque Stelle, il male minore. Quanto male, quanto minore?

E qui mi viene da pensare che i nostri Cinquestelle stanno a quanto noi avremmo voluto che fossero, come i mangiapreti Mazzini e Garibaldi stavano al Bonaparte che liquidava monasteri e sparava sugli altari.

Ma tant’è: oggi siamo alla guerra tra onesti e farabutti e a quella tra chi la nostra sovranità vuole, se non recuperarla, difenderne l’ombra e coloro che, in cambio di due buffetti e quattro talleri, la vendono ai briganti di passo, i noti europassatori, cortesi o meno. E’ chiaro che parlo delle leggi del ministro Bonafede (non mi fate dire “grillino”, perché ormai quella qualifica fa riferimento a un delirante senile), mai viste e nemmeno subodorate in Italia, la Spazzacorrotti e la Prescrizione bloccata dal primo giudizio. La prima, mandando in galera evasori che agli italiani, per amore o per forza dabbene, rubano sui 110 miliardi all’anno, tagliando le unghie ai migliori amici di tutti gli altri partiti, nonché della cosca e dei suoi eunuchi installati a Bruxelles; la seconda impedisce agli stessi e ai loro affini di restare, a forza di prescrizione, lo 0,5% della popolazione carceraria italiana, a fronte del 13, 6% della Germania. E qui la guerra è contro un’architettura sociale che, grazie al concorso di avvocati e stampa (tutta “garantista”), blinda lo Stato nella sua storica consociazione politica e malaffare più o meno organizzato.

MES e svenditori neoprodiani

E parlo del MES. Si chiama “meccanismo di stabilità europeo”, perché, come già il Frankenstein suo predecessore, detto Fiscal Compact, stabilizza l’impero carolingio grazie a una moneta privatizzata che nei debiti e crediti pesa quanto viene deciso da una manica di banditi impadronitisi del continente. Con questo “meccanismo” hanno fatto sprofondare in mare la Grecia e, insieme alla Cina, hanno raccolto quanto ne è rimasto spiaggiato. Ora tocca all’Italia, Fortezza Bastiani sotto assedio dei Tartari (vedi Dino Buzzati), nella quale si è infiltrato il cavallo di Troia a tre teste: Conte, Tria, Gualtieri, con partiti sguatteri al seguito. Il quale neoprodiano Gualtieri, con padrino Mattarella e madrina Von der Leyen, ha l‘improntitudine di sancire che l’accordo, concluso di nascosto come tutte le porcate (TTIP, CETA, interventi militari), non è emendabile, è chiuso. Senza neanche che il parlamento ne abbia avuto sentore. Ci sarebbe da mandarlo in un campo di rieducazione. Per ora i Cinquestelle hanno ottenuto un rinvio a gennaio. Che non vada a finire come col TAV o con gli F35!

Non ditemi che non si tratta di battaglie epocali che, se portate fino in fondo e non compromesse da accordi al ribasso con il fronte – economico, politico, sindacale, clericale, istituzionale - che campa grazie a quella consociazione, prometterebbero un minimo di palingenesi nelle nostre condizioni di vita. E hai voglia a ridacchiare sui bambinoni che invocavano “onestà, onestà”, come fossero una fissazione frullata in capo a gente mai uscita dal luna park. Come hai voglia a cacciare nel raccoglitore della carta straccia la legge sul reddito di cittadinanza che ha osato l’inverosimile nella repubblica obliosa, non tanto dei crimini nazifascisti (ottima copertura a quelli attuali), quanto di una Costituzione nata dalla Resistenza e che formula il diritto al lavoro e a una vita dignitosa (Articolo 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa). Capirai quanto ne possono essere rimasti entusiasti quelli dell’euro, della “lenzuolata” delle deregolarizzazioni, del Jobs Act, della legge sulle pensioni, degli esodati del MOSE e mangiatoie varie.

Fate la guerra, non il reddito di cittadinanza

Reddito, ridicolizzato e odiato più di tutti dal “manifesto”, quotidiano “comunista”, che ha fatto fare, per la misura che vale, un’inversione a U al processo fisiologico del capitalismo di succhiamento verso l’alto delle ricchezze in basso e, nei suoi primi otto mesi, ha ridotto alla metà i 5 milioni di poveri assoluti, con una media di 570 euro ad assegnazione e la riduzione dell’1,5% di una diseguaglianza in crescita da decine d’anni. Dicono, con espressione di chi ha ingurgitato un bicchiere di aceto, che non si è ancora passati dal reddito al posto di lavoro. Ma siamo ai primi 8 mesi e, intanto, vi fa schifo che ci sia gente che mangia? Al “manifesto” sembra di sì. Vi disturba che il precariato sia stato attaccato e ridotto, che i vitalizi non ci siano più? Che i corrotti vadano in galera? Allora andate in piazza con le sardine e urlate all’antifascismo, antipopulismo, antisovranismo.

Detto questo, non mi resta che ribadire il disastro che è stato e continua ad essere il combinato Grillo-Di Maio e loro annessi, sconnessi come loro dagli amorosi sensi di chi aveva portato il M5S al 33% e ora lo punisce dimezzandolo e ridimezzandolo. A partire dall’ambiente e certe Grandi Opere, alla faccia dell’ottimo ministro Costa, e a finire con UE, euro e Nato (F35!), all’interno della garrota atlantico-sionista.

Stampa, cane da guardia per chi?

Di tutto questo come si occupa il meglio del nostro giornalismo, specchio deformante della realtà quanto e addirittura più di quello occidentale che, con standard aurei dal peso di New York Times, BBC, CNN, Der Spiegel, Le Monde, The Guardian, El Pais, ci fornisce le regole d’ingaggio?

Quando si parla di prescrizione, non ce n’è uno che non lamenti, in coro con la muta della Camera Penale inorridita dalla perdita della greppia assicurata da anni di rinvii, l’offesa al garantismo costituita da processi interminabili. Che invece lo sono per chi ha interesse ad arrivare a una prescrizione lunga lunga, come quella del premier mafioso Andreotti, o del killer svizzero all’amianto Schmidheiny. E tutta la bella compagnia di indagati, processati, condannati, prescritti che costituiscono il nerbo dei tradizionali partiti di governo e di opposizione. Questo, in positivo. In negativo abbiamo invece il dato, del tutto taciuto, che per le vittime di reati il provvedimento è salvifico, dopo decenni di beffe a chi era stato colpito da reati e si è visto sfuggire, non solo il risarcimento materiale e morale, ma la giustizia tutta intera. Pensate a Ilaria Cucchi, ai suoi genitori, se non ci fosse stato un carabiniere, uno solo, a dire la verità sugli assassini di Stefano.

Achtung Banditen anche nell’OPAC

Passo di palo in frasca. Ricordate l’attacco al gas cloro a Douma in Siria, 7 aprile 2018, mentre le truppe siriane, con gli alleati, stavano spazzando via il mercenariato Isis di Usa e Nato? Ricordate che istantaneamente fu attribuito ad Assad e giustificò il rilancio dell’”Assad sanguinario dittatore” e conseguenti tremendi bombardamenti sulla popolazione civile? Ricordate poi l’OPAC, l’organismo per la proibizione delle armi chimiche, che intervenne sul posto e, dopo mesi e in contrasto con quanto affermato da testimoni oculari e giornalisti sul posto che avevano visto solo una sceneggiata di bambini lavati con l’acqua fredda, dichiarò esserci stato quell’attacco?

Attacco al cloro a Douma: un modello

Adesso Wikileaks, tuttora operativo nonostante Julian Assange sia rinchiuso illegalmente nel carcere di Londra e sottoposto a torture psicofisiche (nel silenzio dei colleghi giornalisti e dei loro organi sindacali, FNSI in testa), ha dimostrato che è stata tutta una vergognosa operazione di chi doveva scoprire una montatura, messa in atto dai famigerati Elmetti Bianchi, “servizio civile” dell’ISIS, e invece l’avallò. Due dei più qualificati tecnici dell’OPAC hanno fornito documenti che evidenziano come le loro conclusioni sul campo confutassero la micidiale menzogna dei vertici dell’organizzazione e di tutta la stampa occidentale. Conclusioni prima incluse e poi cancellate dal rapporto finale. Nessuno le ha potuto smentire. Notizia colossale, indice di come si fabbricano eventi che portano a smisurate tragedie. Altre ne seguiranno, ha detto Wikileaks. Il criminale imbroglio è stato recentemente ammesso dalla sola BBC, arresasi ai documenti. Ne avete trovato traccia nei vostri giornali e tv? Una correzione di quanto passivamente, colpevolmente, condiviso? Scuse, in primo luogo alla Siria? Qualcuno ne ha parlato, ma ha attribuito la rivelazione a un “disinformatore putiniano”.

Naturalmente anche in questo caso, i social media che ne riferiscono sono quelli di tutte le fake news, di tutti i complottisti. Badate che i media cosiddetti “main stream”, ufficiali, mentono per la gola, la borsa, l’inclusione, la carriera, la pubblicità, la benevolenza di Bilderberg e similaria. Mentono non solo inventando e accreditando balle. Mentono soprattutto per omissione. E’ la manipolazione più insidiosa. Ne ho avuto prova soprattutto nei miei 16 anni in RAI. Questo dillo, questo meglio di no. Si tratta di una tenaglia tra la disinformazione prodotta da quanto si afferma sia accaduto e quella che nasce dall’affermazione che una cosa non avvenuta ci sia invece stata.

Giornalismo di omissione: il più efficace

Il falso da omissione è la tattica propagandistica più efficace nel distorcere la percezione della gente su quanto sta avvenendo nel mondo quando si tratta di notizie sconvenienti per l’establishment. 
Il vantaggio grande è che, mentre puoi essere chiamato a rispondere di notizie false e devi rimediare con imbarazzanti smentite o correzioni, non lo sarai mai per notizie omesse. Per cui l’inganno preferito dai media è questo, l’omissione. C’è una candidata democratica alla presidenza che si chiama Tulsi Gabbard. Senatrice delle Hawai, Militare della Guardia Nazionale, in missione in Iraq ha constatato cosa sono le guerre degli Usa. E’ presente in tutti i dibattiti televisivi dei vari candidati. E’ contro tutte le guerre, le sanzioni, i regime change, i colpi di Stato, le rivoluzioni colorate e altri strumenti delle aggressioni Usa. le sanzioni. Ha condannato il golpe Usa-fascisti in Bolivia. Ha incontrato Assad, ha negato che sia un mostro e ha detto che Douma era una bufala. Un fenomeno senza uguali e senza precedenti. Altro che Sanders o Warren, che sparano su Maduro quanto Trump. Tutto l’establishment la odia. L’avete mai sentita menzionare? Il "manifesto" preferisce Hillary.

Ci rompono h24 sull’ impeachment senza basi di Trump. I corrotti veri, di cui non si dice, sono Joe Biden, candidato democratico alla Casa Bianca e il figlio Hunter, inquisito con la sua impresa di malfattori ucraini per tangenti e schifezze varie di tutto il giro di Obama. Biden ha chiesto che venisse rimosso il PM che accusava il figlio, altrimenti niente miliardo e mezzo di aiuti. Le versioni ufficiali sull’11/9 e la strage di 8000 a Srebrenica sono state smontate da migliaia di esperti e testimoni. Sentito parlarne? Grande indignazione per il muro di Trump tra Usa e Messico e per il blocco dei migranti. Obama ha espulso più immigrati di qualsiasi presidente Usa, 1,5 milioni. Ve l’hanno fatto sapere? Il “manifesto” si straccia ogni giorno le vesti per migranti e razzismo. Ha mai scritto una riga sulla mafia nigeriana che gestisce prostituzione e spaccio in tutta Italia? Potremmo riempire di queste prodezze la piramide di Cheope.

Un buon mentitore non mente sempre. Mente quando è necessario e inevitabile. Ciò che fa è più perfido e vile: 
distorce, dice mezze verità, enfatizza dettagli insignificanti e marginalizza quelli decisivi, riferisce acriticamente versioni ufficiali, fa dello spinning, fila frottole. 
Ho sott’occhi un pezzo di Alberto Negri sul “manifesto”, giornalista apprezzato anche a sinistra. Il titolo attrae, è sul vertice Nato, ma la sostanza devia. E’un ininterrotta esaltazione dei curdi siriani “vincitori dell’Isis”, scelleratamente abbandonati. Il loro ruolo da mercenari Usa nell’occupazione della Siria araba, la loro pulizia etnica della popolazione non curda? Zitto. Falsità per omissione.

Ci sono anche trucchi di occultamento meno appariscenti. 
  • Far sparire notizie sgradevoli in pagine lontane, o riducendole a tagli bassi e trafiletti. 
  • Sospendendone la pubblicazione fino a quando non si presenti una notiziona opportuna che possa oscurare quell’altra. 
  • O dando più voce e spazio alla versione opportuna rispetto a quella sconveniente. 
Nessuno dirà che hai censurato. Lo si è visto alla grande nello scandalo Renzi-Fondazione Open.

E’ la stampa, bellezza. Teniamolo sempre presente. Soprattutto quando questi soloni da angiporto si permettono di demonizzare i social. Pazzi o brutti che siano, vi troviamo più verità in quelli che in qualsiasi testata di prestigio.

Il Mediterraneo visto dall’ISPI, attraverso le lenti Deep State


Un’ultima cosa. In questi giorni a Roma grande kermesse allestita dall’ISPI, Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, in collaborazione con il Ministero degli esteri, retto da Luigi Di Maio. Da settimane l’ISPI ci bombarda con roboanti annunci del grande evento, l’elenco interminabile di illustrissimi ospiti dall’universo mondo, la rassegna di temi cruciali per l’umanità intera. L’evento si chiama “MED 2019” e si propone di sviscerare, alla mano di esperti ineguagliabili, tutte le problematiche che riguardano il Mediterraneo. A partire, ovviamente, da quelle strategiche.

Il direttore dell’ISPI è quel personaggio che si presenta frequentemente in tv quando questa ritiene che il volgo e l’inclita debbano essere informati – ed educati – su quanto avviene nel mondo. L’ISPI è il consolato italiano che rappresenta l’empireo della buona geopolitica. Quella statunitense, quella Nato, quella contro la Cina, la Russia e contro tutti quelli che non apprezzano, condividono e si assoggettano alla civiltà che da queste entità viene diffusa. La sua è la versione vernacolare di quanto emana da bocche della verità come l’Atlantic Council, la Freedom House, La National Endowment for Democracy (NED). In altre parole, l’eccellenza dei Think Tank e dell’intelligence dei Deep State anglosassoni. Achtung Banditen!

Ma Di Maio non era quello che la sovranità… la Nato….……

L'economia del debito non sta bene - Il riacquisto delle proprie azioni, l'emissioni di obbligazioni porteranno a una devastazione altro che crisi

S&P 500: nel 2019 i buybacks arriveranno a quasi un trilione di dollari

9 Dicembre 2019 - 09:00 

Secondo Edoardo Fusco Femiano, market analyst italiano di eToro, i buybacks delle società appartenenti all’S&P 500 arriveranno a toccare la cifra record di un trilione di dollari nel 2019. I motivi


Il fenomeno dei buybacks, ossia il riacquisto delle azioni proprie da parte delle società, è un fenomeno estremamente diffuso tra le aziende statunitensi. L’entità del fenomeno si comprende se si pensa come, dal 2010, le società dell’S&P 500 hanno acquistato le proprie azioni per un valore pari al 22% della capitalizzazione dell’intero indice azionario.

Nel 2018, la quota di riacquisto di azioni proprie da parte delle aziende che compongono l’S&P 500 si è attestato a circa 806,41 miliardi di dollari, e quest’anno potrebbero raggiungere il trilione di dollari.

I motivi che sostengono i buybacks

Per Edoardo Fusco Femiano, market analyst italiano di eToro, ad alimentare il fenomeno dei buybacks sono principalmente due elementi: le condizioni monetarie esterne e la salute finanziaria delle società.

“Sul primo punto, la Fed è di nuovo in modalità QE, avendo riportato il suo bilancio al di sopra della soglia di $ 4 trilioni. Come noto, la Fed a metà ottobre ha iniziato ad acquistare T-Bills (titoli a breve termine) del Tesoro a un ritmo iniziale di $ 60 miliardi al mese e ha pianificato di continuare nel secondo trimestre del 2020, al fine di evitare il ripetersi di tensioni inattese sperimentate nel mercato monetario a settembre. Dal punto di vista delle società, i dati FRED mostrano che siamo lontani dai livelli di allerta in termini di leva finanziaria (nonostante in settori come il petrolio e il gas o il settore minerario sia un problema per gli investitori)”, afferma Femiano.

L’esperto sottolinea come ci si possa attendere una prosecuzione di questa tendenza tra le aziende, che con tale pratica vedono aumentare utile per azione e ROE, sostenendo anche le valutazioni azionarie.

“Fintanto che gli utili continueranno a crescere si tratta di una politica che le aziende continueranno a portare avanti. Per queste ragioni, non credo che il rally dei mercati azionari sia destinato a finire a breve”, chiosa il market analyst di eToro.