L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 febbraio 2019

Abruzzo - Il Sistema mafioso massonico politico gongola, la Lega, in perfetto linea con la sua storia, abbatte il magma contraddittorio e nuovo del M5S, è il partito che può sostituire nel Sistema il corrotto euroimbecille Pd, le premesse ci sono tutte

RISULTATI ELEZIONI ABRUZZO/ Tra 2 settimane si può aprire la crisi di governo

Elezioni regionali, l’Abruzzo va al centrodestra: Marsilio è oltre il 50%, il Pd al 34%, M5s perde 15 punti. Lo scenario politico nazionale potrebbe cambiare

11.02.2019 - Anselmo Del Duca

Il Quirinale (LaPresse)

Nel decennale del tragico terremoto dell’Aquila parte dall’Abruzzo un terremoto di altro genere, meno cruento, ma destinato a far sentire le proprie onde sussultorie sino a Roma. Le regionali nella terra dominata dal Gran Sasso d’Italia sembrano destinate a segnare profondamente la politica nazionale. Pur con tutte le cautele necessarie nel trasferire un voto regionale a livello nazionale, ci sono dei vincitori, dei redivivi, ma soprattutto dei perdenti netti, ed è da qui che bisogna partire.

Undici mesi fa in Abruzzo il Movimento 5 Stelle aveva raggiunto il 40%, oggi i suoi voti sono quasi dimezzati. Ma quello che ha più colpito chi ha potuto osservare l’andamento del consenso attraverso i sondaggi anche nel momento in cui ne era vietata la pubblicazione è stato il progressivo indebolimento dei grillini, che hanno subito anche la rimonta del candidato democratico, Giovanni Legnini, sino a pochi mesi fa vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Il redivivo centrosinistra, appunto.

La batosta grillina appare ancora più evidente di fronte a un’ottima tenuta del centrodestra unito, che stravince con un candidato targato Fratelli d’Italia, ma soprattutto grazie a una Lega straripante, forse addirittura primo partito. Per la maggioranza di governo non ci poteva essere un campanello d’allarme più rumoroso: i due contraenti il contratto di governo hanno andamento opposto, e i rapporti di forza fra Carroccio e grillini sembrano definitivamente ribaltati.

Nell’immediato è probabile che non succeda nulla, anche perché Salvini si è affrettato a spiegare che a Roma non cambia nulla e che la coalizione di governo rimane quella che è. Ma fra due settimane, se il trend abruzzese dovesse essere confermato nelle elezioni regionali della Sardegna, allora davvero si potrebbero aprire scenari imprevedibili.

Cerchiamo di analizzare con freddezza la situazione: la sconfitta in Abruzzo potrebbe avviare la resa dei conti dentro il Movimento 5 Stelle, con Di Maio sul banco degli imputati. E una seconda solenne sconfitta in terra sarda potrebbe costituire per la sua leadership il colpo di grazia. Del resto, l’elenco dei fronti caldi per i grillini si allunga giorno dopo giorno: la Tav, la Francia e da ultimi la polemica di Di Battista contro Napolitano e quella contro la Banca d’Italia. Per di più solo in quest’ultimo caso si è registrata una perfetta identità di vedute con l’alleato leghista. Per il resto la distanza è siderale. Si pensi alla crisi venezuelana, all’autonomia delle Regioni del Nord, alla legittima difesa o all’autorizzazione a procedere contro Salvini per il caso Diciotti. Unica speranza di invertire il trend, il reddito di cittadinanza.

Il Movimento vive con apprensione l’isolamento crescente che verifica intorno a sé, compreso il crescente pressing del Quirinale, che ormai non perdona passi falsi: si è visto sul Venezuela, sul decreto semplificazioni, come pure di fronte allo scomposto attacco contro Napolitano.

Alla Lega, al contrario, si rivolgono in tanti, ad esempio sindacati e imprenditori, come l’unica forza ragionevole, in grado di stoppare le leggerezze di un governo giudicato del tutto inadeguato. Sinora il rapporto personale fra Salvini e Di Maio ha puntellato il traballante governo Conte. Presto potrebbe non bastare, se l’ala dura dei grillini dovesse pretendere di più. Allo stesso modo Salvini potrebbe non riuscire più a resistere alle sirene di chi gli chiede di staccare la spina.

Per prendere una decisione sul futuro il tempo stringe: a fine maggio ci sono le europee, ma soprattutto in prospettiva si preannuncia una legge di bilancio drammatica, con la necessità di trovare una cifra enorme, 23 miliardi, solo per evitare l’aumento automatico dell’Iva. Sarà quindi una manovra da lacrime e sangue, di quelle che si possono fare solo in una fase immediatamente successiva a un turno elettorale, non subito prima.

Zoppica, infatti, l’ipotesi che questo governo possa arrivare a fine anno, e poi portare il paese alle elezioni a inizio 2020. Il tempo stringe, anche se ogni ipotesi di voto anticipato dovrà fare i conti con il presidente della Repubblica Mattarella, che certo esplorerà ogni ipotesi di governi alternativi rispetto all’attuale. Potrebbe però convincersi che il voto è il male minore per il paese. Dall’Abruzzo però potrebbe davvero essere partita una valanga in grado di travolgere l’esecutivo gialloverde.

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