L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 30 aprile 2019

5G - non prendiamoci in giro adottare il 5G statunitense, peraltro indietro, sarebbe speculare rispetto a quello cinese, e allora?

Chi è il reale proprietario di Huawei?

30 aprile 2019 
in Cyber


Huawei, il colosso cinese delle telecomunicazioni al centro dello scontro globale tra Stati Uniti e Cina, è un’impresa privata come sostiene la stessa telco di Shenzhen, o è legata, finanziata o addirittura controllata dal governo di Pechino?

Una ricerca realizzata da Donald Clarke della George Washington University e Christopher Balding della Fulbright University Vietnam cerca di andare a fondo alla questione, analizzandone la complessa struttura societaria.


Il tema ha assunto grande rilevanza dal momento che nei confronti di Huawei convergono da tempo accuse statunitensi di poter costituire, soprattutto attraverso lo sviluppo delle prossime reti mobili ultraveloci di nuova generazione, il 5G, un possibile veicolo di spionaggio a beneficio della Repubblica Popolare, soprattutto in virtù di una legge nazionale sull’intelligence che obbligherebbe le aziende cinesi a collaborare con la madrepatria.

Un sospetto che ha spinto Washington a condurre una campagna di sensibilizzazione per impedire che i più stretti alleati Usa, soprattutto quelli che ospitano basi americane o Nato, possano adottare apparecchiature dell’impresa di Shenzhen.

Le accuse statunitensi sono state finora seccamente smentite tanto dai vertici di Pechino quanto soprattutto dalla telco, che ritiene invece di trovarsi nel mezzo di uno scontro geopolitico, del quale paga le spese.
La ricerca di Clarke e Spalding, dal titolo eloquente ‘Who Owns Huawei?’ (Chi possiede Huawei?), evidenzia tuttavia che la società sarebbe detenuta completamente da una holding, della quale il 99% sarebbe posseduto da un “comitato sindacale”.


Quest’ultimo, ipotizzano in sintesi i due studiosi, se gestito come altre organizzazioni simili in Cina potrebbe significare che l’azienda sarebbe in pratica posseduta e dunque controllata dal governo.
Un sospetto, evidenzia il South China Morning Post, indirettamente rafforzato dal fatto che per ammissione di Jiang Xisheng, capo segretario del consiglio di amministrazione di Huawei, il suddetto comitato sindacale “è stato istituito per soddisfare requisiti legali” e “non è coinvolto in nessuna decisione connessa al business e alle operazioni dell’azienda”, ma il suo scopo è di “organizzare le attività sindacali, nonché quale evento amatoriale da dopo-lavoro per assicurare che gli impiegati abbiano un rapporto tra vita e impegno professionale bilanciato”.

Non solo. L’analisi dei due ricercatori evidenzia che lo stesso comitato farebbe riferimento a organizzazioni sindacali più alte, fino alla Federazione nazionale dei sindacati, controllata direttamente dal Partito comunista cinese.
Per difendersi dalle accuse di essere collegata al sindacato nazionale, e quindi al Pcc, Huawei – ha riportato il Financial Times – ha voluto spiegare come a causa delle limitazioni sul numero di azionisti che può avere un’azienda registrata in Cina, il “modello” sindacale sarebbe l’unico consentito come ‘scappatoia’ per chi ne possiede, invece, centinaia di migliaia.


La metà dei dipendenti della telco (oltre 96mila su circa 180mila totali), grazie ad un programma di partecipazione azionaria, deterrebbe una piccola parte della società stessa ma non ne controllerebbe il 99%. In breve, il sindacato sarebbe in realtà solo un escamotage per permettere, effettivamente, ai dipendenti di detenere ognuno una piccola quota della stessa.

La Commissione dei rappresentanti di Huawei- uno degli organi decisionali della società – ha di recente confermato questa versione. Jiang ha tuttavia assicurato che le obbligazioni della compagnia sarebbero, per circa il 70%, detenute a Hong Kong e da mercati esteri (Ren Zhengfei, ex ingegnere dell’esercito di Liberazione Popolare cinese e fondatore dell’azienda – nella foto con il presidente cinese Xi Jinping – ne possiederebbe l’1,14%).


Ma i dubbi sollevati dalla ricerca di Clarke e Spalding non sono i soli. Già diversi mesi fa, ha raccontato il Times, Washington aveva detto ai partner dell’alleanza anglofona di intelligence sharing dei Five Eyes (che raggruppa Usa, Regno Unito, Australia, Canada e Nuova Zelanda) che Huawei avrebbe ricevuto finanziamenti dagli apparati per la sicurezza dello Stato, in particolare dall’Esercito popolare di liberazione, dalla Commissione per la sicurezza nazionale e da una terza agenzia della rete dell’intelligence di Stato.

Proprio in base a questa informazione finora non nota, arrivato alle autorità britanniche dalla Cia, l’amministrazione americana avrebbe motivato le pressioni dei mesi scorsi per l’estromissione del gruppo cinese dalle gare sull’allestimento di reti 5G.

Di fronte alle accuse di rappresentare un rischio per la sicurezza, Huawei ha sempre rivendicato la propria indipendenza dal governo di Pechino, rimarcando di essere un’azienda privata (a differenza di Zte, altro colosso cinese sotto il diretto controllo statale). Ma in pratica, le agenzie americane – ha detto la fonte d’intelligence sentita dalla testata – riterrebbero che sia stato il ministero cinese per la Sicurezza dello Stato ad approvare il finanziamento governativo all’azienda, che per questo (e per le altre ragioni elencate) sarebbe secondo Washington da ritenere insicura e inaffidabile.


Foto Getty Images, Reuters e Huawei

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