L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 20 aprile 2019

Alceste il poeta - Impossibile accettare lo scontro con le armi del nemico. Le parole, i panorami, la logica al contrario: tutto appartiene al Nemico

La Spada


Roma, 13 aprile 2019

Ding-on, un artigiano del ferro e della spada, porta avanti la sua vita senza chiedere nulla a sé stesso e al passato. Lavora alla Fabbrica delle Spade, sotto un severo Maestro, già compagno del Padre defunto.
È innamorato di Ling, la figlia del Maestro, la quale, a sua volta, divide maliziosamente i favori con l’amico di Ding-on, Testa di Ferro.
Nella Fabbrica è una reliquia misteriosa: una Spada Spezzata cui si tributano celebrazioni annuali.
La Spada Spezzata ci ha recato venti anni di Pace, dice il Maestro, tra i fumi degli incensi buddisti.
La rivelazione, però, incombe.
Ding-on apprende, da una conversazione fra Ling e la nonna, che il Padre morì in una battaglia contro un predone, il Dragone Volante, beffardo, sanguinario e ricoperto da labirintici tatuaggi: un virtuoso della doppia lama. La Spada del Padre, che ingaggiò il duello per salvare la vita al Maestro e allo stesso Ding-on, si ruppe proprio durante quel combattimento: per tale motivo ora è esposta quale oggetto sacro.
Ding-on, che il Maestro nomina quale successore, sente che il tempo è fuori dai cardini; aleggia l’irrisolto; abbandona, perciò, la Fabbrica dopo aver sottratto la Spada. La Pace è rotta. Il Caso multicolore lo fa, però, scontrare con alcuni banditi che minacciano la vita di Ling: nella battaglia perde il braccio destro e, impazzito per il dolore, si getta da una rupe.
Egli, però, non muore.
Il suo corpo è raccolto da Blackie, una giovane e semplice contadina, che se ne prende cura. Guarito, ma sfiduciato e stanco, il Monco sotterra, infine, la Spada Spezzata; rinuncia alla vendetta, troppo grande per lui, e decide di ritagliarsi una vita anonima, lavorando in una bettola, umiliato da tutti.

Un giorno arriva in città il Dragone Volante. L’antico odio si riaccende stimolando una volontà confusa e in tumulto. Egli, però, oramai è un reietto, disabituato alla lotta e poverissimo; cerca di acquistare delle spade nuove (le migliori, quelle che lui fabbricava), ma i pochi averi non glielo permettono: viene scacciato come un volgare mendicante. L’impotenza e la rassegnazione si impadroniscono del suo animo.

Una notte, alcuni banditi (forse gli stessi che lo resero mezzo uomo), attaccano il povero rifugio di Blackie, lo radono al suolo, danno tutto alle fiamme; lo stesso Ding-on viene malmenato e lasciato nella vergogna.
Ed è allora che, inatteso, si concreta il miracolo: fra i residui fumanti della casa, Blackie rinviene un antico testo di arti marziali, lacero e mutilo, con larghi aloni di bruciature qua e là. Una scoria della Tradizione, una pietra di fondamento. Ding-on strappa avidamente il manuale dalle mani della ragazza: comprende che una serie di mancanze costituiranno una forza.
La Spada viene dissotterrata.
Un uomo mutilato e senza onore, una spada spezzata, un libro incompleto.
La strozzatura del destino è lì, evidente.
Ding-on si sottopone a un allenamento lungo, feroce; legge, rielabora quei lacerti; prova; in una mano il libro, nell’altra la Spada; occorre compensare i vuoti col pieno di un nuovo sé stesso; ecco una tecnica di combattimento che sorge, allo stesso tempo derivativa e pura, nella simbiosi inusitata fra Legge e Uomo. Scorre il tempo, mutano le stagioni. Mantenere l’odio per la vendetta.
Ding-on è dimenticato; sempre meno individuo e sempre più arma di una potenza sconosciuta. Si agisce per simboli: la Tradizione, ciò che è sempre stato, il Padre, origine dei giorni, l’Onore quale iscrizione runica necessaria alla vita. Ogni evento agisce fuori dalla considerazione morale contingente: è giusto poiché consentì la vita; è vittorioso poiché viene ribadito oltre le proprie labili convinzioni.
L’Eroe sbaraglia gli assalitori; l’uso della Spada viene affinato ancora grazie alla catena presa d’una porcilaia; il futuro si dispone inevitabilmente secondo la volontà di ciò che lo precede; dopo la prova, l’Eroe assurge a motore causale di ciò che ancora non esiste. Si fa destino. La Fabbrica è attaccata dal Drago Volante. Testa di Ferro, Ling, il Maestro, figure una volta familiari, rilevano ora solo come pedine d’un gioco di cui si conosce in anticipo il segreto. Chi intraprende il Cammino è solo, rispetto a chi ama e anche rispetto a sé stesso: non è più lui, è Altro. 

Lo scontro finale con il Nemico è totale; l’Eroe cammina sul ciglio dell’annientamento, poi, grazie alla Sapienza, distillata dall’Antica, ora inservibile di fronte ai nuovi mostri del profondo, agisce; in lui ciò che fu assume forme imprevedute: e la via diretta si piega sorprendendo il Nemico: come Apollo egli colpisce, obliquo.
L’Eroe, recisa la testa del Drago, si allontana.
Lo vedremo tornare alla Fabbrica delle Spade, decenni dopo, un po’ invecchiato, assieme all’amico Testa di Ferro, entrambi riconciliati. Ma le ultime immagini non ingannano il lettore attento: la chiusa, forse, è solo la compiaciuta fantasia di Ling, un vacuo fantasma del desiderio nato dalla nostalgia e dalla resipiscenza: Ling, infatti, è la narratrice dell’intera Storia.

Dāo, The blade nel pidgin dei colonizzatori inglesi, film di Tsui Hark, uscì nel 1995. Lo acquistai, in videocassetta, presso un rivendugliolo cantonese di via Nicolò Machiavelli, nei pressi di piazza Vittorio, a Roma.
Ieri Roma, oggi fiorente Chinatown che si permette il lusso di subaffittare il surplus a pakistani e africani.

Una videocassetta da cinquemila lire, già usata, con su incisa una copia sbiadita di altre copie. Scendeva a me, deteriorata, come l’ultima delle emanazioni gnostiche.
Agli occhi d’allora m’apparve per quel che sembrava, un brillante action movie di Hong Kong.
Con il tempo resi al film uno splendore a lui sconosciuto: gli donai, infatti, ventiquattro anni della mia vita.
Ventiquattro anni rappresentano, infatti, le interpolazioni necessarie a fare di quella spada spezzata, un VHS da falsari seriali, il breviario della mia personale resistenza.

L’uomo cambia? Muta il suo sguardo? No, forse sposta solo di pochi passi il proprio punto d’osservazione. Oppure, meglio: gli eventi intercorsi fra il 1995 e il 2019 trasformano l’opera aggiungendovi significati, evidenziando coincidenze significative.
Un film, un racconto, un trattato perdono l’innocenza: divengono qualcosa d’altro. Un oggetto, dapprima innocuo, si carica d’una responsabilità inattesa.

Così è per l’anamorfosi. Una macchia indistinta, sottovalutata, trascurata, rivela il proprio vero essere grazie all’intervento d’una superficie riflettente o al cambio del punto di prospettiva: dapprima un ghirigoro insulso, incomprensibile; ora un messaggio chiarissimo, inconfutabile, persino più importante dell’opera di cui credevamo fosse appendice inutile o molesta.

La rivelazione.
Queste cose vi saranno rivelate.
Non declamate o spiegate di nuovo o ribadite: rivelate.
Ciò che sembrava importante ora non lo è più; ciò che riposava nell’inessenziale, nel capriccio, diviene decisivo.

Ding-on, il Mezzo Uomo, monco e incompleto come numerosi eroi delle saghe, incapace di recare avanti l’eredità del Padre; la Spada; la Guerra; tutto questo siamo noi, penitenti della disfatta. Fra i resti carbonizzati di ciò che fummo non possiamo trovare che monconi di una tradizione dissacrata. Ma va bene così. A ben considerare anche il blog di Alceste è parte di questa misera collezione di relitti apparentemente inservibili. E però quali alternative si hanno? Impossibile accettare lo scontro con le armi del nemico. Le parole, i panorami, la logica al contrario: tutto appartiene al Nemico. Condividere la lingua, i gesti e l’innaturale bontà dell’Arcinemico, il Dragone, equivale a essere sconfitti. Per questo, almeno qui, si preferisce riandare a una tradizione da cui è stato reciso il cordone del nutrimento: morire a casa propria, rimanendo sé stessi, lo trovo preferibile a essere sotterrato in terra ostile, dopo aver fatto il buffone. Preferisco passare per oscuro, bislacco, tortuoso, invece di masturbare diagrammi e statistiche o rassegnarmi alle diatribe pulviscolari del presente. Una Spada Spezzata è un’arma; una lama scintillante e nuova di zecca la fine.

All’inizio del film il protagonista vede sul banco d’un mercante una collana da cui pende un Crocifisso in Ferro. Egli non comprende quel simbolo. Un Uomo Agonizzante su una Croce? Cos’è, chiede Ding-on, un amuleto? Viene dall’Occidente, gli dicono, ha salvato molte vite! Ha salvato molte vite … allora è, forse, una Spada? Ding-on lo vuole, nonostante tutto; intuisce qualcosa; lo compra, quindi, conservandolo con sé. Quel simbolo, inaudito in una terra barbarica del Medioevo orientale, diverrà, poi, parte della vendetta.

Anche in Viridiana, di Luis Buñuel, del 1961, la Croce cela uno stiletto.
Cristo è un guerriero, il Cristianesimo un’arma. Per Cynewulf è una verità. Ne abbiamo già parlato.
Tsui Hark è un cinese nato a Saigon, Buñuel un anticlericale degli anni Venti. Entrambi, però, hanno colto il senso profondo e vero. 

Ulisse ritrova la salvezza rappezzando i fasciami del naviglio distrutto dai mostri.
I compagni sono morti, la desolazione incombe: ma egli ha piegato il destino a sé stesso mai rinnegandosi: lo attende la spiaggia dolce di Nausicaa.

Gli schiavi negri della costa orientale cercano di ricreare gli strumenti musicali della propria Patria, lontana e irraggiungibile. Tutto questo, però, gli è negato. Allora riorganizzano anche loro i fasciami della nave distrutta: pettini, carta velina, corde, pezzi di legno, vetri e assi da lavandaia costituiscono la loro Spada Spezzata; il lavoro nei campi forgia, invece, il canto: nascono i primi blues.
Il blues non lo inventarono i negri in America. Lo inventarono i reietti di ogni tempo, i deracineés, i senza patria e la nostalgia indefinibile di una perdita irrecuperabile. Gli schiavi galli e traci nei Campi Salini, duemila anni fa, cantavano blues; quando Michelangelo Buonarroti si recò presso le cave di marmo di Carrara (il marmo di Luni!) udì un lunghissimo grido che sembrava promanare dalle viscere della terra, quindi un canto dolcemente cadenzato sulla fatica: il capomastro richiamava gli operai al lavoro: a rischio della vita, intonando un blues inconsapevole, cinquecentesco, essi distaccavano candidi monoliti, a permettergli il David.

Il presente vale solo come segno.
Il presente pettegolo, inesausto teatrino di maschere sciocche: Angelino Alfano torna con Silvio Berlusconi, dopo la sortita mercenaria oltre le linee del ridicolo; la destra dura e pura si compiace in Caio Giulio Cesare Mussolini; il panzafustaro, invece, fra una tartina e una direttiva sovranista, si accompagna con la figliola di Denis Verdini, già compagno d’Alfano nella sortita anzidetta … miccus vult decipi …

Se uno è micco è micco, basta così. Votare nella convinzione che il voto scacci il negro (sempre cattivo) dal bel suol d’amore; votare convinti, al contrario di prima, perché il negro (sempre buono) divenga nostro fratello di suolo; oppure, ulteriore permutazione, votare convinti affinché il negro (cattivo) se ne vada fuori dai cabbasisi permettendo al negro (buono) la fratellanza di suolo … Il micco, che è sempre esistito, ma oggi rileva come plasmabile e fungibile miccus digitalis, vive con la matita copiativa dietro l’orecchio, come i bottegai d’una volta, abili a scrivere “duecento” sulla busta delle rosette … o “mille” sulla cartapaglia dei due etti di coppa … è un gesto incontrastabile il suo, una sorta di tic, come certi drogati che, ogni dieci secondi, hanno da cliccare sul tasto home dell’I-Phone, e riaccenderlo, presi da un delirio di abbandono alla sola vista del visore abbuiato … onde sincerarsi se il messaggio di quindici secondi prima sia stato recapitato … o letto … e aspettare, compresi da una fregola orgasmica da attesa, la risposta … necessaria … e così l’Italiano, dopo pochi mesi, non sta più nella pelle, nulla lo soddisfa … deve assolutamente fregiare un pezzo di carta con la X, non sia mai … per cambiare - magari in primavera - ciò ch’era stato sancito in autunno … o, magari in autunno, cambiare la situazione instaurata, con somma soddisfazione, mercé il voto, nel primo scorcio dell’estate … e viceversa …


Si cambia la carta da parati. Stessa stanza, mefitica, identici mobili, squallidi, con affitto in ascesa, purtroppo … ma, a rallegrare, via la vecchia carta da parati: i pois? No, meglio i fiori … le strisce? Macché guarda come son graziose le greche …

Prima i tecnici, poscia i responsabili del PD, quindi la ventata populista, indi il ricompattarsi della destra.
Magari variano le tinte: il nero, il rosa, il verde, il giallo, l’azzurro.

Ora gonfia il ritorno di fiamma della destra.
Come certi tubi di scappamento delle utilitarie negli anni Settanta.
Cos’è? Uno sparo? No, una Cinquecento.

La destra, andiamo a destra. Se non si vota la destra andiamo a scatafascio!
Segni e segnali di sberleffi da parte dell’elettorato passivo di riferimento non turbano l’elettore, gonfio di speranza come uno Zeppelin rincoglionito. Alfano, Gasparri, Verdini, Berlusconi, Carfagna, Salvini, Giorgetti tornano in massa, dopo i disastri di pochi anni fa, e pretendono il loro posto: ne hanno diritto! Questi personaggi, che il posto non l’hanno mai perso, reclamano, ora, persino i propri nemici di gommapiuma, i quali, smaltite le indigestioni, si acconciano alla bisogna: Zingaretti, Landini, la Confindustria, vescovi terzomondisti, gli antifascisti, i liberi e gli eguali … la situazione, dopo qualche spetezzo, torna al pendolo tanto amato … “L’Espresso” ci fa pure una copertina sulla restaurazione, da pollaio in vendita … pollaio Italia … una copertina splendida nella chiarezza accecante: un belinone con due ali, l’ala sinistra rossa e l’ala destra azzurra, a simulare i due schieramenti della disfatta e del tradimento … Chi si rivede: la destra e la sinistra! Prese per i fondelli all’italiana … o all’americana … perché si può anche sognare au contraire: azzurri a sinistra, rossi a destra: paese che vai pagliacciata che trovi … i disturbatori terzi a cinque stelle rinunceranno, infine, ad aprire la scatoletta del tonno: per loro si prepara la scelta: sciogliersi lentamente o tornare al vociare senza costrutto … la situazione si stabilizza, ancora; in fondo il mal di stomaco è durato il tempo d’una pasticchetta; il potere, che non aveva deviato d’un millimetro, darà qualche festicciola per la plebaglia; i contro informatori sentono un brivido lungo la schiena: non ne hanno azzeccata una, ma, con tali polarizzazioni, possono riprendere a insultarsi dalle trincee dell’irresponsabilità più dolce: quella dell’inazione.
La fine del petroldollaro, la guerra termonucleare (guardi, signora mia, tempo un mese e qui salta tutto!), Eurogendfor, la sparizione del contante, l’inflazione, il grande botto, MMT, le profezie di Santa Micca da Velletri.

Benjamin Netanyahu ce l’ha fatta, ancora una volta. Enrico Mentana aveva profetizzato, in un tweet, la sua sconfitta, e invece no, il vecchio leone ha resistito. Netanyahu, il Massacratore dei Palestinesi, ha, però, gli anni contati. Mentana, l’Ebreo Mondialista, vede più lungo di lui obbedendo ad altri aneliti di vittoria.
Benjamin Netanyahu, infatti, difende gli Ebrei, gli Ebrei in terra d’Israele, a lui uniti per vincolo di storia, cultura e, soprattutto, di sangue. La più minuta stilla di sangue di ogni Ebreo sulla terra costituisce un atomo irrinunciabile in grado di formare l’Ebreo Eterno del Grande Israele, così ragiona Benjamin, discendente della tribù omonima.

Tale Blut und Boden, tuttavia, ha fatto il suo tempo. Rabbini barbuti, Spianata delle Moschee, Talmud, muri … il Nuovo Mondo deve ricollocare la paccottiglia a sei punte … una donna, popolare e intoccabile, in quanto donna, lo sfiderà: forse a breve. E anche Benjamin si dovrà arrendere. Destra e sinistra, ebreo e gentile, passato e futuro: i vecchi meridiani di Greenwich non servono più a orientarsi. Si finisce, alla lunga, per dare giudizi in contraddizione. Ve ne sono altri per comprendere l’eterno presente: alto e basso; originale e replicante; umano e transumano; memoria e tabula rasa; homines e homunculi; limite e illimite; antico e immateriale.

Netanyahu rappresenta l’Antico Ordine e massacra i Palestinesi.
Il Nuovo Ordine esige la pace in Israele e massacra l’Occidente.
Il candidato alla controinformazione risolva tale delicato busillis.

L’attacco all’Antico Ordine è recato sistematicamente. Una delle ultime ridotte del maschio bianco occidentale, la direzione d’orchestra, ha il testosterone contato. Avanza Beatrice Venezi, bellissima, biondissima, giovanissima (29 anni, la più giovane et cetera et cetera), circonfusa da superlativi assoluti e relativi e già positivamente testata presso i maggiori e luridi angiporti della correttezza televisiva e giornalistica. Lo schema è sempre quello: lo descrissi in Son tutte belle le signore dell’Occidente. La Venezi, di cui non sono riuscito a rintracciare un video in cui dirige orchestre, ma di cui rigurgitano foto in cui dà le piste a qualche sopravvalutata top model, è, lo sento a pelle, bravissima. I musicisti e i melomani, presenti addirittura in questo blog, lo confermeranno. A mettere in sospetto, ancora una volta, è l’ansia di distruzione dell’antico sottesa a tale nuovo imbonimento. Secondo uno dei Manifesti dada di Frank Zappa: “I direttori … hanno bisogno di fare bella figura. Dirigendo brani che i membri dell’orchestra conoscono come le proprie tasche sin dal conservatorio, si riducono al minimo i costi di prova, trasformando i musicisti in jukebox pronti a sparar fuori i classici con scioltezza. Così l’esoso direttore d’orchestra, per nulla preoccupato da una partitura che non presenta problemi, riesce ad agitarsi con fare falsamente estatico, per la gioia delle signore del comitato (che vorrebbero vederlo senza mutande)”. Se Francesco Vincenzo Zappa fosse vivo potrebbe godersi il controcazzo: maschi (almeno quelli residui) che si annoiano con Puccini sognando direttrici nude look.

Ciò che rileva qui, ovviamente, non è la glorificazione della donna, le pari opportunità e via cianciando, ma solo e sempre la distruzione della tradizione e della creatività. Il tratto comune di tali cialtronate è la piccineria: mai, dico mai, si assiste a un anelito di elevazione, profondo, grande, bello.
Viviamo in un mondo in cui la frenesia e il brillocco occultano la cancrena.

Mentre leggevo la notizia su Netanyahu si accendevano, senza soste, in foga inesauribile, decine di annunci pubblicitari; forse centinaia, in una teoria inesauribile e spaventosa: 

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Questa rassegna, a un grado zero di razionalità, delirante nella iterazione parossistica, mi è sembrata adeguata, perfetta.

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