L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 gennaio 2019

Alceste il poeta - la nostra gabbia ci piace, è dorata

Terre piatte e alieni di Capodanno


Roma, 3 gennaio 2019

“Ho sentito sfiorarmi un vento: l’ala dell’imbecillità”
Charles Baudelaire

Il buon Massimo Mazzucco, da cui mi separa, oltre a una larga popolarità e all’empatia, che mai ho posseduto, la fegatosa disistima del mondo e degli uomini presenti (egli, al contrario di me, ha ancora qualche razionale speranza), pubblica uno scherzoso post natalizio; su cosa? Sulle convinzioni, granitiche, dei terrapiattari, ovvero di coloro per cui la Terra, la nostra amabile Terra, ha forma, appunto, d’un piatto: è una piattaforma.


Il succo dello scritto anzidetto: un tal Colin O’ Brady, americano dell’Oregon, “è riuscito ad attraversare l’Antartico”, “da costa a costa”, in solitaria, senza aiuti e rifornimenti esterni se non quelli stipati in una slitta.
54 giorni di marcia e circa 1500 chilometri nelle nevi perenni.
Questo nella realtà. Nelle fantasie dei terrapiattari, però, l’Antartico è il bordo della terra: in tal caso (cioè se le loro fantasie fossero realtà) il Buon O’Brady, avrebbe percorso, sempre in 54 giorni, 20.000 chilometri.
Mazzucco, onde satireggiare la loro teoria, ha finto di aderirvi: di qui il titolo Battuto il record storico di velocità a piedi: 

“Si chiama Colin O'Brady, ed è l'uomo più veloce del mondo. Ha percorso infatti oltre 20.000 Km. a piedi nell'arco di 54 giorni. Partito il 3 novembre da un punto della costa antartica chiamato Messner Point, ha raggiunto la parte opposta del continente antartico, approdando al Ghiacciaio Leverett il 26 dicembre scorso.
E siccome noi sappiamo che la terra è piatta … questo vuole dire che O'Brady ha tenuto una media di circa 370 km. al giorno (circonferenza approssimativa della terra 40.000 km.) … significa che O'Brady ha camminato per 54 giornate alla velocità media di 30 Km. all'ora, per 12 ore al giorno … quasi alla velocità di Usain Bolt sui 100 metri piani (ca. 36 Km./h), senza stancarsi e senza fermarsi mai … se invece la terra fosse uno sferoide, allora la distanza percorsa da O'Brady sarebbe di soli 1.500 Km., con una media giornaliera molto più ragionevole, di 27 Km. circa percorsi sulla neve.
Ma, appunto, ciò prevede che la terra sia tonda, e questa è pura fantascienza”.
La blanda presa in giro ha scatenato un dibattito accesissimo, da centinaia di commenti.
I terrapiattari, infatti, hanno difeso il loro “modello teorico” come un manipolo di Berserkir sotto acido.

Flat Earth map
Alcuni utenti, compreso Mazzucco, ancora nel pieno possesso delle facoltà mentali, hanno cercato di ricondurre le Menadi alla ragione, ma, alla lunga, sono stati sovrastati dall’eccezionale capacità illogica dei loro avversari; li si è visti, insomma, disarmati dallo sbalordimento: dalla sorpresa che avvertivano nel constatare che i loro sillogismi, pur acuminati con perizia, s’infrangevano sullo scudo d’una volontà tetragona e impermeabile alla legge della causalità. La stessa, propria ai neofiti, che animava certi protocristiani terrapiattari in spregio della civiltà greco-romana (secondo cui, invece, il globo era davvero tale, cioè sferico).
Il catalogo dei commenti e dei controcazzi terrapiattari tocca vette himalayane. A caso:

“Sicuramente la teoria della Flat Earth ha delle pecche, come tutte le teorie, incluso l'Eliocentrismo … attualmente l'unico modello che spiega le osservazioni al 100% è il modello ‘Cosmocentrico’ detto anche ‘Teoria Endosferica del Campo’ del Dr. Paolo Emilio Amico-Roxas …”

“… Se si scoprisse che la terra è piatta si instaurerebbe la teocrazia papista a livello mondiale con annessi campi di concentramento nell'arco di 3-4 generazioni e con almeno una guerra mondiale ...”

“Le osservazioni con fotocamere digitali ad infrarosso sono la PROVA MADRE ... non esiste altra spiegazione se non che siamo su un piano chiusi in ambiente ermetico sotto pressione ...”

“Potremmo essere su un piano infinito, se lo è lo spazio non vedo perchè non dovrebbe esserlo un piano ... il concetto di infinito è inconcepibile per la mente umana in entrambi i casi ... o vale solo per la terra piatta? Siamo circondati da una anello di ghiaccio alto 300 mt (circa) tutto intorno a cui siamo interdetti, con una massiccia presenza militare, dove lo piazzi tu l'esercito? Ovvio al confine ... questa strana e assoluta interdizione all'accesso (sostenuta da tutti i paesi del mondo) è giustificata con un improvvisa svolta ecologista dei governi e guarda caso introdotta subito dopo la morte dell'ammiraglio Byrd avvenuta 3 anni dopo la sua famosa spedizione”

“Infine, chiarito il fatto che io non sono religioso (anzi), posso dirti che Mauro Biglino reputa la Bibbia totalmente manipolata ma alla domanda: ‘Mauro, secondo te qual'è il capitolo meno manipolato nella Bibbia?’ la sua risposta fu: ‘Sicuramente la Genesi’...!!!”

“Può sembrare assurdo ... ma la Genesi potrebbe, alla luce dei fatti, descrivere realmente il nostro mondo e scoprire che tutta la macchina dell'inganno esiste solo per celare la ‘creazione’ ed i ‘creatori’ …”.

In altre parole: la terra è una pizza, col Polo Nord al centro e il Polo Sud all’intorno (come la crosta d’una pizza, appunto): una muraglia di ghiacci invalicabili. Viviamo su tale disco, schiacciati al suolo da una forza che non è quella di gravità, e rinserrati entro una cupola ominosa; luna, sole e stelle, su cui hanno sbraitato i poeti di tanti millenni, sono puntini inessenziali, il tramonto un inganno, i voli spaziali anche (i razzi rimbalzano sulla cupola, infatti), Galileo, Keplero e Newton furono dei truffatori al soldo dei Padroni del Mondo che voglion celare una così devastante rivelazione (il potere schiera armate in Antartide onde frenare i curiosoni), in passato c’erano i giganti, Einstein era un minchione e così via.



Ovviamente ogni terrapiattaro che si rispetti non sarà d’accordo con quanto - inaccuratamente - ho scritto; esistono, al netto dei fondamentali fondamenti, di cui, ora, non voglio occuparmi, innumeri teorie e sfumature di tale religione: pari alle legioni degli adepti.

Di una cosa, però, son sicuro: espettorazioni come queste avranno, in futuro, sempre maggior successo. Esaminiamola a fondo: essa consiste, soprattutto, nella totale negazione del passato. Il passato, infatti, non è la storia dell’intelligenza degli uomini, costruita a prezzo di fatica e scontri e ragionamenti, bensì un complotto. Come in Dan Brown. Quando l’Alighieri, nella cantica infernale ventisei, fa dire a Ulisse, che ha varcato lo stretto di Gibilterra e si spinge a sud-ovest, verso il Purgatorio, nell’emisfero australe:

Tutte le stelle già dell’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo

egli mente spudoratamente. E con lui il maestro di color che sanno, Aristotele, che, nel terzo libro del De coelo, così inganna il lettore: “... per la visione che noi abbiamo degli astri, non solo è evidente che [la Terra] è sferica, ma anche che ha dimensioni non molto grandi. Se infatti noi ci spostiamo anche di poco verso mezzogiorno o settentrione, il circolo dell'orizzonte cambia visibilmente, cosicché gli astri che si trovano sopra di noi mutano di molto la loro posizione, e non sono più gli stessi ad apparirci, se ci spostiamo verso settentrione o mezzogiorno. Così, alcuni astri si vedono in Egitto e nella regione di Cipro, e non si vedono nelle regioni settentrionali, e gli astri che al settentrione sono sempre visibili, laggiù invece tramontano”.

E gli stessi inganni li operano Pitagora, Anassimandro, Parmenide, Eratostene, Filolao, noti massoni: e poi Beda e Agostino d'Ippona, sin a tutti i medioevali, che terrapiattari mai furono. Fra loro, Dante Alighieri, che Aristotele lesse e comprese, al pari di Guido Cavalcanti; una lettura che, forse, si aggiunse (era libro di testo nelle università) a quella di Giovanni Sacrobosco, al secolo John of Holywood, autore maligno del Tractatus de sphaera(in combutta con arabi e alessandrini, s’intende: un complotto o è totale o non è).

Sempre da Aristotele, De coelo, dato che ci siamo, venne forse sviato anche il tizio che, in tempi italiani migliori, occhieggiava, rispettivamente, dalla moneta da cinquecento e dalla banconota da cinquemila lire, entrambe esornate da caravelle d’ordinanza: “… risulta evidente non solo che la forma della Terra è quella d'una sfera, ma anche d'una sfera non molto grande ... perciò non ci deve sembrare troppo incredibile l'opinione di quelli che ritengono che la regione delle colonne d'Ercole confina con quella dell'India ...”.

La storia congiura alla palla, insomma, al globo: pertanto, secondo i terrapiatti, all’ignoranza della plebaglia. Cosa voglia ricavarne il potere, da tale nascondimento, non è dato sapere. O forse sì: non sarà che al Polo Sud v’è qualcosa che non dobbiamo sapere? Agartha? Lemuria? Il Re del Mondo? Fox Mulder e Scully? Il diario perduto dell’ammiraglio Byrd non parla di nuovi mondi?

Questa è la frantumaglia che ci aspetta. La scienza è decaduta a tecnica. Il colpo d’occhio del genio, la cautela che deriva dal dominio del sapere, non è più richiesto. Gli uomini intelligenti, peraltro, non sono bene accetti: li si ambisce, invece, competenti. In uno sputo di regione dello scibile, ma di competente acribia, tanto saputi che, entro il loro pollaio d’elezione, non ti passano niente, nemmeno una breve sbadatezza, anche se poi li sorprendi a scrivere “qual’è”. E va bene. Avemmo la boria dei dotti: ci si rassegni, ora, a quella dei tecnici. Ma la tecnica, tagliati via gli ormeggi della mongolfiera che la legava al buonsenso terreno della storia, può rapidamente perdersi fra le nuvole del tecnopuerilismo. Sì, perché un tecnopuer, lasciato libero nelle plaghe del sapere con i suoi rari chicchi di granaglia nella zucca, beccati a suo tempo nelle scuole dell’Impero, è in grado di dimostrare, mercé scrupolosi concatenamenti logici e l’esposizione di evidenze irrefutabili, che dai cetrioli si può estrarre energia solare. E non solo quello! Chi non è d’accordo, poiché i cetrioli li ha sempre mangiati in insalata, è un imbecille o un venduto al complotto millenario.

A leggere quei passi di Aristotele, io, che sono un vitellaccio sentimentale, mi commuovo. Un uomo, dal suo minuscolo spazio, stretto brevemente fra nascita e morte, con la sola potenza del ragionamento, struttura l’Occidente. Commozione: indurre e suscitare la meraviglia e la curiosità, vicendevolmente. Un’etimologia (falsa) in cui amo credere. Come si commoveva Nicolò Machiavelli, la notte, mentre studiava timoroso le opere degli “antiqui huomini” e cercava, lui, essere insignificante, di dialogarvi issandosi faticosamente sulle lor vette: per scrutare meglio il curvo orizzonte della “ben rotonda verità”.

Lo stesso giorno, il 31 dicembre, mi imbatto in un video di Maur[izi]o Biglino che cicala sui cognomina romani.
I più antichi cognomina romani.
E cosa rivelano i cognomina romani? A esempio: Rufus, Longus o Caesius? Tradotto: dai capelli rossi, alto, dagli occhi azzurri? Non si può che consentire, dice il Vate: tali cognomina, antichissimi, non sono che il baccello linguistico da cui traspare, irrefragabile, il fenotipo dell’aristocrazia romana più risalente: alta, bianca, autorevole e fulva; la nobiltà del sangue, insomma, discesa dai lombi della schiatta extraterrestre dall’allure norvegese che, eoni fa, s’incrociò con l’umanità: gli Elohim.
Una superstirpe che, purtroppo, in seguito alla progressiva comparsa in scena di scribi, amanuensi e storici d’incredibile sfacciataggine, si fece, nonostante la civiltà avanzatissima (giravano con UFO nucleari mentre noi stavamo sugli alberi), insolitamente timida. Più avanzavano i Tacito e gli Erodoto, più loro rimpicciolivano agli angoli, come schive verginelle al primo ballo; maggiore era la messe di manoscritti e vulgate (‘sti chiacchieroni) più i Palestrati Interstellari agognavano l’Aventino della modestia, da gradassi che erano, tanto da finalmente scomparire e non lasciare, semisepolta fra le sabbie, nemmeno uno straccio di pen-drive o una tibia di due metri. E dove se ne andarono? Non si sa. Oggi che l’umanità assomma a quasi otto miliardi di scarafaggi, pare, anzi, che non solo ‘sti giganti, tali primevi Longini, abbiano perso baldanza e sicumera, ma addirittura il controllo su di noi, intrattabili nanerottoli. Forse ci temono, guardate che vi dico. Così va il mondo.

Un mondo che mi lascia, e in questo sono compagno agli Elohim, sempre più basito. Ho passato decenni a credere che dei “tria nomina” classici (praenomen, nomen, cognomen), l’ultimo fosse una sorta di soprannome (come “Cicerone”, un ascendente del quale pare avesse un bitorzolo sulla faccia, simile a un cece; come “Fabius”, dalle fave, o “Lentulus”, dalla lenticchia o dalle lentiggini; o, fuor di legume, come “Er Roscio”, uno dei tre usurai che, assieme a “Belli Capelli” e “Ventresca”, perseguitano Montesano in Febbre da cavallo); a differenza del nomen, che, invece, ricordava la gens, o la tribù, ovvero l’elemento più risalente. E però sbagliavo. Gens Claudia, Cornelia, Aemilia, Iulia; macché, era il contrario: er Roscio, la Pertica, Occhiochiaro denotavano il retaggio avito ed extraterrestre. E come mi sbagliavo su Quinto Curzio Rufo! Autore delle Historiae Alexandri Magni e venuto giù dall’antica gens sabina Curtia; Curtia poiché l’antenato mitico o gli antenati (che stavano lì dalla fondazione di Roma, un millennio prima di Quinto) erano bassotti (curti, come Riina): tutt’altro che giganteschi insomma; una peculiarità fisica che s’indurì nella lingua sino a qualificare la gens. Da questi omaccioni reatini discese, trenta generazioni dopo, Quintus (praenomen) che, forse, ebbe nel sangue cromosomi ereditati da chissà chi (in mille anni hai voglia a incrociare, fra colonie galliche, illiriche e tracie): tanto da donargli (solo a lui, però) una bella chioma fulva: Quintus Curtius Rufus. Ero in errore, lo ripeto; e mi dolgo di questo. Rufo discende dagli Elohim e la biografia sul Macedone non è che l’omaggio a un suo parente cosmico.

Lucius (nato alla luce: a mezzogiorno) Romilius (tribù della sponda destra del Tevere: Roma nord-ovest) Acer: ecco mi avrebbero chiamato duemila anni fa.

Rosso di capelli era anche Federico II di Svevia, uno che dava sulla voce ad Aristotele, almeno in tema di falconeria. Uno dei tanti Elohim? Forse. L’iconografia lo rappresenta con un bel globo in mano, però: figlio delle stelle sì, ma niente flat earth.

Nel gennaio del 1968 veniva battezzata la trasmissione RAI “Oggi le comiche". Avrà una durata quasi decennale. All’interno del programma trovava posto la serie “Teste Matte” (in originale “Chuckle Heads”: teste di legno, teste da stupidi), una silloge, fra l’altro, dei migliori one-reel (una bobina, 12 minuti circa) del periodo muto americano. Buster Keaton, Larry Semon (Ridolini), Harry Langdon, Charlie Chaplin il Complottardo, Ben Turpin e Snub Pollard (la spalla del grande Harold Lloyd). La sigla: un auto, guidata da alcune teste di legno, andava a sbattere contro un tram; ne usciva apparentemente intatta: apparentemente, dato che, dopo pochi istanti, la si vedeva perdere rovinosamente i pezzi - una portiera, una fiancata, la capote - sino a ridursi a un rottame sgangherato.


Harold Lloyd, il comico con paglietta e occhialini, non ebbe molta fortuna fra i presunti cinefili della critica italiana, così potentemente conformista. A tutt’oggi (da noi) lo conoscono in pochissimi. Eppure è un artista d’eccezione; i suoi inseguimenti e fughe (con qualsiasi mezzo: auto, moto, bicicletta, tram), le mimetizzazioni (un cesto della biancheria, un tavolino, addirittura un soprabito) e, soprattutto, le evoluzioni folli (sotto un treno, aggrappato al cofano di una Ford oppure barcolloni sullo scheletro metallico d’un grattacielo, a centinaia di metri d’altezza), stupiscono a distanza di cento anni. Never weaken (Viaggio in paradiso, 1921) riunisce il meglio di Lloyd in venti minuti: guardatelo. Qualcuno potrebbe obiettare che avere nozione d’un comico degli anni Venti sia inessenziale alla vita: e certo è così; e non serva alla conoscenza, figuriamoci. Su tale ultima affermazione getterei, tuttavia, l’ombra di un modesto dubbio. Ignorare Lloyd (al pari della poesia provenzale e della musica progressive cecoslovacca) equivale a rinunciare alla comprensione di parte dell’anima mundi (e passi) e, forse - ma questo non è facile da capire - di parte della nostra esistenza di uomini. Apprezzare, infatti, versanti diversi e mirabili del panottico universale, anche i più umili, rende lo sguardo vasto e tollerante; risaltano certi collegamenti dapprima impensabili, le sfumature si fanno più delicate e ricche; i contorni principali, invece, risaltano con nettezza, privi, però, d’ogni arroganza; i particolari si definiscono non in sé stessi, rischiando l’angustia della visione, ma in accordo con l’onnicomprensiva padronanza dell’insieme.

La sera stessa di tali avvenimenti minori, il 31 dicembre, alle ore 20.30 circa, accadde un fatto strano: mi sembrò di intravedere, dagli schermi italiani unificati, uno degli Elohim. Suggestionato dalla bolgia di castronerie sulla terra piatta, dal Biglino filologo e, soprattutto, da una serie di problematiche peptonizzazioni, ero ridotto a una sorta di torpore da narghilè: le trippe, latente la razionalità, che sempre trae forza da una efficiente gastrocinesi, s’erano sintonizzate, in proprio, su una ricezione psichedelica del reale. Pur blandamente, ero preda d’un delirio. Il rappresentante degli Elohim parlava con voce pacata, lievemente metallica, canuti i capelli, gli occhi chiarissimi (caesius), da predatore; parlava di pace, comunità, rivolto ai concittadini (non agli Italiani); di accoglienza, sicurezza, non-violenza; e tutto ciò avveniva mentr’egli estendeva, en passant, i saluti augurali a cinque milioni di immigrati (stranieri immigrati in Italia; gli Italiani immigrati a casa del diavolo, pure: mi voglio rovinare siore e siori!). Nel barbuglio delle citazioni ho creduto di riconoscere locuzioni come “papa Francesco”, “Carabinieri e signora Anna”, “Parlamento Europeo”, “convivenza” e “Felicizia”. A messaggio ultimato, senza nemmeno capire il perché, m’ero convinto dell’esistenza degli Elohim; quelli veri.

Sì, gli Elohim esistono. Ne ho la certezza. E vogliono la pace. Non una pace qualsiasi, però: una pax mafiosa. Galattica.

Ultimatum alla Terra (The day the Earth stood still, 1951), di Robert Wise (Roberto il Savio), fu tra le migliori pellicole di fantascienza mai girate (al netto di Alien; Solaris e2001 si occupano, invece, di altre cose). È considerato un film di sicuro impianto pacifista. Questa la patina; a guardarlo con occhi attenti, però, lo si scopre ricco di minuscole ingenuità; troppe. Son proprio queste, disseminate con dolosa noncuranza, a far risaltare, di contro la semplice narrazione, una struttura simbolica, primaria e decisiva. 

Klaatu, alto, snello, biondo, autorevole (di quell’autorevolezza che discende da un’insondabile sapienza ultraterrena), accompagnato da un Golem di nome Gort, atterra, a bordo d’una aeronave (flying saucer: un piatto o disco volante), sulla Terra, a New York. Ha un solo scopo: trasmettere all’umanità una richiesta estrema di pace. L’accoglienza non è delle migliori: viene ferito dalla soldataglia. Evaso dall’ospedale si dà il nome di John Carpenter (il Falegname) e prende a vagare fra gli uomini; fa amicizia con un bambino, orfano di guerra (la stupidità della guerra è bandita dal suo mondo) e di sua madre, Helen; si mette alla ricerca di un famoso scienziato, Barnhardt, con la speranza che possa riunire una comunità intelligente e cosmopolita cui estendere il messaggio. Klaatu accelera i tempi: interrompe l’energia in tutto il mondo. Il potere, però, non si rassegna, lo bracca; tradito per pochi soldi (dei diamanti), viene scoperto e ucciso. A questo punto si attiva il Golem, una macchina da distruzione implacabile: il destino della Terra appare segnato. Solo Helen, pronunziando una formula rivelatale dall’alieno, riesce a sventare la catastrofe: “Gort! Klaatu barada nikto … Gort! Klaatu barada nikto …” ella sussurra. Gort si ferma e reca, quindi, il cadavere del padrone nel disco volante: qui Klaatu, al terzo giorno di permanenza sulla Terra, rinasce alla vita. È tempo di partire: ciò che doveva essere detto o fatto è stato posto in essere. Dismessi gli abiti terreni, il nuovo Cristo interstellare si veste di quelli cerimoniali: al di fuori della navicella sono, ora, riunite le genti del mondo; Barnhardt, lo Scienziato, le guida. Klaatu rivolge all’umanità il proprio ultimatum (potete leggere il testo a fondo pagina)

I temi di Ultimatum alla terra saranno ripresi, due anni più tardi, con maggiore raffinatezza, da Philip K. Dick nel racconto Souvenir; ne abbiamo già parlato.
La pace, la sicurezza, la non violenza. L’annullamento delle differenze, l’abiura del passato visto quale accozzaglia di sangue e stupidità; la pace benigna, unica risorsa, da accettarsi a qualunque costo. A costo dell’annullamento dei dissenzienti. “Unirvi a noi e vivere in pace …”; se non lo farete sarete ridotti in cenere (nell’originale “burned-out cinder”: braci, tizzoni fumanti). La pace è progresso, la pace è Uno, riduzione dei migliori e dei peggiori al cittadino perfetto, libero, innocuo, mai armato; la pace verrà sorvegliata da automi come Gort, equanimi e onnipotenti, cui si delegherà ogni azione, scoraggiata l’iniziativa personale e i commoventi assalti al cielo. Gort, il Golem, guarderà, dall’ombra, instancabile, minuto dopo minuto, gesto dopo gesto. La deviazione sarà repressa poiché il deviante, ciò che prima era normale, è il sintomo d’una visione vasta, terribile e problematica dell’esistenza: e ciò non può essere permesso. E Pluribus Unum. Chi resisterà agli Elohim? L’Iraq, l’Afghanistan? Ridotte in cenere. Tizzoni fumanti. L’Iran? Chi può accampare diritti e concetti estranei di fronte all’irenica quiete del Bene Assoluto? Nessuno di noi. Ci spetta la decisione finale, in piena libertà. La domanda fu posta in tempi insospettabili. E sono sicuro che l’umanità, fra ciò che consiglia Klaatu e le braci fumiganti del non serviam, non potrà che urlare l’assenso per Barabba: Pace. I Giusti del Mondo, di ogni razza e credo, dimenticata ogni razza e credo, si accalcano presso l’aeronave del redentore novello; egli parla con le loro voci. 
La decisione spetta a voi, intima Klaatu. 


* * * * *
“Io sto per partire, mi perdonerete se vi parlo senza preamboli. 
L'universo diventa ogni giorno più piccolo, e il pericolo di aggressione da parte di chiunque e dovunque non può essere tollerato. 
È necessario che ci sia sicurezza per tutti gli esseri viventi. 
Ciò non vuol dire rinunciare a qualche libertà se non a quella di agire da irresponsabili.
I vostri antenati hanno pensato così quando hanno fatto le leggi per autogovernarsi, ma anche una polizia per imporle. 
Anche noi che abitiamo gli altri pianeti abbiamo accettato questo principio, e abbiamo creato un'organizzazione per la mutua protezione di tutti i pianeti e per la totale eliminazione di ogni aggressione. 
La forza di questa autorità superiore è una polizia che la faccia rispettare, e a questo scopo abbiamo fatto un esercito di automi. 
Il loro compito è pattugliare i pianeti, con aerei astrali come questo, e mantenere la pace. 
In materia d'aggressione, abbiamo loro conferita assoluta autorità su di noi, autorità che non può essere revocata. 
Al primo segno di violenza, agiscono automaticamente contro l'aggressore. 
Gli effetti che la loro azione può causare scoraggiano ogni iniziativa. 
Il risultato è che viviamo in pace, senza armi né armati, tranquilli perché sappiamo d'essere liberi dal pericolo della guerra, e liberi di dedicarci ad attività più proficue. 
Non ci illudiamo d'aver raggiunto la perfezione, ma abbiamo creato un sistema che funziona. 
Io sono venuto qui per dirvi questo: a noi non importa quello che fate nel vostro pianeta, ma se tentaste di estendere le vostre violenze questa vostra Terra verrebbe ridotta ad un mucchio di cenere. 
Potete scegliere: unirvi a noi e vivere in pace o seguitare sulla strada in cui siete e venire annullati. 
Aspetteremo una risposta.
La decisione spetta a voi”.

“I am leaving soon and you will forgive me if I speak bluntly.
The universe grows smaller every day, and the threat of aggression by any group, anywhere, can no longer be tolerated. 
There must be security for all, or no one is secure.
Now, this does not mean giving up any freedom, except the freedom to act irresponsibly. Your ancestors knew this when they made laws to govern themselves and hired policemen to enforce them.
We, of the other planets, have long accepted this principle. 
We have an organization for the mutual protection of all planets and for the complete elimination of aggression. The test of any such higher authority is, of course, the police force that supports it. For our policemen, we created a race of robots. Their function is to patrol the planets in spaceships like this one and preserve the peace. In matters of aggression, we have given them absolute power over us. This power cannot be revoked. At the first sign of violence, they act automatically against the aggressor. The penalty for provoking their action is too terrible to risk.
The result is, we live in peace, without arms or armies, secure in the knowledge that we are free from aggression and war. 
Free to pursue more profitable enterprises. Now, we do not pretend to have achieved perfection, but we do have a system, and it works. I came here to give you these facts. 
It is no concern of ours how you run your own planet, but if you threaten to extend your violence, this Earth of yours will be reduced to a burned-out cinder.
Your choice is simple. 
Join us and live in peace. Or pursue your present course and face obliteration.
We shall be waiting for your answer. 
The decision rests with you”.

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