Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista

Il PROTEZIONISMO diventa il soggetto spinto dalla DEFLAZIONE ordo-liberista
La ragione di ciò sta nel fatto che la cuspide del potere di queste due nazioni (Francia e Germania) comprende benissimo che la crisi strutturale di quei capitalismi perdura, si accresce, e non è domata dalla retorica europeista. La deflazione ordo-liberista erode i margini, fa scendere i tassi di profitto, rende più difficile la circolazione del capitale fisso e la finanza può far crescere qualche rendita, ma non crea lavoro, né prospettive per il giovane proletariato franco-tedesco. La circolazione del capitale si blocca e allora si ricorre al naturale e normale espediente che è il protezionismo. Ma questo scardina le basi stesse della struttura tecnocratica europea. Butta nel fango i trattati di Maastricht e di Lisbona, trasforma in canzoni da melodramma le recite neo liberiste. Giulio Sapelli http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2017/8/27/GEO-FINANZA-Dalla-Cina-alle-cicale-la-Germania-prepara-il-terremoto-dell-Ue/779737/

L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 7 febbraio 2019

Alceste il poeta - un distillato di sana ... fantasia irreale

Mamma, li Bianchi!


Roma, 5 febbraio 2019

“L’ultimo gradino … quel gradino finale, decisivo, che porta alla soglia dell’irreparabile, spalanca l’abisso, divide per sempre dal dopo … viene avanti una figura inedita che si affaccia all’orizzonte del nostro Paese … silenziosa, qualcuno che nelle mille convulsioni dell’Italia ancora non conoscevamo, e che sembra spuntare di colpo dalle pagine di un romanzo di Harper Lee sull’America più profonda: è il fantasma dell’uomo bianco”.
Queste parole sono scandite dalla prosa, nobile e piagnucolosa, di Ezio Mauro, ex direttore de “La Stampa” e di “Repubblica”.
Il libro da cui sono estratte si titola: L’uomo bianco. Per la comprensione immediata del brogliaccio ecco il breve sunto: “Siamo noi che, lasciandoci via via rinchiudere nella corteccia delle paure nostre e altrui, ci trasformiamo come dei mutanti, fino a voler tornare a distinguerci in base alla pelle e al sangue. È l’ultimo spettro italiano: quello dell’uomo bianco”.
Il saggio scandisce, con tono funebre, l’insorgere dell’oscurantismo in Italia. Il razzismo. La regressione della civiltà. Mauro si tormenta: proprio ora che la democrazia albeggiava ai quattro angoli del mondo, guarda cosa ci capita! In esso trovano posto le avventure, romanzate, di Luca Traini e Soumayla il sindacalista, la sparatoria di Rosarno e quant’altro si agita nei dintorni di Trump e Orban.
Ezio Mauro piange, e con lui piangono i lettori de “La Stampa” e di “Repubblica”, almeno quelli residui. Ezio Mauro, oso pensare questo, dimostra di aver capito poco o nulla della realtà italiana. E però: hic stat busillis. Mauro non capisce o finge di non capire? La sua è una tecnica per vendere l’invendibile o pensa davvero quello che dice? Hic stat busillis. La tecnica è sempre quella: il vittimismo. Egli parla come se gli eventi che deplora (il populismo, il trumpismo, il revanscismo) siano stati originati, nonostante l’impegno costante degli illuminati, da una forza oscura, sempre in agguato nella storia: il Fascismo Eterno. I capisaldi del Progresso vengono travolti da una risorgente folata di irrazionalismo, da un liquido nero che risale quelle fogne che si credevano bonifacate dal 1945.
Le paure. La folla vociante. Le parole d’ordine bestiali.
Finge, non finge? Dopo aver passato la propria vita giornalistica ad appoggiare la causa scatenante del fenomeno che gli ripugna (più Europa, più migrazioni, più globalismo) egli si “stupisce”. Finge, non finge? Sì all’Euro, avanti miei Prodi, abbasso i confini, le trincee, i muri, le pareti, i divisori, i separè, i paraventi: e poi si stupisce. Finge, non finge? Se pensasse davvero le cose che scrive ne arguirei ch’egli è vittima di una miopia politica e intellettuale che sfiora la cecità; se vogliamo riconoscergli una pur minima caratura intellettuale saremo costretti ad ammettere che, forse, finge. Chissà.

Il suo libro, a ben vedere, non è che un fondo di “Repubblica” esteso a 138 pagine: il fascismo congenito, l’uomo bianco contro l’uomo nero, la pelle, il sangue, lo sfruttamento dei corpi dei neri, la sinistra che non c’è. Finge? Ciurla nel manico? Sincero? O, forse, vive in un mondo tutto suo, refrattario alle regole della sopravvivenza quotidiana?

Mauro tenta vago le corde auliche della correttezza: alla fine dimostra di non aver capito nulla, ma, forse, egli scrive questo perché è costretto (politicamente) a scriverlo. Egli, è solo un’ipotesi, conosce la verità, ma deve vergare queste righe perché la causa che a lui preme - la globalizzazione - segna, temporaneamente, il passo. Di qui l’allarme. Se, invece, oggi, 4 febbraio 2019, il programma fosse lanciato, montianamente, al galoppo, si sarebbe dedicato ad altro.

E però, ogni tanto, l’agenda che a Mauro preme subisce brevi intoppi. Tale libro vuole contribuire a disgorgarli. Egli individua il nemico (il grumo di peli nello scarico della doccia): arruffato, sporco, ributtante, stomachevole, laido; o, fuor di metafora, ignorante, spaesato, ottuso, acromegalico, con la bava alla bocca:
“All’appuntamento con l’uomo solo [l’italiano dimenticato, il forgotten man della classe medio-bassa] si presenta così da noi un doppio populismo [Lega e M5S], senza un progetto per il Paese, ma perfettamente in grado di riempire l’immaginario ostile, rancoroso, ribelle che cerca affermazione e rivalsa”

Ostile e rancoroso. Livido. Ferino. Irragionevole e irrazionale. I forgotten men “vivono dispersi, con frustrazioni individuali e paure personali … abbandonati dalla politica … respinti …”. Un grado zero della cittadinanza spossessata che cerca il grado uno tramite il rifiuto dell’establishment: un calcio al tavolo di comando come risarcimento del proprio disagio; un coacervo indistinto di uomini e donne rabbiosi che godono nel rovesciare ciò che credono sia alla base della loro emarginazione. Una furia cieca di distruzione senza alcun sbocco politico. Per Mauro: una foia da teppisti che gode nel frantumare i delicati cristalli forgiati dal sistema; un sistema che avrà anche i suoi difetti - Mauro, a malincuore, ne conviene - ma che ha garantito, pur fra alti e bassi, buon senso e governabilità.
Siamo alle solite.
E, alle solite, occorre rispondere.
Lasciamo stare Trump, Orban, Putin e compagnia.
Limitiamoci all’Italia.
In primis: io credo che Ezio Mauro, da persona intelligente qual è, sappia benissimo perché la situazione sta degenerando. Il potere (il sistema, l’èlite o come la si voglia chiamare) non ha garantito, come egli crede o finge di credere, la governabilità: si è, invece, servito, corrompendoli profondamente, dei partiti politici che ha trovato (dal 1989 in poi) per governare subdolamente contro i propri stessi elettori, id est: gli Italiani.
Ogni pezzo dell’arco costituzionale è stato metodicamente subornato per attuare un preciso programma globalista: proprio contro coloro che quei partiti fingevano di rappresentare. Dopo trent’anni, complici le pezze al culo, una larga parte se n’è accorta e ha reagito secondo istinto: alcuni hanno smesso di votare, altri si sono rifugiati progressivamente nella rappresentanza che gli garantiva una parvenza di resistenza al potere: all’inizio (sembra passato un millennio) Forza Italia e Rifondazione Comunista, per quanto possa sembrare incredibile, furono considerati rifugi di tal fatta. Sopravvenne poi, potente, la disillusione. E arrivarono la Lega Nazionale e il M5S.

Il fascismo e l’uomo bianco c’entrano come i cavoli a merenda.
Dirò di più: fra Mauro e un fascista risorgente, quello che vive fra le nuvole è proprio Mauro. Lo scrittore imputa ai nuovi fascisti la creazione di un mito, quello dell’uomo bianco che si ribella all’invasione nera, quando, invece, è proprio lui a creare miti: il mito del buon selvaggio, del nero da accogliere a ogni costo. Pena: la regressione alla barbarie. È proprio Ezio Mauro, sprofondato sui velluti poltroneschi dell’intelligencija, uno che al massimo ha comprato un accendino dai vu’ cumprà, a inventare fantasmi; i burini del pensiero, invece, si limitano a vivere, poveri loro; tutte le mattine, dalle sette alle sette, orario continuato. Vivono sugli autobus e sulle metro, nei posti di lavoro luridi e freddi, affaccendati con partite IVA e scadenze luciferine, con CC postali, bancari; bonifici, ingiunzioni, avvertimenti, solleciti, capisci-a-me burocratici; con gli asili, le scuole, i licei, le università allo sbando; i refettori, i doposcuola, le case popolari, le maestre caprone, le ASL, le carie, i CUP, lastre e TAC ripassi-fra-sei-mesi; intra-moenia, extra-moenia, fra sei mesi non posso ripassare ho un tumore: allora-c’è-il-privato-a-trecento-euri-a-botta, il cardiologo-duecento-euri-ma-la-fattura-no, il parcheggio-non-c’è-ma-devo-scaricare, le multe, gli scioperi, si rompe la lavatrice, il bollo, la patente, la carta d’identità da prenotare sul sito e poi ripassi fra cinque mesi, i genitori si fanno vecchi, si pisciano addosso, si rincoglioniscono, perché la vita l’hanno allungata, ma per fare cosa? Per destreggiarsi fra catateri e decine di pillole? La ASL non ti passa la sedia a rotelle, la 104 sì se sei statale, no se sei un privato: perché? Perché devi venire al lavoro! Che faccio, chiudo, ti dice il principale e allora abbozzi. Magari in nero, a tre euro l’ora, forse quattro, la sera sei incattivito, il marito, la moglie, i suoceri, i cognati, una banda di coglioni, l’accompagno te lo danno? No, perché quell’ammasso di ossa e pelle flaccida che una volta era tuo padre viene reputato dalla commissione competente ancora un arzillo pensionato: ripassi fra un anno! C’è la lista d’attesa! Ripassi fra un anno! Fra un anno sono morto! E sia! Ingoiamo anche questa! La macchina! I bozzi sulla macchina, il traffico, le candele, la revisione ogni due anni, i freni; è saltato un cilindro! Il divorzio! Siamo liberi! Giudici, CAF, assegnazioni di bimbi stupidi e frignoni, mazzette a defalco dallo stipendio già smagrito; sei un porco! Paga! Supermercato! Andiamo al supermercato a comprare un po’ di merda cancerogena! Biologico, no grazie, c’è l’offerta di merda al discount! Bistecche? No, mi mangio le panatine crollate da tre euri a 0,99 centesimi che bisogna mangiare entro due ore se no diventano verdi, me le friggo stasera, certo, lo so, stanno per scadere, ma la mia vicina di casa, che fa la commessa allo Shit’s, mi ha giurato che si può mangiare tutto anche dopo una settimana di scadenza! A 0,99 è un affare! Le prendo quattro! E poi ti si rompono le mutande, i calzoni, le camicette: andiamo al discount che puzza di petrolio che con 10 euri si compra tutto! E il piccolo commerciante del quartiere, lì da una vita, abbassa le serrande perché lui le tasse le paga e altri no. Accordi internazional-mortadelliani! I quaderni, le penne, le squadre, i temperini: tutti dal cinese! Il temperamine buono: 34 euri! Ma siamo matti? Ecco Cin Cian Pai col suo temperamerda che costa cinque euri: questi sono affari! E poi la fatturazione elettronica, i moduli per lo scarico, il sindacato giallo, la monnezza che sbaglia i conti, cinquanta euri di luce, ma il consumo è di sette, l’addizionale-provinciale-ma-non-erano-chiuse-‘ste-province-del-cazzo, il 730 740 770 Unico, via lungo le strade del nulla, all’Ufficio Imposte e Grassazioni a giurare che la tal roba è saldata, ma alla tizia con le unghie laccate non torna il numerino del titolo di credito, dopo quattro ore di fila, 99 canali e niente da guardare, o, forse, mi guardo la faccia da tolla che fa il compagno a 600.000 euri a settimana, va, mi voglio punire, il caffè è amaro, l’affitto è alto, i bar sono luridi, il dente che fa male lo tengo, lo tengo, in verità, da due anni, si è spaccato, me lo tengo in bocca come un feto putrefatto, si gonfia la gengiva maldita, l’alito è cattivo ma il dentista ancor di più, lo spacciatore sotto casa se la ride, piove e non c’è la pensilina, mi rigano la Panda, il marciapiede ha una crosta di sporcizia compatta, ineliminabile, la casa popolare non te la diamo, per la pensione ripassi a settanta, il bancomat mi ha ingoiato la carta, l’assegno è scoperto, il bonifico non parte, IBAN BIC TAEG TAN, l’asilo non te lo diamo, il nido non te lo diamo, la tua vita, se non l’avessi ancora capito, è al nostro servizio, per i nostri affari, quindi paga e basta. E alla fine, il paga e basta che fa? A vedere la sfilata di senegalesi col cellulare largo come una panatina diventa verde, verde scuro, di bile, e il capro è davanti a lui, un caprone negro, e lui, ogni mattino, a vederselo davanti, affila il coltello del risentimento, giorno dopo giorno, l’arrotino del male, e quando si trova l’ennesimo barcone con la lacrima incorporata esplode: negri di merda, tornate a casa! La Sardoni e la Botteri e la Berlinguer piangono: un gommone è affondato! E il nostro Gilet Giallo, dilavato da qualsiasi anelito morale, invece ride, ride della grossa, incita i marosi; e più la lacrima scende più egli ride, di un riso stavolta davvero bestiale, dimentico di tutto, della pietà e dell’avvedutezza; ride, incita, è pronto ad approvare la carneficina, il massacro, l’ecatombe. 

Ma non accadrà, perché l’ultima guerra è antica di quasi ottant’anni: le fornaci della trincea non sputeranno più nessun mascellone, al massimo qualche panzafustaro. Ma il livore, l’odio, quelli esistono, repressi, incapaci a plasmare un simbolo, un condottiero qualunque. La società illividisce, si sgretola in un vociare indistinto, belluino; l’Italia è una frantumaglia di rancori, senza scampo o guide. Il potere avanza, lo si voglia o meno, delegando un perfido dileggio ai suoi ascari più brillanti.

Solo la guerra forma gli uomini e i ribelli. Per questo il potere vuole la pace. Per lo stesso motivo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vanta, simbolicamente, una riproduzione diGuernica; l’Europa, invece, l’Inno alla gioia: instaurazione di un nuovo Regno, di un’Arcadia eterna: col codice a barre sulla fronte, ma questo né Schiller né Beethoven né Holderlin l’avrebbero mai sospettato. 

Il più grande museo a cielo aperto dell’umanità: la campagna romana. Rivi millenari, ruderi di villae, arcate di acquedotti imperiali, casali magnifici, altari, tombe protocristiane, tempietti, torri medioevali, chiesette rurali, segnature di antiche consolari. In pochi decenni gran parte di questo patrimonio è stato emarginato lentamente sino alla distruzione pressoché totale. Per far posto a un proditorio nichilismo urbanistico: lunghe fila di condomini, bar e pizzerie, uffici del terziario e strade sconnesse e intasate di metallo; romitori orrendi, stitici, subito insidiati dalla fatiscenza, ma funzionali nell’accogliere, a prezzi contenuti, i subumani del Ventunesimo Secolo, plebe ormai indegna delle città in cui nacque. 

Il fascismo in sé non esiste. Non esiste nemmeno il revanscismo dell’uomo bianco. Sono le finzioni psicologiche e letterarie di chi ha la coda di paglia o le sfogliatelle croccanti, ancora calde di forno, e il caffè, distillato dal fidato Amedeo, e solerte recato dalla segretaria, con silenziosa efficienza, il manico della tazzina nella giusta posizione per essere presto stretto dalle polpastrellute e distratte falangi del dottore: che ha tanto da fare! Emma! Mi porti il caffè! E le sfogliatelle! E, per favore, disdica ogni impegno … sì, anche quello con Dimartedì … e mi chiami il direttore del carcere … voglio controllare alcuni particolari per romanzare il capitolo … il mio libro … contro la rancune che minaccia la luce della nostra bella democrazia ... 

L’Italiano si deve estinguere. E con lui l’Italia. Questo il programma del Potere. Semplice, cristallino. Gli antichi grumi culturali e sociali ostacolano il Mondo Nuovo a venire. Si comprende? L’Italia e gli Italiani hanno una sola strada: il mattatoio. Vogliono andarci tirati dolcemente per la cavezza o a bastonate? Così come i Francesi, gli Spagnoli, gli Argentini, i Persiani, i Greci. È necessario che l’Umanità, ricca di definizioni e culture, nazionali e popolari, di migliaia di etiche e linguaggi e comportamenti, venga frantumata in atomi indifferenziati e ricostituita secondo una sola Etica, un solo Linguaggio, una sola Cultura; costruzione amorali e miserabili soggette a un Centro Unico: la Monarchia Mondiale. E pluribus unum. Cosa c’è scritto sul dollaro? La piramide, l’occhio, in god we trust? Inutile farsi troppe paturnie o sviscerare gli anfratti dell’ideologia di Hiram: questo significa, non altro. La liofilizzazione dell’umanità, l’acidificazione delle culture. A questo si mira, questo si vuole e si anela, da Bruxelles a New York, da Buenos Aires a Reykiavik. Non è troppo difficile da capire.
Attenzione! Chiunque, incosciamente o meno, si opponga a tale disegno è un nemico. Il nemico dei nemici è un amico. E via così.

Il nemico Luca Traini, il vendicatore dell’uomo bianco secondo Mauro, è solo un’inconscia concrezione della resistenza a tale programma mondialista. Mi sono già espresso su tale figura simbolica, ma ripetere, a volte, giova. Luca Traini, lo stragista, sente oscuramente che gli Italiani vengono defraudati, giorno dopo giorno, del proprio territorio e della propria cultura, e decide di agire. Non sappiamo quale sia la molla concreta che induce quell’enorme passo che alla quasi totalità di noi, per viltà e conformismo, è negato. Non sta a noi, peraltro, giudicare tale atto: qui va esaminato freddamente nel suo esclusivo rilievo sociale. Traini agisce sparando a casaccio su degli immigrati. Il Mein Kampf, l’adesione alla Lega, il Tricolore sono corollari inessenziali a questo suo sentimento. Confusamente, egli resiste. Le migliaia di congratulazioni che riceve in cella vengono da chi, altrettanto confusamente, ma con istinto infallibile, presagisce che lui, Luca Traini, ha ragione.

Dalla parte opposta della barricata di Traini c’è chi sa, con perfetta coscienza degli eventi, che Luca Traini, il fascista, il nazista, il populista, è l’antagonista, pur incoscio, del disegno mondiale che vuole annientare l’Italia. E scrive, perciò, rinnovellando ancora, dolosamente, la favola del fascista, del nazista, del populista. Con i consueti logori argomenti contro il razzismo, l’uomo bianco sciovinista e via cicalando.
Ma qui, lo ripeto, sciovinismo, razzismo, Ku Klux Khan, Africa e colonialismo c’entrano come i cavoli a merenda. Lo scontro è, ancora una volta, prosciugati ai minimi termini i personaggi sulla scacchiera massonica, fra chi vuole l’Utopia di un governo mondiale e chi è Vittima di tale Utopia.

Ovviamente il Potere non può dire la verità. La verità deve esser celata agli sguardi. Non si può affermare: Traini è solo un’inconscia resistenza, minuscola e particolare, al nostro progetto totalitario. Un incidente di percorso di tale trasvalutazione di tutti i valori. Si dirà, invece: Traini è un fascista.

Il simbolico Luca Traini è un Italiano che sente, sulla pellaccia quotidiana, che il suo mondo di senso sta scomparendo. Egli cerca il nemico; lo desidera, per non impazzire; alla fine lo trova: l’immigrato e l’istituzione che lo protegge: giornali, Europa, cooperative d’accoglienza. Il suo è un atto di ribellione istintivo e non elaborato politicamente, ma non meno autentico. Sa, nel profondo delle viscere e delle trippe millenarie, che si sta preparando, per lui e per tanti altri, la smobilitazione sociale e culturale. Reagisce, perciò. E come? Ricorrendo ai mezzi che trova attorno a lui: l’identità, lo strapaese. Ma questi sono, appunto, mezzi. Mezzi di fortuna, peraltro. Come chi, aggredito da una bestia possente, per difendersi, strappa un ramo alla meno peggio; o stringe il sasso più grande che riesce a ghermire; o si rimpiatta come una bestia entro una tana oscura. Una reazione di sopravvivenza estrema, basica. Una reazione sbagliata, ovviamente, improvvisata, destinata alla sconfitta. Come sarà per i Gilet Gialli, le cui pulsioni sono le stesse: forgotten men, provincia profonda, periferia metropolitana. La classa media, ora medio-bassa, impoverita da trent’anni: ricacciata dal centro delle città ai suburbi o verso la cinta di centri satelliti, recinti e dormitori approntati per lui nei decenni scorsi grazie ai palazzinari del Reich. L’umanità costretta a cento chilometri al giorno sui propri trabiccoli per un lavoricchio di 1200 euri; o alla transumanza su treni locali sempre più affollati e lerci. Sei giorni a settimana, ventiquattro al mese. Tre ore al giorno solo per spostarsi. Settantadue ore. Tre giorni della propria vita buttati nel cesso per acchiappare 1200 euri. E forse nemmeno quelli.

Eccoli i mutanti di Ezio Mauro: indiani ubriaconi e sconfitti costretti a rimpiattarsi nelle tane a loro predisposte. Che lo stesso Mauro ponga in esergo al proprio libro una frase del lakota Toro Seduto è, forse, una impreveduta freddura.

Persino il bersaglio di Luca Traini (gli immigrati) rivelano come in gioco qui ci sia ben altro. Perché i “negri”? Perché non i cinesi? I bengalesi? I croati o i romeni?
Per il fatto che l’immigrato di colore dà, a una mente semplice e istintiva come quella di Traini, l’impressione dell’invasione. Gli Africani, quasi tutti maschi, anarchici, arruolati dalla piccola criminalità o dall’assistenza affaristica, intoccabili e fancazzisti, urtano le coscienze piccolo borghesi e la rispettabilità molto più delle silenziose truppe asiatiche. Sono gli zingari dell’immigrazione. E poi: filippini e cinesi hanno le famiglie, come i croati e i romeni, non si disperdono la sera per le città a rompere le scatole alle nostre donne!

Se Traini fosse stato inquadrato ideologicamente avrebbe, invece di sparacchiare a vanvera, bruciato una bandiera dell’ONU o dell’UNICEF o della UE. Avrebbe magari arso in effigie qualche rappresentante del Fondo Monetario Internazionale. O di chi ha permesso la distruzione del piccolo commercio per far posto agli ipermercati della diossina. Invece il povero Gilet Giallo Traini, uno nessuno e centomila, ha impugnato la povera arma del risentimento: il cascame inservibile di un passato che non c’è da ottant’anni e mai più ritornerà. Chi ha storicamente innescato la sua mano, però, ride nell’ombra, circonfuso dalla gloria della bontà.

Non sempre, però, sono cattivo.
Ognuno ha i propri balsami.
Una delle poche consolazioni della vita: l'Italia.
Venti minuti di auto e mi trovo ad Anguillara.
Non mi reco, come un turista frettoloso, al Lungolago.
Parcheggio ben prima, in uno spiazzo vicino al cimitero locale; quindi discendo per poche centinaia di metri.
Ecco Porta Castello. Essa introduce al centro storico del paese, arroccato su uno sperone di tufo.
La breve salita: la candida facciata della Collegiata di Santa Maria Assunta in Cielo ci accoglie; poco oltre un terrazzino, il punto più alto: da lì si distende davanti a noi la quieta e intima vastità del lago.
La giornata è limpidissima, le acque color cobalto. Un albero scheletrito, un cipresso, ostacolano lo sguardo sulla sinistra dove si indovinano le costiere villose, a gentile strapiombo; sulla destra la vista può slargarsi: uno scoglio, le rive tremolanti, il profilo delle colline.
Ma ciascuno di noi preserva alla morte alcuni segreti.
Ridiscendo per qualche decina di metri.
Un vicolo che sfugge all'occhio: una volta a botte, un piccolo cunicolo; alla base si intravede l'opus reticulatum imperiale: ciò che rimane della villa della matrona Rutilia, eretta duemila anni fa, proprio qui, all'angolo del promontorio di tufo, desolato e sferzato dai venti: la Villa Angularia che darà il nome a ciò che venne dopo. Qualche passo e possiamo intravedere la mole rozza e possente della chiesa di San Biagio, circondata, come un abbraccio, da uno stretto camminamento medioevale.
Di fronte un muretto: più ci si avvicina più esso sembra abbassarsi per consentire lo sguardo. Improvvisa, la nuova rivelazione delle acque; quelle di prima? No. Queste sono altre, antiche, poiché inquadrate da una prospettiva che condivisero coloro che ci hanno donato questo. 
Eccolo il genius loci che tutto stringe assieme, le pietre, il cipresso, i dorsi boscosi, il vento che sorge umido dall'azzurro.
Uno dei puntelli del mondo è qui.
In un luogo occulto e misconosciuto sorge una delle colonne della verità che impedisce l'eterna notte.
Se si potesse abbatterlo gran parte di noi sprofonderebbero ancor più nell'abiezione: esso, però, resiste.
I custodi lo preservano, nella devozione; chi potrebbe sospettare che un semplice sguardo sorregge la realtà?


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